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«Non abbiamo certezze per il
domani ma molti dubbi se e come continuare a suonare insieme. In ogni caso
saremo costretti a fare qualcosa di ancora più grande rispetto a quello che
abbiamo fatto fino adesso». Dopo l’addio di Stefano D’Orazio annunciato nei giorni scorsi, i Pooh si
interrogano sul loro futuro che senz’altro «non sarà facile». In occasione
della presentazione della loro prossima tournèe, Ancora una notte insieme che sancirà definitivamente il divorzio
del batterista del gruppo e l’uscita di un’antologia con un inedito dal titolo
significativo che dà il titolo alla stessa tournèe, il gruppo più longevo del
mondo da ottobre sarà chiamato ad una lunga pausa di riflessione perchè, come
spiega Red Canzian «in questo momento è assolutamente impossibile avere delle
idee chiare. Se sapessimo già cosa fare domani – spiega – saremmo dei mostri».
Sebbene convinti che il marchio Pooh possa continuare ad avere successo
indipendentemente dai singoli componenti, i Pooh si dicono certi che quanto
accaduto «ci potrà fare capire quanta energia ci sia rimasta e quanta voglia
avremo di continuare. Sarà però una decisione rapida – sottolinea Dodi
Battaglia – che prenderemo in un attimo, forse subito dopo l’ultimo concerto
che terremo a Milano il 28 settembre. Solo quando avremo assorbito il colpo,
però, potremo affrontare il domani senza Stefano» (fonte Adnkronos). Intanto Stefano D’Orazio ha
scritto una lettera d’addio ai suoi amici e ai fans, che vi riportiamo
integralmente:Sono Stefano D’Orazio… Quello dei
Pooh.
Sono al capolinea. Sto per scendere dalla grande astronave luminescente
e fortunata che per tanti anni mi ha trasportato oltre le mie aspettative in
una lunga avventura indimenticabile, spesso faticosa, quasi sempre
straordinaria. Un viaggio iniziato
spensieratamente, quasi per gioco, in quel tempo in cui il mio futuro, sembrava
essere così lontano che ero certo di 
potermi prendere tutto il tempo che volevo prima di affrontarlo. E così,
in attesa di diventare “grande” e di fare “le cose per bene”, sono salito,
tanto per farmi un giro, sul quel traballante ottovolante che, in quel
tempo,  solo in pochi chiamavano musica. Niente cinture di sicurezza e niente casco, ero leggero ed incosciente,
senza bagagli, perché immaginavo non mi sarebbero serviti, d’altra parte al
Luna Park non ci si porta neanche lo spazzolino da denti, si entra, si spara
nel centro e se ti va di lusso vinci una bambolina e torni a casa che magari
non s’è ancora fatta sera. E invece no, all’improvviso l’ottovolante è diventato mongolfiera e
forse spinto da venti di fortuna, ho cominciato a volare. Tra una nuvola e un
temporale il mio pallone è diventato aeroplano e poi astronave, muovendosi per
una rotta che non sapevo bene dove mi avrebbe portato, ma che avevo la
sensazione che poteva essere quella giusta. E le cose sono andate. Sono diventato un buon cliente di “Popland”, ho vinto telegatti e pesci
rossi, ho raccontato le mie piccole fantasie a gente che forse, come me, aveva
bisogno di piccole cose per addormentarsi felice. Ho incontrato applausi e neve in autostrada, ho sorriso alle lucette
rosse delle telecamere e ai miei amori importanti, ho rotto bacchette ed
amicizie troppo grandi per sopportare le mie eterne lontananze, ho tenuto a battesimo
i figli degli altri senza avere mai avuto il coraggio di farne uno mio, ho
messo tutto il mio tempo e  tutto il mio
talento nella grande avventura che mi ha accompagnato fin qui stappando
bottiglie frizzanti e qualcuna che sapeva di tappo e ho spento da poco 60
candeline rendendomi improvvisamente conto che tutto quello che potevo dire in
questa fortunata dimensione, l’avevo già detto. Non è  facile decidere di dire
basta quando tutto va alla perfezione, quando il successo con la esse maiuscola
non sembra essere ancora stanco di accompagnarti, non è stato facile per me e
so per certo che non lo è stato neanche per i miei “amici per sempre”, ma ho
sentito l’irrefrenabile bisogno di mettere un punto alla mia vita e voltare
pagina. Il mio futuro non è più così lontano e 
tutte le “altre” cose che “prima o poi” mi ero promesso di fare
pretendono di essere fatte. Non so bene da dove ricominciare. Forse scoprire il senso della noia, che non ho avuto mai il tempo di
apprezzare. Forse viaggiare accorgendomi magari che tutte le città che credo di
conoscere, oltre ad uno stadio, ad un teatro o a un palasport, sono fatte anche
di gente e di storia. Forse finire di leggere tutti i libri che ho dimenticato aperti sui
comodini degli alberghi. Forse scrivere il “mio libro” sperando che qualcuno possa dimenticarlo
aperto su qualche comodino. Forse raccontare ai ragazzi cose di musica e di vita e riuscire a
scommettere che a farcela possono essere più di uno su mille. Forse semplicemente coltivare capperi a Pantelleria e la sera andare a
cena da Mario. Forse chissà, ma di certo c’è, che la mia stagione da Pooh è finita,
senza colpe né rimpianti. Mi si è semplicemente spento quell’entusiasmo che è
sempre stato il motore del mio fare. Ero partito senza bagagli dicevo, ma strada facendo  ho dovuto comprare parecchie valige per
riuscire ad infilarci dentro tutto quello che mi accadeva, e oggi rovistando
tra i ricordi mi sono reso conto che prima di scendere dalla grande astronave,
devo dire tantissimi grazie.   In primis ai miei 3 compagni di viaggio senza i quali la mia
mongolfiera non si sarebbe mai alzata da terra, hanno avuto l’incoscienza di
credere ai miei voli pindarici e la pazienza di sopportare i miei ruzzoloni.
Con loro ho trascorso i miei tempi migliori ed ho diviso il meglio di questa
lunga storia. Grazie alla mia famiglia, a mio padre e a mia madre che forse non
volevano immaginare che avrei suonato il tamburo per tutta la vita, ma che
anche oggi che non ci sono più continuano ad accompagnare il mio andare e mi
hanno lasciato dentro il senso indelebile del vivere onesto. Grazie al “popolo dei Pooh” che ha voluto farmi arrivare fino a qui. Grazie a  tutti coloro che hanno
accompagnato le mie notti e i miei giorni di lavoro. A quelli che si sono stancati con me per preparare i miei momenti
migliori. A quelli che senza mai prendere un applauso sono stati gli artefici di
mille applausi. Ai ragazzi che hanno smontato e rimontato mille volte le mie batterie. A chi mi ha insegnato che la musica è il più bello di tutti i lavori. A chi mi ha insegnato che questo lavoro non è solo musica. A chi scrive sui giornali e che male o bene ha scritto di me. A chi dalla radio o dalla televisione ha fatto arrivare alla gente le
mie piccole storie. Alla mia unica ed “eterna” casa discografica.    Ai collaboratori di ieri e di oggi. Alle mie ragazze della “stanza dei bottoni”A chi è cresciuto accanto alla mia scrivania e oggi sa come si fa,
molto meglio di me. Grazie a tutti quelli che sanno che
gli sono amico e che sanno che anche domani potranno contare su di me. Grazie a tutti quelli che mi saranno amici anche domani. Grazie, io scendo qui. Stefano D’Orazio