Colpo d’occhio straordinario,
come uno sguardo sul passato ed, al contempo, sul futuro. Ottocentomila sguardi
protesi verso il palco da dove, sbucherà, con la baldanza di sempre, il Vasco nazionale. Ottocentomila cuori
protesi verso la pulsazione assoluta, l’emozione definitiva, il pathos senza
confine senza controllo. Lui è l’artista più atteso della serata e quando muove
i primo assi sul grande palco del concerto del Primo Maggio l’apoteosi e
profonda e sincera. Tutti sono lì perché lo slogan del concertone è dedicato a ciascuno
di loro, a ciascuno di noi. “Il mondo che vorrei”, suggerito da una delle sue
tante canzoni, è stato inciso nelle speranze e dei presenti che sono andati in
visibilio quando Vasco è entrato per cantare Stupendo. E dalle prime note, dalle prime parole, io ho percepito
che il rocker di Zocca su quel palco non c’era più, si era volatilizzato
lasciando il posto ad un personaggio antico, memorabile e quasi immortale: Josè Aureliano Buendia. Chi ha letto “Cent’anni
di solitudine” certamente ricorda quanti Josè Aureliano Buendia si sono
affacciati alla storia nel corso delle generazioni che si sono succedute tanto
che alla fine è difficile mantenerne il conto così come è difficile ricordare chi
era realmente il capostipite della saga di Macondo. Che cosa c’era negli occhi
del Buendia di venerdì sera: forse la solitudine che proviene da un mondo che
non è quello che lui e noi vorremmo, da un mondo che tutti i presenti a Piazza
San Giovanni vorrebbero. La musica, potente e rock, feroce e devastante,
delicata ed evocativa, tambureggiante ed accattivante, non è riuscita a
nascondere l’immaginaria lacrima celata nelle viscere di emozioni che non
riuscivano, forse, a manifestarsi compiutamente, bloccate dal pathos che teneva a debita distanza il thanatos. Dietro il saluto di Vasco,
fatto per due volte, “in bocca al lupo a tutti”, è probabilmente nascosta la
consapevolezza dell’arrivo di quel vento che, impetuoso, distrusse Macondo. E
forse anche quel mondo che vorremmo e che potremmo non vedere mai, come lo
sguardo dell’ultimo Josè Aureliano Buendia suggeriva lì, sul palco romano. Il seguito della storia è nelle nostre mani,
la prossima canzone la dovremmo/potremmo cantare noi. Solo noi. (Rosario Pantaleo)
Primo Maggio 2009: Vasco, il mondo che vorremmo e Josè Aureliano Buendia
Autore: Luca Barachetti
