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D’Io, Matria, Vaniglia: un titolo volutamente dissacrante che vuole fare il verso ad uno slogan d’altri tempi, apparentemente tornato in auge di recente con l’insediamento del governo tuttora in carica. Alessandro Sipolo, nel suo quarto lavoro in studio, prende esplicitamente posizione nei confronti dell’attuale situazione italiana riscrivendo a modo suo tre parole che, unite insieme, sono sinonimi di prese di posizione retrograde e conservatrici. E così “Dio” diventa “D’Io”, vale a dire esigenza di rivolgere lo sguardo verso ciò che è autenticamente umano e terreno, lontano dal cielo e da ideali illusori; “Patria” diviene “Matria”, cioè luogo che accoglie, l’opposto di una terra delimitata dai confini che per preservare la propria sovranità non esita ad innescare conflitti; “Vaniglia”, infine, evoca la dolcezza del vivere, in contrasto con le visioni tradizionaliste che restringono la libertà di espressione e la possibilità di coltivare i rapporti interpersonali seguendo le proprie naturali inclinazioni.

La sequenza di nove tracce, che vede la presenza di ospiti illustri (Finaz della Bandabardò, Lorenzo Monguzzi dei Mercanti di Liquore e la cantautrice e arpista torinese Cecilia), indaga vari aspetti dell’attualità senza trascurare il recupero della memoria storica, utilizzando a volte il sarcasmo e i toni della denuncia (come in Signorina cuorenero, dedicata alla presidente del Consiglio), altrove sembianze poetiche delicate come un soffio di vento o ruvide come pietra. Musicalmente parlando, si traccia di un disco “meticcio”, come del resto è tutta la produzione del cantautore bresciano, che parte da una base folk-rock per poi “contaminarsi” delle influenze più disparate: tra le sonorità presenti nell’album, quelle della cumbia, della milonga, del reggae, ma anche quelle delle chitarre distorte, affilate e taglienti.

L’opener Vaniglia è stata definita dal songwriter stesso una “camminata dall’eco morriconiana nella selva del desiderio”. Il brano si apre con chitarra pizzicata e violoncello per assumere via via ritmi di danza e racconta l’inutile tentativo dell’io lirico di adeguarsi ai dettami della contemporaneità: il “richiamo della foresta”, cioè il bisogno di mantenere intatta la propria autenticità, è infatti più forte di qualsiasi tentativo di auto-omologazione. Si prosegue con Polansky, una malinconica ballata dedicata all’amico, poeta e attivista Paul Polansky, scomparso prematuramente nel 2021 dopo un’esistenza rocambolesca e girovaga. Le atmosfere suadenti e cupe della milonga rivestono inquietudini individuali in Le nostre trincee: qui l’immagine bellica della trincea diviene metafora del disagio esistenziale, di introspezione profonda come la terra scavata e di un rapporto sentimentale conflittuale. Dedicata al poeta Mario Luzi e a Michela Murgia è poi Matria: il neologismo vuole contrapporre all’idea tradizionale e patriarcale insieme di “patria” (parola che, distorcendone il significato in senso nazionalista, richiama scenari di difesa della razza e del territorio, di guerra e di conflitto) un concetto di identità collettiva, accogliente e materna, lo spazio di una terra che non distingue i figli “legittimi” da quelli “adottivi”.

Si attinge direttamente dal patrimonio della canzone popolare per l’incipit di Signor padrone, che però viene successivamente attualizzato in chiave contemporanea raccontando di uno sciopero di rider (“andare, pedalare, consegnare”) con i ritmi in levare del reggae: la pretestuosa menzogna della “società liquida” è in antitesi con la persistente solidità delle logiche del capitale e dello sfruttamento, che è doveroso sfidare.

A due figure emblematiche della Resistenza milanese è invece dedicato il valzer Sandra e Visone, tra fisarmonica e chitarra pizzicata, che rende omaggio ai gappisti milanesi (ricordiamo che i GAP, “Gruppi di azione partigiana”, erano le unità di resistenti che operavano nelle città) Onorina Brambilla e Giovanni Pesce. Il brano evidenzia tanto la dimensione privata della coppia, con la tenerezza del loro legame, che l’impegno di entrambi nella lotta per costruire una nuova Italia, una terra “senza papi né duci né eroi”. La sequenza si chiude con D’Io, una sorta di preghiera laica in cui le contraddizioni del nostro tempo si riflettono inevitabilmente sulla condizione individuale. Le storture del reale – sono state inserite anche le voci di alcuni politici italiani ed internazionali ed i loro deliranti proclami – e la “voglia di tregua” vengono narrate in maniera disincantata, rivestendosi di aspre sonorità rock, senza però precludere il diritto alla speranza in un futuro senza ingiustizie.

D’io, Matria, VanigliaD’Io, Matria, Vaniglia è un album “partigiano” che conferma la coerenza del percorso personale del cantautore, in cui attività artistica, cooperativa e politica costituiscono un tutt’uno. Alessandro Sipolo non esita a stigmatizzare i mali del nostro tempo, utilizzando sia l’arma dell’ironia più amara che l’esplicita denuncia, ma al tempo stesso riesce a valorizzare gli aspetti per i quali vale la pena vivere – la bellezza, l’amore, la solidarietà – ammantando di un velo di poesia anche gli aspetti più drammatici dell’esistenza.

Artista:
Alessandro Sipolo
Etichetta:
LaPop / Freecom Hub
Elenco Tracce:
01. Vaniglia
02. Polansky
03. Signorina cuorenero
04. Le nostre trincee
05. Matria – feat. Finaz (Bandabardò)
06. Signor padrone – feat. Lorenzo Monguzzi (Mercanti di Liquore)
07. Petra – feat. Cecilia
08. Sandra e Visone
09. D’Io
Anno di Uscita:
2024