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Un inno alla disfatta e all’infinita voglia di continuare ostinatamente a risorgere”: così i Voina, formazione abruzzese attiva dal 2013, hanno definito Kintsugi, il loro quarto lavoro in studio che esce a due anni di distanza dal doppio EP Yoga.

Il titolo dell’album è particolarmente significativo: esso fa riferimento alla tradizione giapponese di riparare tazze, vasellame e piatti rotti usando lacca mescolata con metalli preziosi come oro e argento. La tecnica permette di considerare la rottura come parte importante della storia di un oggetto, piuttosto che cercare di mascherarla: il manufatto diviene così un pezzo unico per via delle linee di giunzione dovute alla casualità con cui si è frantumato e acquista un valore aggiunto grazie alla presenza dell’argento o dell’oro. A livello metaforico, il significato di questa pratica – che risale al XV secolo ed è legata al buddismo Zen – è che da una imperfezione o da una ferita possa nascere una perfezione interiore o esteriore ancora maggiore, pertanto il kintsugi può essere considerato l’arte della resilienza. E questo è, dunque, il messaggio che i Voina vorrebbero trasmettere: quando l’integrità dell’individuo sembra andare in frantumi è possibile “rincollare le cose rotte, rincollarle contro il tempo, la memoria, contro gli impegni della vita tutti i giorni” (così si dichiara in una nota a margine dell’album) allo scopo di contemplare i segni che i traumi e gli errori hanno lasciato sulla propria persona e di valorizzare anche le esperienze negative ai fini della crescita personale.

L’ascolto dell’album confermerà l’assunto di partenza?
Musicalmente parlando, il linguaggio della band di Lanciano è quello di un indie rock energico, aggressivo, carico di rabbia e di indignazione nei confronti delle condizioni in cui versa il mondo attuale ma che nei (rari) episodi più riflessivi anela a ritrovare il senso anche nel disordine circostante. I testi di Ivo Bucci, frontman del gruppo, descrivono l’alienazione del vissuto quotidiano ed il rifiuto verso l’ingerenza dei social media, il consumismo sfrenato e le consuete logiche di aggregazione. Altro tema ricorrente è il desiderio di fuga dalla vita di provincia contrapposto all’inevitabile attaccamento alle proprie radici, mentre il momentaneo rifugio nello stordimento può essere un precario antidoto al declino della società. Tutto questo viene espresso senza mezze misure e con un linguaggio esplicito: basti pensare a Che vita di merda, titolo del singolo che ha anticipato l’album, o ad affermazioni provocatorie come “basta con il salutismo, torniamo alla droga” (Pubblicità).

Ma andiamo più nel dettaglio: l’opener Maya allude alla decadenza della società contemporanea, di cui le grandiose civiltà precolombiane scomparse si fanno metafora, e il bisogno di riscatto, forse un po’ frustrato (“noi tutto il giorno contro il mondo…vecchi giovani stanchi, a ballare sulle macerie”). A seguire, la già citata Che vita di merda esprime il bisogno di cercare alternative alla sconfortante attualità – la crisi economica, il decadimento culturale, la guerra, la spettacolarizzazione del dolore – e il protagonista, dopo aver valutato rimedi che possono offrire solo un apparente sollievo, prende in considerazione un “ritorno alla natura”. Si rincara la dose con Meteoriti, che stigmatizza la superficialità imperante (“tutti fighetti…nasi sugli specchi…Un paese di bifolchi, gatti e volpi… Spegni il cervello, voglio stare sereno”) mentre il ritornello proclama “chi se ne fotte”, a riflettere tanto l’indifferenza generale tanto la necessaria resistenza a quest’ultima. Bianco fa invece riferimento al terribile, ricorrente fenomeno degli stupri di gruppo e all’assurda presunzione da parte di chi, in nome del suo essere “bianco, ricco e civilizzato”, si sente superiore ad altri esseri umani. L’invettiva raggiunge i massimi livelli in Pubblicità e – finalmente – si stempera nell’acustica Mal di gola, in cui il rapporto di coppia può essere un porto in cui rifugiarsi dopo le tempeste e le avversità. Supermercati cinesi, infine, non lascia scampo, ritraendo uno scontro generazionale e ricordando all’ascoltatore in conclusione che “questo paese è incivile…è morto, ma si vive bene”: ora come in passato, le problematiche cambiano, ma l’esistenza umana è sempre densa di criticità e solo l’assolo di chitarra finale sembra offrire consolazione dopo tante amare considerazioni.

L’impressione è che la volontà di denuncia che caratterizza la maggior parte dei brani sia come un calcio violento che sfascia una vetrina o che butta all’aria una tavola imbandita, frantumando piatti e stoviglie. Basterà l’arte-terapia del kintsugi a rimettere ordine nel caos? Forse no: bisognerebbe prima spazzare via ciò che è completamente distrutto e irreparabile per poi cercare di ricostruire ciò che vale la pena di recuperare. Per trasformare le esperienze negative ed anche i mali del mondo di cui non siamo completamente responsabili in occasioni di crescita è necessario riflettere e prendere le distanze da essi, ma questo in Kintsugi (a livello concettuale) non avviene. La sequenza dei brani non conduce l’ascoltatore verso una risoluzione dei conflitti, ma lo lascia spiazzato, apparentemente senza la possibilità di risollevarsi sotto il cumulo di macerie a cui il mondo è stato ridotto dalla furia iconoclasta di Bucci & soci. Alla pars destruens di baconiana memoria, in questo concept, non fa dunque seguito la pars costruens: la serenità a cui la secolare tecnica giapponese che dà il titolo all’album dovrebbe portare è un obiettivo non raggiunto. Restano nove canzoni godibili, all’insegna di un alternative rock di buona fattura, ma l’oro della pacificazione interiore che salda le fratture dell’essere è soltanto sulla bella copertina.

Kintsugi
foto di Tommaso Giallonardo
Artista:
Voina
Etichetta:
V4V Records
Elenco Tracce:
01. Maya
02. Che vita di merda
03. Meteorite
04. Fortini
05. Bianco
06. Grattacieli
07. La pubblicità
08. Mal Di Gola
09. Supermercati cinesi
Produzione Artistica:
Voina
Anno di Uscita:
2024