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“Ormai si è capito che non esistono gli extraterrestri che ci vengono a salvare” è la frase che apre il brano Futuro e che si potrebbe considerare l’incipit ideale del concerto che Eugenio Finardi ha tenuto al Castello Sforzesco di Milano in una bella (e fresca, finalmente) serata milanese. Lo scriviamo noi, questo incipit, all’inizio di una breve recensione a memoria dell’esibizione milanese del nove luglio. Esibizione che ha visto il cantautore milanese (legatissimo alla sua città che gli ha anche assegnato, nel 2011, la benemerenza civica dell’Ambrogino d’Oro) presentare brani dal suo repertorio “classico” e del nuovo, apprezzatissimo, album dal titolo eloquente ed evocativo di “Tutto” (leggi la recensione).

 

Preceduto dal set acustico del bravo Renato Caruso, chitarrista e cantautore impegnato in tanti rivoli artistici (come ad esempio l’ultimo Ep uscito con il progetto Respiro Acustico, in coppia a Pietro Baffa) e di divulgazione scientifica, nonchè collaboratore di Patrizia Cirulli dei suoi più recenti album, ha imbracciato la sua sei corde e ha dato il via a questa serata speciale. Finito questo set, Eugenio arriva sul palco e il folto pubblico che ha riempito le sedute poste nel Cortile delle Armi esplode in un applauso che ha il sapore di un abbraccio sincero.

 

La presentazione dell’artista è subito una sorpresa in quanto, forse per la prima volta, è un Sindaco di Milano a presentare il concerto di un artista. Ma c’è una ragione… Beppe Sala, accompagnato dall’Assessore alla Cultura Tommaso Sacchi, si è infatti dichiarato un estimatore di lunga data di Finardi spendendo parole di stima nei confronti dell’artista (“un milanesone” lo ha chiamato). Sorridente e apparentemente rilassato Finardi si è presentato accompagnato sul palco dal fido Giovanni ‘Giuvazza’ Maggiore alle chitarre (due elettriche, Fender e Gibson, e una acustica “artigianale”, dal suono splendido) con le quali ha mostrato le sue grandi doti di musicista, Claudio Arfinengo, batterista da molti anni al seguito di Finardi e Massimiliano Agostini alle tastiere ed effetti vari. A chiudere la formazione Paolo Costa, bassista elettrico da vertigine, suo storico collaboratore, intervenuto in seguito sul palco ha utilizzato il suo strumento, as usual, come una tavolozza per colori sonori.

 

L’Assessore alla Cultura Tommaso Sacchi e il sindaco Beppe Sala – ph Archivio Via Audio

 

Si inizia con uno dei suoi brani iconici come La forza dell’amore, con le sue reminiscenze dell’adolescenza, di Lucio Battisti, del rock potente ed esplosivo dei The Who.  È un buon segnale per il pubblico che capisce di trovarsi di fronte ad un artista in splendida forma. Subito dopo aver ricevuto una meritata selva di applausi Finardi manifesta tutta la sua gioia sfoderando un sorriso sincero e non di circostanza, sottolineando, anzi, la sua particolare emozione per l’evento milanese. Le doti canore e di scrittura emergono in maniera eccelsa nella presentazione de Le ragazze di Osaka. Da ricordare, perché spesso sfugge ai più, che le capacità lirico/poetiche di Finardi spesso sono state sottovalutate rispetto ai vati della parola cantata quali, ad esempio, Guccini, De André, De Gregori. Sarebbe invece interessante un ascolto attento delle parole delle sue canzoni per scoprirne tutta la caratura poetica oppure sfaccettature inedite non colte nel tempo (“passa un treno, era un temporale” per esempio, è da leggersi come fosse un Haiku giapponese).

 

In cascata arriva un altro brano tra i più noti della sua discografia, Dolce Italia, in cui è rivalutata la vivibilità del nostro Paese rispetto alla sua seconda patria americana. Cantabile, delicata, con un interessante gioco di basso (campionato) e la chitarra elettrica a cucire note su un tessuto musicale di qualità. Si prende in mano l’orologio del tempo e si torna quasi al punto di partenza. Non è nel cuore, con liriche e musica delicate, è l’espressione “di un ragionamento sull’amore non una canzone d’amore” (parole di Finardi) rispetto al tema del rapporto uomo/donna. Canzone di gioventù che non è sfiorita nel tempo e sostenuta dal supporto canoro da parte del pubblico. Giusto per comprendere le diverse letture del rapporto amoroso arriva Un uomo una canzone che appare, vocalmente, come la salita di una lunga scalinata e nata, come sottolineato dal suo autore, di notte con un suono di sottofondo, in loop, che lo ha coperto come una sorta di velo entro il quale è stato costruito una sorta di cerchio lirico. Un’espressione sonora e canora, questa, che ha sollevato questo velo scoprendo un gioiello che mostra le straordinarie doti vocali di Finardi, capaci di agganciare un ritmo e rimanerne avvinghiato fino alla fine.

 

foto Archivio Via Audio

 

Accompagnata dalle note saltellanti della tastiera arriva, anche lei dal passato, la delicata Patrizia, cantata in punta di piedi con la descrizione delle qualità della persona amata con contrasti di immagini ed il suono della chitarra a chiudere in maniera soffusa. La presentazione, volutamente velocissima e surreale, di Futuro parte dalla sua ragione di essere e, cioè, la ‘demolizione’ delle aspettative dell’arrivo degli extraterrestri che possano cambiare la vita di ciascuno. Da quanto indicato nella canzone (e nel suo inizio) scopriamo che così non sarà… Accompagnato dall’arrivo di Paolo Costa, definito da Finardi “il bassista degli Dei”, partono le note di un brano che ha la sua forza nell’esposizione brillante di quello che ci potrebbe aspettare in un tempo neppure così lontano visti i progressi dell’Intelligenza Artificiale. Futuro è cantata con un invidiabile fiato e alla sua conclusione Finardi confessa che la musica è stata composta nel tempo di sette quarti. Un tempo dispari che, al momento, l’IA non è in grado di riprodurre fedelmente. E, quindi, vai con i tempi dispari…

 

Nata dai ricordi di Eugenio arriva Bernoulli, accompagnata dal suono cristallino dell’acustica di Giuvazza, con un testo tra lo scientifico ed il personale. Un canto quasi mantrico, sostenuto da un suono circolare ed ipnotico, che culla l’ascoltatore nonostante le liriche ‘appuntite’ (“se basta una parola per una grande idea, una sola voce diventa una marea. Ma se la stessa idea diventa un’ossessione un grande ideale può essere oppressione”). Tratta da Trappole è il suono della sezione ritmica che è stato preso, ritagliato ed inserito in Tanto tempo fa, una sorta di memoria di tempi passati con tutti i relativi sogni ma, anche, con le delusioni spesso causate dalla mancanza di corrispondenza pratica tra universo onirico e un sano realismo. Una bella fotografia di utopie, desideri di crescita e scoperta di mondi intorno e dentro di sé. Suono energico e potente, come le liriche che disegnano un tempo lontano ma comunque affascinante. Dedicata ai giovani, al loro futuro, alle loro speranze e difficoltà è Francesca sogna. Un brano che manifesta la capacità di Finardi nel saper cogliere lo spirito dei tempi, come accaduto, in particolare, all’inizio della sua carriera (ma non solo).

 

L’ingresso di sua figlia Pixel costruisce un delicato ritratto artistico dove la voce piena e profonda di un padre musicista si unisce a quella melodiosa e precisa di una figlia agli esordi artistici. Nessuna concessione al ritratto famigliare ma sguardi di intesa da parte di un musicista navigato e di una giovane artista che ha voglia di dimostrare le sue odierne capacità canore e, magari, di composizione, un domani. La dolcissima e bellissima I venti della luna arriva a comporre un altro tassello di attenzione nei confronti del pianeta femminile con un ulteriore intervento canoro da parte di Pixel che, con un tal figura paterna, potrà certamente affinare le sue doti.

 

Dal presente al passato e così, dopo aver visto sul palco una figlia, arriva il tempo della citazione del secondo figlio in ordine di nascita, Emanuele (primogenita Elettra, terzogenita, Pixel). Mio cucciolo d’uomo (ideale prosecuzione di Amore diverso, dedicata ad Elettra) è una sorta di lettera scritta al figlio appena entrato nell’agone della vita e del mondo. Una delicata promessa di amore e di attenzione, di protezione e di speranze da accompagnare. Un altro aspetto della capacità di Finardi di saper scrivere di tutto e per tutti, raccontando anche le situazioni più delicate e personali. Da ascoltare con attenzione e partecipazione.

 

Giusto per dare segno e senso del tempo perduto viene subito dopo proposta La battaglia, che è una risposta alle intenzioni riposte nel brano precedente. La chitarra di Giuvazza sciorina un accordo, sempre lo stesso, ipnotico e costante fino al cambio di melodia. Il brano vuole essere la riflessione su responsabilità e doveri di un padre nei confronti di un figlio e, nel contempo, le aspettative di un figlio per la conquista della propria autonomia. Il tutto connesso con le preoccupazioni dei genitori verso i figli che “conoscono il mondo, da Pechino a Macondo, ma non chiamano mai…”. Cambiano le generazioni ma non le dinamiche relazionali e il brano, pieno di tenerezza, si fonde con il precedente in un’unica speranza: quella di avere fatto il proprio dovere di padre con l’augurio che quanto testimoniato sia stato utile per la crescita dei propri figli. Si potrebbe dire che una domanda e risposta sul ruolo/rapporto genitori/figli, Finardi l’aveva già intravista nel brano Northampton, Genn. 1978, che già indicava percorsi emotivi ed affettivi di grande spessore.

 

 

Arriva il momento per Finardi di sedersi per quella che definirà “la suite acustica” (e Giuvazza imbraccia, appunto, la sua bella chitarra acustica). Si srotola la bella storia di amore (a senso unico) con Katia, un acquerello sonoro di grande suggestione. La canzone dell’acqua è un respiro di riflessione sullo scorrere della vita mentre Oggi ho imparato a volare è il desiderio di crescere e vivere la propria autonomia. Si prosegue e si chiude questa parentesi con Non diventare grande mai, ovvero l’esortazione a saper scegliere che cosa si vuole fare/diventare nella vita coniugando ideali e concretezza. Una bella incursione nel passato che, in fondo, è sempre uguale a sé stesso quando ad essere coinvolti sono i sentimenti, le emozioni, i desideri. Insomma, gli archetipi del nostro IO profondo…

 

E dopo questa immersione nell’emozione arriva il trittico che tutti si aspettavano e speravano. La radio, con il suo ritmo country folk, bandiera ed inno delle radio libere nella loro stagione di “sole nascente”. Musica ribelle, che rimane una icona della musica italiana (il suo incipit ritmico è ancora oggi inarrivabile) e, pur con quasi cinquant’anni di vita, mantiene inalterata la riflessione sui bisogni interiori dei giovani. Extraterrestre, invece, arriva a “contraddire” alcune delle parole di Finardi invitando ad alzare lo sguardo verso il cielo e cercare altre dimensioni. Non necessariamente astrali ma interiori.

 

foto Archivio Via Audio

 

Gli applausi che salutano la conclusione del trittico sono intensi, sentiti, grati per uno spettacolo pieno di allegria e possibilità di riflessioni, colmo di bravura strumentale dei musicisti e di perizia canora da parte di Finardi (nonostante un’età gagliarda) che, lo si nota tutti, è contento e soddisfatto della performance e per il calore trasmesso dal pubblico nei suoi confronti. Parrebbe finito ma nessuno si sogna di lasciare il proprio posto e la band rientra sul palco. Nel salutare l’amico Vittorio Cosma, Finardi sottolinea che è stato proprio lui a indicare ne La facoltà dello stupore il brano che la band avrebbe presentato a breve. Aperto con il suono grave della tastiera il brano si/ci interroga sullo scorrere del tempo, mentre la mente vaga nel passato per incontrare ricordi o “assonanze” che possano indicare quali le strade migliori per entrare nel futuro. Un brano particolarmente intenso, con la Gibson di Giuvazza che accarezza le note a supporto della consapevolezza del proprio bisogno di conoscere “la natura dell’amore”.

 

Il set, ora, sembra davvero finito, perché Finardi esce di buon passo dal palco. Invece, tempo nemmeno dieci secondi, si ripresenta per il saluto finale con La mano di uno che sa, altro tassello di “Tutto”, un album fortemente connotato dal desiderio di trasferire e diffondere consapevolezza su temi che fanno parte della vita. Anche qui, con delicatezza, la voce di Finardi accompagna gli spettatori alla riflessione verso il senso della bellezza.

 

Ma ora il concerto è davvero finito e il pubblico, così come i musicisti, mostrano di essere soddisfatti. Alle soglie del suo settantatreesimo compleanno, Finardi ha dimostrato d’avere ancora idee artistiche, qualità e passioni da condividere a livello discografico (così come il riscontro positivo a “Tutto” conferma), che è ancora capace di gestire il palco con leggerezza e maestria. A questo va aggiunto – e questa nuova tournée lo sta dimostrando – che il suo canzoniere è ancora fresco, molti temi sono ancora attuali e i brani non lanciano mai segnali nostalgici, non rimangono ancorati alle insidie psicologiche nascoste dal tempo che è trascorso. Anzi. Una serata come questa aiuta a prendere coscienza che non abbiamo bisogno di “extra terrestri” per salvarci, ma che lo faremo con le nostre forze…

 

 

Dove non segnalato, le foto sono prese dai canali web e social ufficiali degli artisti.

Per tutte le altre foto si ringrazia l’Archivio di Via Audio

 

Artista:
Eugenio Finardi
Location Concerto:
Milano, Castello Sforzesco
Data Concerto:
09/07/2025