In un’epoca in cui il disimpegno sembra corrompere qualsiasi tentativo di superare i nostri stessi limiti, l’album Ex Sync dei biVio sfida le logiche del presente con l’arroganza di altri tempi. Serve una sfacciataggine molto forte per non cedere al pop che le menti artificiali, reali o virtuali che siano, creano senza sosta; di contro pare esistere solo lo sfoggio circense. Invece questo giovane gruppo, come tutti i giovani, ha la prepotenza di voler comporre, di voler strutturare, di fare musica in un periodo in cui altri vogliono solo fare soldi. E allora architetture non lineari, rimandi interni tra i brani, sessioni quasi progressive di alternanza tra calma e rock e anche assolo, parti strumentali, cori e persino effetti di sdoppiamento di cassa che ricordano qualche esperimento degli Yes.
Si prenda una canzone come Lockdown in Heaven per analizzarne la struttura: prima dei cori, dei falsi cori perché mi sembra di ascoltare una sola voce che dialoga con se stessa, per teletrasportarci in un paradiso di solitudine, in un lockdown della nostra anima, chiusi nella nostra solitudine; poi entra la chitarra e la solitudine si sdoppia su due casse; una scala discendente con arrangiamento stile Orme, ci fa ridiscendere dal paradiso alla realtà; da qui le parti si mischiano e si inter-scambiano timbrica e armonie; in una parola il progressive prende il sopravvento, ben strutturato ma non analitico quanto quello degli Yes, però neanche sintetico e sincretico come quello dei Queen. E questo lavoro non avviene solo nelle microstrutture, ma anche nella macrostuttura dell’album, come quando in Anoche Ayer si rivivono echi di alcuni momenti più pacati di Lockdown in Heaven, in un testo in lingua spagnola.
Il plurilinguismo dell’album è la proliferazione da prisma di un raggio di luce che viene dal paradiso e viene assimilato da tutte le parti del mondo. È un plurilinguismo in due sensi, sia perché ci sono canzoni in inglese e italiano, un pezzo in spagnolo appunto e un paio che accennano a parole francesi; ma è anche plurilinguismo di registri linguistici, che vanno dalla follia della strada, alla più pura poesia, proprio in un brano che la nega nel titolo, Questa Non è un Poesia. Non semplice affettazione di modestia, ma evidenza fenomenologica, nel senso che questa è una canzone. Inoltre il messaggio contenuto nelle parole, ovvero la lotta contro l’indifferenza, si costituisce come un appello più che uno sfoggio da paroliere. Il tutto è però confezionato con versi altamente poetici, tanto che verrebbe voglia di citarli tutto, ma mi limito a: “il silenzio è l’antidolorifico della nostra coscienza”.Ho l’impressione di sintetizzare estremamente mentre scrivo, perché è un album denso, pregno di trovate e con brani legati tra di loro eppure così diversi. Di certo i biVio hanno messo tutta l’energia che possedevano in questa loro prima fatica, che risente delle caratteristiche tipiche dei primi lavori in cui si butta dentro tutto ciò che si ha in mente; questo tutto è però confezionato in maniera sapiente, con un continuo contrasto che viene indicato già nel bivio che annuncia il nome programmatico del gruppo, con questa voglia di apparire in sordina senza lettera maiuscola, che fa tanto k d lang, ma con la V che lì al centro nasconde un intento politico sovversivo da Vendetta, e a sua volta divide l’io dal bi, l’uno dalla coppia, il soliloquio dal dialogo. E così i brani diventano appunto un’altalena un po’ tra le due voci, una maschile e una femminile, ma anche tra qualcosa che viene inserito nell’album come momento sperimentale e canzoni su cui si fonda il senso stesso della loro poetica. Per citare un paio di esperimenti c’è addirittura un pezzo strumentale reggae prima del finale più prog, ovvero Pink Way che precede la sessione di 7 minuti di Martin Eden; e c’è anche un pezzo sperimentale che aumenta la velocità, Le Grand Carousel, legato al meno psicopatico precedente Vague a l’âme.
Quello che poi rimane di più è l’intuizione melodica, la canzone creata davvero per esprimere a pieno le proprie speranze in una comunione mondiale sempre più difficile, come in Down the Fields, un brano che se venisse sponsorizzato a modo dai demoni del marketing contemporaneo, potrebbe benissimo stare lì affianco ai pezzi di grandi band del mainstream. Cosa che mi auguro avvenga.

biVio
Beat Production
01. Clessidra
02. Lockdown in heaven
03. Shell of fears
04. Igor (Take me far away)
05. Down the fields
06. Anoche ayer
07. Questa non è una poesia
08. Vague à l’âme
09. Le grand carrousel
10. Pink way
11. Martin Eden
Karl Zimny
Natalia Bacalov: voce, violoncello - Martin Sevrin: voce, chitarra - Homero Prodan: voce, basso - Lorenzo Capparucci: batteria - Mix e mastering Patrizio Porri
Registrato presso lo studio di Patrizio Porri
Le batterie sono state registrate presso lo Stone Recording Studio, a cura di Gabriele Conti
2024
43:58
