Sta bene dove sta. Dove sceglie
di stare ancora, con la maturità e la volontà di un’auto-smitizzazione che non
fa altro che mitizzarlo ulteriormente. Sta bene dove sta, lì sul palco, da solo
con la sua chitarra a snocciolare perle vecchie (Quattro cani, Pezzi di vetro) e meno vecchie (Compagni di viaggio, L’angelo
di Lyon). E continua a starci bene, con il sorriso divertito di chi ama il
proprio mestiere, quando lo raggiungono i fidi musicisti a colorare con
tavolozze sempre in trasformazione i brani che hanno fatto la storia della
canzone italiana. Se si può osare un rimprovero al passato, diciamo anche che De Gregori sta pure meglio quando – pur
non rinunciando a vestire i suoi pezzi di arrangiamenti sempre nuovi – rinuncia
alla mania di stravolgerne anche melodia e armonia. E sta bene chi è seduto e
guarda una band compatta per gli anni di lavoro affiatato passati insieme, che
suona senza autocompiacimenti e senza sbavature, senza fare di più ma senza mai
fare meno del necessario affinché le canzoni abbiano la forza vecchia e la luce
nuova che la gente pretende da un concerto. Sta bene chi è venuto al palasport
periferico di una zona periferica (onore al merito di chi li organizza, i
concerti) per partecipare ancora una volta al fenomeno già visto ma sempre
miracoloso di un’assemblea, di un teatro in cui solo lo scambio reciproco, faticoso
e piacevolissimo tra il performer e
il pubblico può dare vita ad una rappresentazione veramente riuscita. Con tutte
le buone intenzioni di un uomo di spettacolo che vuole fuggire dalle voci di
popolo che per anni lo hanno voluto “principe” e, per questo, spiattella uno
dopo l’altro (quasi) tutti i meritati successi, anche delle hit-parade: Titanic, La leva calcistica della classe ‘68, Atlantide, Rimmel, La storia (da solo al piano), La valigia dell’attore, Viva l’Italia, Il bandito e il campione, La
donna cannone, Buonanotte fiorellino.
Con la bella novità, signore e signori, che non si secca più di eseguirle tutte
insieme, riappacificato con l’immagine di un grande autore sì, ma anche
genuinamente popular.
di un repertorio in cui anche le pietre minori brillano come diamanti. Sarà per
questo che tocca vette altissime anche con i rifacimenti coinvolgenti e
divertiti di una Battere e levare
velocizzata e solare, di una tosta Capo
d’Africa, di un’aggressiva L’agnello
di dio. E soprattutto con l’esecuzione commossa di Festival e Deriva, in cui
dà in tre-quattro minuti tutto quel che ha. Perché sta bene dove sta.
Francesco De Gregori: voce, chitarra e pianoforte
Alessandro Arianti: pianoforte e tastiere
Lucio Bardi: chitarre e violino
Paolo Giovenchi: chitarre
Guido Guglielminetti: basso
Stefano Parente: batteria
Alessandro Valle: pedal steel guitar, chitarre
Tutte le fotografie sono di Pierluigi Messina
Francesco De Gregori
Palabutangas, Monteruscello (Na)
03/12/2009
