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L’apertura è fulminante: Certe Notti, Il centro del mondo, Quella
che non sei
, I ragazzi sono in giro.
Emozione, vita, sudore, passione, la sintesi di quanto Luciano Ligabue sta scrivendo da quasi diciotto
anni: melodia ed elettricità fuse in uno stile inconfondibile, unico. Palco tra
l’industriale e l’ipermoderno con pale eoliche, pannelli solari, cisterne,
ciminiere e poi schermi di diverse dimensioni, luci, contributi video e
immagini grafiche, ad attorniare il suo rock’n’roll show.
Quando c’è da dare l’anima il
rocker emiliano non si tira indietro, non ci sono calcoli che tengano: a
livello di sonorità ha rimescolato le carte provando così a rimettersi un po’
in gioco: batterista e bassista (Michael Urbano e Kaveh Rastegar) provenienti dall’entourage
di Corrado Rustici, produttore di brani recenti come Niente paura e Il centro del
mondo
. Un turno di riposo alla
band che lo aveva accompagnato nel tour Ellesette 2007 (sette date a Roma e
sette a Milano: il sette è la costante numerologica di Ligabue), ed ecco sul
palco i fidati chitarristi Federico Poggipollini e Niccolò Fiorilli insieme
alle tastiere di Josè Fiorilli.

Dunque i fattori si invertono, ma
il risultato non cambia, perché il fuoriclasse perno di tutto è lui, che ha
bisogno solo di un palco per sprigionare il suo cuore, il suo approccio “di
testa” al rock’n’roll, l’esplosione fredda e raggelante che poi, improvvisamente,
diventa umorismo cinico ma partecipe. Un mediano sì, ma di quelli  atipici, amante delle geometrie ma al
contempo macinatore di chilometri, capace di reagire ad un fallo fischiato a
sproposito con il sorriso ironico e strafottente del leader.

La scaletta è perfetta nel suo
incedere e privilegia quasi tutti i classici. La band è quadrata e granitica
quanto basta, in palla come il primattore che «tiene botta» per tutta la durata
dell’esibizione. Era già così Ligabue diciotto anni fa quando venne a Roma a
presentare il suo primo lavoro in un locale che non esiste più, Il Castello, davanti
a duecento persone incredule che si trovarono di fronte questo scampato
all’Emilia Paranoica che raccontava storie di un bar, di una bambolina e di un
barracuda, ma anche di una via Emilia che arriva fino a Memphis e che ha come
miti personaggi perdenti per scelta ed elezione, capaci a vivere solo di notte perché
la notte è il loro rifugio ed in fondo è fatta per amare. Quella sera, oltre ai
suoi brani, attaccò un’indimenticabile Because
The Night
e tornò nella Capitale
due anni dopo, al Teatro Tenda a Strisce sulla via Cristoforo Colombo (anch’esso,
ahinoi, chiuso), per infiammare tremila anime a sorsi di lambrusco e
rock’n’roll. Ma Luciano Ligabue era già così anche quando portò il fantasma di
Elvis al Palaeur (oggi Palalottomatica) in un bagno di folla e successo che fu
quello del tour della consacrazione e poi negli anni successivi allo Stadio
Olimpico – che insieme a San Siro divenne la sua seconda casa dopo Correggio –
prima la sola curva e poi l’intero impianto, in un concerto rimasto mitico
perché funestato da una pioggia battente che non riuscì però a spegnere l’evento
incendiario che stava accadendo sul palco.

E’ sempre stato lo stesso Luciano
Ligabue, e neanche questa volta ci ha deluso. Fa niente se in questa ultima
puntata all’Olimpico mancano questo o quel brano – e d’altra parte il
repertorio sta diventando tanto vasto quanto l’affetto dei fans per i brani più
disparati – fa niente se per qualcuno due ore sono state poche – come se i
concerti fossero delle gare di resistenza e non, come invece devono essere, di
intensità. Il brivido c’è stato ancora, c’è stata ancora quell’emozione, il bisogno
di aggrapparsi ancora tutti insieme a quel sogno. Forse anche solo per urlare
contro il cielo, forse anche solo per sentire che siamo vivi e che, malgrado
tutto, teniamo botta.

Artista:
Ligabue
Location Concerto:
Stadio Olimpico, Roma
Data Concerto:
18/07/2008