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Non tutto nasce in modo lineare.

 

Roundabout, il nuovo disco di Giulio Scaramella, prende forma nel tempo, a partire da brani scritti in momenti diversi, poi messi da parte, persi, ripresi, lasciati maturare — e solo dopo trovano il loro centro.

 

Certe melodie, qui, non hanno fretta. Restano in attesa. Sedute ai margini del tempo, tra un’idea e una vita che cambia.

 

È il secondo album da leader per il pianista goriziano, dopo anni di attività soprattutto in progetti condivisi — da Fabrizio Bosso a Mauro Ottolini, da Vanessa Tagliabue Yorke a Francesco Bearzatti — che ne hanno definito il percorso. Qui, però, il discorso si fa più raccolto, più personale: un insieme di idee che si ricompongono in una forma riconoscibile.

 

La formazione classica resta una radice evidente: nel rispetto della forma, nella precisione del gesto. Gli studi al Conservatorio “Giuseppe Tartini” di Trieste, il lavoro sulla musica da camera, e poi l’apertura al jazz. Due direzioni che nella sua scrittura non si contrappongono: convivono. Da una parte il controllo della forma, dall’altra la possibilità — e la necessità — di lasciarla respirare.

 

I brani sono costruiti proprio su questo equilibrio. Le strutture ci sono, ma non chiudono mai del tutto: non cercano l’effetto, non rincorrono il virtuosismo come dimostrazione. Restano dentro una coerenza silenziosa, quasi ostinata. Melodia, timbro, dinamica: pochi elementi, ma attraversati fino in fondo.

 

C’è una sensibilità quasi orchestrale nel modo in cui si muove tra pianissimo e fortissimo. Ma senza mai diventare monumentale. Rimane umano, a misura di respiro — e soprattutto, a misura di ascolto.

 

Il dialogo con Jure Pukl è uno dei punti più riconoscibili del disco. Il sax non entra per sovrapporsi, ma per spostare la prospettiva: si intreccia al pianoforte, ne allarga il suono, lo porta altrove. Accanto, la sezione ritmica — Alessio Zoratto al contrabbasso e Luca Colussi alla batteria — lavora in sottrazione: sostiene, accompagna, ma senza mai irrigidire il movimento.

 

Il titolo, Roundabout, suggerisce un’immagine semplice: quella di un movimento circolare. Non un giro a vuoto, ma un ritorno che ogni volta cambia leggermente direzione. Questa logica attraversa tutto il disco: temi che ritornano senza ripetersi, ostinati che spostano l’asse, finali che non chiudono del tutto ma lasciano qualcosa in sospeso.

 

Anche la costruzione dell’album segue questa idea. Piano solo, duo, trio e quartetto si alternano, come se cambiasse continuamente la distanza dall’ascolto. I brani in solo sono più interni, più concentrati; quelli d’insieme aprono lo spazio, lavorano sulla relazione.

 

Le composizioni originali funzionano come episodi distinti ma collegati. La title track è uno studio per pianoforte solo su un ostinato irregolare, che cresce per accumulo e si interrompe quando sembra trovare una stabilità. A Short Story tiene insieme tre elementi diversi in un equilibrio fragile, che si assottiglia fino alla chiusura.

 

Nei brani d’ensemble, Fotografia si sviluppa attorno a un tema lirico che passa tra piano e sax, mentre la ritmica lavora più sul colore che sulla pulsazione. L’autobus che non ho preso, in trio, procede per piccoli scarti, quasi come una serie di possibilità che si aprono e si richiudono. In Può succedere la tensione è soprattutto ritmica: sotto una linea semplice si muove qualcosa di instabile, che sposta continuamente il centro. Bedtime parte in modo raccolto, in punta di piedi, e si apre progressivamente a una sezione improvvisata più ampia, una sospensione collettiva.

 

Anche le riletture non interrompono il flusso. Lo allargano. Deep River, spiritual afroamericano, viene riportato a una dimensione essenziale per pianoforte solo, legata anche all’esperienza diretta di Scaramella con cori gospel. The Mozdok’s Train di Anouar Brahem mantiene il carattere sospeso dell’originale, ma viene interiorizzata al punto di sembrare propria. E in Meine Lieder di Johannes Brahms succede qualcosa di ancora più evidente: il sax prende il posto della voce originale, mentre la struttura del brano si apre a momenti di improvvisazione. La scrittura resta riconoscibile, ma cambia prospettiva. Più che una citazione, è un passaggio di linguaggio.

 

È forse questo il punto più forte del disco: non c’è frattura tra i mondi. Classico e jazz non dialogano da opposti. Coesistono.

 

Come se fossero sempre stati la stessa lingua, detta in modi diversi.

 

Roundabout
Foto di Dan Codazzi
Artista:
Giulio Scaramella
Etichetta:
nusica.org
Elenco Tracce:
01. Può Succedere
02. The Mozdok’s Train
03. Fotografia
04. Bedtime
05. A Short Story
06. L’Autobus Che Non Ho Preso
07. Roundabout
08. Meine Lieder
09. Deep River
Produzione Artistica:
Mix e mastering: Stefano Amerio (Artesuono)
Musicisti:
Giulio Scaramella – pianoforte Jure Pukl – sax soprano, sax tenore Alessio Zoratto – contrabbasso Luca Colussi – batteria
Anno di Uscita:
2026
Durata:
41:00