
Al nostro primo viaggio in treno eravamo seduti e ancora troppo piccoli per poggiare i piedi per terra. Lo sguardo rivolto verso il finestrino e noi a soffiare caldo sul vetro per poterci disegnare col dito e giocare con la fantasia; e guardavamo fuori, oltre il vetro, le persone scorrere lungo la linea gialla, le case allontanarsi e persino gli ulivi andar via tutti insieme, sincronizzati come una banda musicale pugliese.
Ora siamo ancora su questo treno ma stavolta coi piedi per terra, abituati all’idea comune che alcune cose per natura restano ferme oppure vanno via, e maturando la convinzione che altre le sentiamo più vicine e leggere proprio quando le lasciamo andare. E in casi come questi le canzoni spesso (e volentieri) aiutano a costruire una nuova grammatica per elaborare il distacco e restituirci più fieri ai giorni: un ottimo esempio è il secondo album di Rosita Brucoli dal titolo Siamo stati guai, pubblicato il 14 novembre 2025 per l’etichetta Sound To Be.
La cantautrice pugliese, classe 1999, concretizza un lavoro artistico durato tre anni il cui processo centrale è stato la metabolizzazione della scomparsa del padre. Proprio presentando questo suo secondo album, l’artista ha dichiarato di aver provato a scrivere di altro ma non le è stato possibile, testimoniando così la necessità di esprimere un dolore, e dunque attraversarlo, conoscerlo, come fase preziosissima di un percorso attivo e di apertura al nuovo, per una convivenza sostenibile dell’assenza.
Siamo stati guai è composto da nove brani in cui la cantautrice esplora gli stili con grande versatilità e offre simboli e immaginari precisissimi senza però delimitare le possibilità di interpretazione da parte dell’ascoltatore: questo potenziale moltiplicativo è una delle caratteristiche più interessanti del progetto e indica il grande lavoro di scrittura che ne è alla base. Spesso, infatti, quando i temi affrontati sono estremamente personali, per l’artista il rischio di autoreferenzialismo è dietro l’angolo, ma qui non accade perché l’impegno è stato davvero profondo, sia in fase di pre-produzione che di produzione in studio (ad opera dalla stessa Brucoli insieme a Ramiro Levy e Alessandro Di Sciullo).

L’album si avvia con il brano Un fiore, accompagnandoci verso uno di quegli ingressi semplici tipici di una casa di campagna che in poco tempo accoglie, fa accomodare e sentire al sicuro, con il racconto posto in prima persona plurale e le note vocali appositamente modulate in più direzioni. Crisi di panico invece è l’esempio perfetto di come si rappresentano musicalmente le sensazioni corporee: un tappeto di bassi molto freddi, il ritmo che singhiozza parallelamente ai battiti del cuore (bpm, appunto), e intelligentemente la voce si eleva nominando il sintomo per sbrogliare la matassa. In diversi brani troviamo alcuni passaggi che quasi mostrano la genesi compiuta dalla penna allo stereo, ovvero suggerendo entrambe le prospettive della quarta parete, generando un impatto emotivo che è dettaglio sicuramente brillante dell’album nel suo complesso: come in L’amore va quando l’autrice canta “ho immaginato di essere alcool per farmi strada dentro al tuo corpo e non farti male, ma non può funzionare”. Difficilissimo scriverlo, un abbraccio ascoltarlo.
In Siamo stati guai, e come sovente accade nei concept album, la narrazione si evolve da sé ascoltando le canzoni in ordine di elenco col tema che si sviluppa parallelamente su più livelli, quelli squisitamente sonori del brano e quelli invece più lirici e sospesi, che insieme dialogano e si arricchiscono man mano che si prosegue, come una doppia elica che codifica la sua identità e la sviluppa nella genetica del progetto artistico.
Un album che si regge benissimo solo bilanciando voce, pianoforte e strumentazione elettronica, e che mostra la tecnica e la convinzione che Rosita Brucoli ha maturato negli anni: insieme a Niccolò Fabi all’interno del ‘Reset Festival 2017’ di Torino, nelle aperture dei concerti di Willie Peyote, Colapesce, Carmen Consoli, Anna Carol, Giulia Mei e due volte gli stadi per i Negramaro, i riconoscimenti prestigiosi come il ‘Giffoni Music Concept Award 2021’, il ‘Premio Nebbiolo 2022’ e il premio per la miglior composizione e testo originali al ‘Musicante – In viaggio con Pino Daniele 2025’, e nel mezzo la formazione accademica in canto pop presso il Conservatorio “G. Verdi” di Milano.

Questo album è un percorso di nove brani in cui Rosita prende per mano il lutto senza negarlo ma anzi accogliendo il nuovo che verrà, dimostrando tutta la funzione generativa del per-dono, qui inteso come il “tornare a donare”.
In poco meno di mezz’ora la cantautrice ci instilla l’ipotesi per cui possono esistere forse storie tristi ma mai, mai mai, canzoni tristi: anche per il solo fatto di rielaborare un vissuto, scavarlo e come un albero trasferirlo in un nuovo terreno; e poi modellarlo ancora in studio di registrazione, cantarlo centinaia di volte calibrando sempre fiato e sospiri, condividerlo con colleghi, annunciarlo alle persone care; infine inciderlo addirittura su vinile come per poterlo abbracciare e poi da un palco osservare gli angoli delle labbra che si levano nei sorrisi delle persone che lo ascoltano. No, non vi è debolezza in tutto questo. Non esistono canzoni tristi.
Esistono piuttosto album necessari: Siamo stati guai di Rosita Brucoli è un vero atto di catarsi aristotelica, oltre che esempio della nuova scena cantautorale italiana.
(foto tratte dai social ufficiali dell’artista)

Rosita Brucoli
Sound To Be / Ada Music Italy
01. Un fiore
02. Bambina
03. Crisi di panico
04. Agente!
05. L’amore va
06. Non vuoi più drogarti alle feste
07. Lasciamo papà
08. Siamo stati guai
09. Nuovo inizio
Rosita Brucoli, Ramiro Levy, Alessandro Di Sciullo
