Succede al sabato sera, nella
giornata iniziale delle due previste per la decima edizione di “un’avventura, le emozioni”, il
festival-tributo che il comune di Molteno organizza da dieci anni a questa
parte per ricordare il concittadino Lucio
Battisti, che qui visse per tanti anni e morì nel 1998. Succede quando Maurizio Vandelli, sul palco con la sua
band caricata a mille, forse un po’ troppo per il contesto non esattamente “di
piazza” del festival – e con qualche suono decisamente grossolano, soprattutto per
quanto riguarda le tastiere – tra un brano proprio (Ho in mente te), uno di Dalla (4-3-43’,
che a Sanremo il bolognese portò insieme all’Equipe 84), uno di Adelmo e i suoi
Sorapis (Ballantine blues) e una
manciata di Vasco, Lennon e dei Beatles (Ladri
d’amore, che il rocker di Zocca ha scritto proprio per lui, ma anche Albachiara, Vita spericolata, Imagine
e Let It Be), infila “anche” le
canzoni di Lucio Battisti. Il coro del pubblico, oltre cinque mila persone, è
vigoroso, enorme, unico. Direte: sì,
ok, siamo ad un festival dedicato a Battisti, come potrebbe essere altrimenti?
Ma quando diciamo “unico”, intendiamo proprio “unico” nel vero senso della
parola. Una-sola-voce. E’ lì che si capisce lo spirito
di questo festival che tutto è tranne che un qualcosa di nostalgico. Perché il
popolo battistiano la musica non la ascolta, la vive. E non è a Molteno per
ricordare o rimpiangere «il grande Lucio» (lo chiamano tutti così): è a Molteno
semplicemente per continuare un qualcosa che è morto solo a livello biologico,
ma non a livello emozionale e immaginativo. Il popolo battistiano è anche
giovane, ma è soprattutto formato da persone che Battisti lo vissero in prima
persona, lasciando che le sue canzoni (con le parole di Mogol) facessero da
accompagnamento o da controcanto – anche qui: intendiamo proprio “accompagnamento”
e “controcanto”, e non due altre parole a caso – alle loro vicende quotidiane.
Trovarsi una volta all’anno al Parco di Villa Rosa della cittadina brianzola, a
pochi metri da dove Battisti visse ed è sepolto, è il loro modo per riaffermare
che la sua musica non è né scomparsa né rimasta, ma esiste ancora, tutti i
giorni, nelle loro vite. “un’avventura, le emozioni” è un festival che, come il titolo
spiega bene, offre al pubblico sia i brividi delle canzoni suonate dal vivo che
la vicenda biografica della coppia Battisti-Mogol. A margine dei concerti
l’interessantissima mostra allestita da Italo
Gnocchi presenta una serie infinita di pubblicazioni discografiche e
librarie sui nostri, mentre l’incontro-dibattito della domenica mattina è
l’occasione per fare il punto di tutte le uscite su Battisti degli ultimi
dodici mesi insieme ad alcuni ospiti (quest’anno Niccolò Agliardi che ha presentato il romanzo “Ma la vita è
un’altra cosa” scritto con Alessandro Cattelan, nel quale uno dei capitoli è
dedicato a Balla Linda).
Sul fronte musicale la prima
giornata è stata aperta dalla canzone d’autore blueseggiante di Stefano Tessadri che oltre ai suoi brani (dal mood tipicamente waitsiano:
vedasi Dove andrai e Gli ammazzacommissari) ha anticipato l’omaggio
di Vandelli con una fin troppo coraggiosa rilettura flamencata de I sacchi della posta (da “Cosa succederà
alla ragazza”). Nella seconda giornata invece musica fin dal pomeriggio con una
serie di artisti esordienti e cover band a proporre brani propri e ripescaggi
fra i più disparati nel canzoniere battistiano. Iniziano Sauro Giussani e La Radeau de la Musique con la loro canzone
d’autore leggermente teatralizzata, poi il folk venato di psichedelìa di Davide Santi e i Mono Ensemble e il
songwriting al femminile di Angelica
Lubian (che fa sua Il vento con
grinta e visceralità). Infine uno dei maggiori interpreti in Italia del
repertorio battistiano, Bruno Conte,
il quale con una band numerosa che comprende anche archi e fiati ripropone in
maniera filologica ma non troppo alcuni dei più celebri brani di Lucio. In serata chiusura con le
jazz-ballad della sempre ottima Laura
Fedele, che oltre a tre brani dal suo recente “Monna Lizard” (Monna Lisa di Graziani, Amore che vieni, amore che vai di De
Andrè e l’autografa Sparami) rilegge
ancora Il vento dandole un’aurea
quantomai eterea ma al contempo carnale. E poi il concerto di Edoardo Bennato che propone un set
molto elettrico in compagnia di una band giovane e in stato di grazia. Il
cantautore napoletano di brani battistiani non ne fa, ma racconta durante la
sua lunga ed energetica esibizione di come il riff de Il tempo di morire derivi direttamente da un rock’n’roll di Chuck
Berry, accennando solo per un attimo il brano. E in quel momento il popolo di
Battisti si fa trovare ancora una volta pronto, vivo, contento. Di prolungare
nel futuro, e con una voce sola, la magia di un artista che è stato la poesia,
popolare nel senso più nobile del termine ed incredibilmente emozionante, di
tantissime persone.
Parco di Villa Rosa, Molteno (LC)
06/09/2008
