Un ben gruppetto di cd di Roberto Magris ancora da pubblicare e poi il solito corredo di incisioni fresche di stampa

Apriamo con una ghiotta primizia: il pianista Roberto Magris (foto qui sopra), triestino ma ormai da tempo mezzo americano, assiduo frequentatore di questa rubrica, ci ha fatto pervenire con congruo anticipo, tutti insieme, cinque cd che usciranno in autunno per celebrare il ventennale dell’etichetta JMood e la sua conseguente collaborazione col patron della stessa, Paul Collins.
Si tratta in effetti di registrazioni, tutte rigorosamente dal vivo, che coprono giusto un ventennio, dal 2006 a oggi. La prima, Live in Hollywood, coglie Magris al Catalina Jazz Club alla testa di un quartetto in cui spiccano Tony Lakatos al sax tenore e il glorioso bassista Art Davis (Monk, Coltrane, Gillespie, Tyner e Roach i suoi principali capigruppo, e scusate se è poco…), scomparso meno di un anno dopo questa incisione. Ognuno fa in pieno il suo dovere, per un jazz fresco e largamente storicizzato.
Al 2008 risale poi Broken Barriers, con Magris alla testa dell’Europlane Quintet, in cui spicca il raddoppio dei sax, Florian Bramböck e ancora Lakatos, soprattutto nei brani finali in cui imbracciano entrambi il soprano con effetti a tratti ribollenti. In Come Lately si torna al quartetto con un unico sax, che è poi l’alto di Herb Geller, cofirmatario del cd, altra gloria del jazz d’antan, all’epoca di questo live (2009) ottantunenne (se n’è andato anche lui non molto tempo dopo, nel 2013), suono ancora brillante, perfettamente in palla. Da sottolineare, qui, anche la presenza del batterista padovano Enzo Carpentieri, a sua volta scomparso, poco più che sessantenne, nel 2021. In Wind Summit (2014) è invece di nuovo all’opera un quintetto con doppia ancia (nonché flauto) per un jazz molto fluido, disinvolto. L’attualità è infine garantita dall’ultimo album del lotto, Live in Mexico City, incisione di fine 2025 con Roberto Aymes al contrabbasso e Luis Martinez alla batteria, otto brani (uno doppio) di cui un paio dello stesso Magris, come fedele fotografia di ciò che è il pianista oggi nella dimensione più raccolta (ma nello specifico piuttosto vitale) del piano trio. Una bella scorpacciata davvero.
Recuperando ora i nostri più abituali percorsi, eccoci a tre duetti.
Il primo vede un altro pianista friulano, Claudio Cojaniz, accanto al violoncellista Antonino Puliafito per quello che è il ventesimo album da lui (nel senso di Cojaniz) inciso per la veneziana Caligola, Zec, sette brani del pianista che denotano un approccio – sarà per lo strumento dirimpettaio – particolarmente incline a una postura classicheggiante, ciò che in qualche misura si coglie pure in Alianti (Abeat), in cui un altro pianista, Simone Locarni, duetta con la tromba (anche sordinata) dell’inglese Tom Arthurs. L’aplomb, come detto, è analogo, sobrio, controllato, per un album di ammirevole, elegante fattura. Il terzo cd in duo, Infant Eyes (Caligola), affianca per parte sua il pianista Paolo Vianello, a sua volta non certo immune da influenze classiche, al sopranista Gigi Sella. Anche in questo caso impeccabile l’aplomb, per sonorità più inclini a una sospensione (spesso una cantabilità) di afflato onirico. Brani tutti del grande Wayne Shorter.
Con Perspectives (Aut, come i due cd che seguono) del giovane batterista Giovanni Nardiello, in trio o quartetto con l’aggiunta della voce di Noemi Fiorucci, tali atmosfere si fanno ancor più palpabili (almeno nei brani più elastici, sognanti, tipo l’iniziale Through), dando vita a un album il cui spessore – nonché una certa originalità – si palesa poco per volta, lasciando la sensazione finale di aver comunque assistito a qualcosa di creativamente e architettonicamente saldo. Tutti di Nardiello i nove brani.
Trio più occasionalmente voce anche in Dreams Must Explain Themselmes del Bassism Trio, ance, batteria ed elettronica varia per Enrico De Fabritiis, Alberto Popolla e Ferdinando Faraò. Disco assai particolare, articolato fino a un minimo di dispersività, ma comunque tutto da ascoltare in virtù, appunto, di tracciati mai ovvi, cosa che ancor più vale per l’eccellente Requiem for Democracy (e già…) a firma del trombettista (ecc.) Flavio Zanuttini, già noto per non confezionare mai album banali, come qui prontamente ribadisce, agglomerandosi con clarinetto, corno francese e altro. Toni vagamente cameristici (ma con più o meno episodiche impennate), ricchi di inventiva e lodevole gusto per la ricerca.
Al confronto decisamente più canonico, ma pur sempre di pregevole fattura globale, Transitivo (Dodicilune) del chitarrista Luca Crispino, in quartetto con un’eminenza del flauto come Stefano Benini, più basso e batteria. Pagine chiare (otto, tutte di Crispino), molto educate, a tratti effettate da un uso comunque non eccessivo dell’elettronica, che peraltro finisce per spersonalizzare un po’ il suono d’insieme, laddove in Camera Funky (Cose Sonore) del sassofonista (alto e soprano) Ivan Valentini l’elettricità (chitarra e basso, in quintetto) è al servizio di quanto ci dice il titolo stesso del cd, funkeggiamenti insistiti ma belli rotondi, genuini, senza troppi fronzoli, per un cd coeso e conseguente (meno convincente, sempre di Valentini, il coevo Look at Something Closely, in quartetto).

Concludendo con due album a organico più nutrito, eccoci a Monkian Florilegio (Dodicilune) del sestetto (in un caso settetto) di quella che è ormai una coppia di fatto, composta dal vibrafonista Sergio Armaroli e dal trombonista Giancarlo Schiaffini, con fra gli altri Emanuele Parrini al violino e Giovanni Maier al contrabbasso. Rovistando ancora una volta nello scrigno senza fondo del grande Thelonious, i Nostri pescano un nuovo jolly, anche grazie al sapiente uso della voce di Giulia Cianca. Cd preziosissimo.
E chiudiamo dunque con un album, doppio (in realtà della durata di un singolo lungo), che coinvolge un bel po’ di artisti e dove la voce ha una doppia valenza, in più (Karla Khilstedt e Valeria Sturba, presente in due dei dodici brani) o in meno (i recitativi, sparsi qua e là, di Tom Raworth). Trattasi di A Decent Run (We Insist!), a paternità condivisa fra lo stesso Raworth (suoi i testi) e Giancarlo Nino Locatelli (foto sopra), con all’opera il ben noto Pipeline, formazione a organico variabile (qui più che mai) che anche in questo caso sa tirar fuori le unghie quando si tratta di dire la sua. Sperimentazione convinta ma mai troppo spinta sull’abisso.
Fonti fotografiche: reddit.com (Monk), Joachim Maquet (Magris) e Alberto Bazzurro (Locatelli).
AA.VV.
