Non è uno di poche parole Vinicio Capossela e alla presentazione
del suo nuovo disco Da solo, in
uscita oggi 17 ottobre su etichetta Warner, sommerge i giornalisti arrivati al
Teatro Verdi con una delle sue affascinanti affabulazioni, intervallando le
parole all’esecuzione di sei pezzi del cd. Come per ogni suo lavoro, anche
questa nuova fatica nasce da una storia, che però rispetto al precedente
“Ovunque proteggi” non ha nulla di mitologico ma nasce nell’intimità di casa:
«“Da solo” è nato in poche settimane, nella solitudine della mia casa con vista
sulla Stazione Centrale. Era circa un anno fa e stava arrivando l’inverno e
accanto al pianoforte restavano alcuni taccuini neri e quaderni a righe di
scuola pieni di appunti. C’erano sopra un po’ di conti da regolare, questioni
personali, perché questo, a differenza degli ultimi lavori, non è un disco
mitologico o di fantasia, o di storia, geografie e scienze». Conti da regolare proprio mentre
l’inverno arriva, stagione che a detta di Capossela sta però scomparendo:
«Questo disco è anche un atto di protesta contro la sparizione dell’inverno,
del quale ormai rimane solo la foschia. Proprio un anno fa io ed Enrico
(Gabrielli, ndr), che oltre ad essere
un grande musicista è anche un grande tagliatore di zucche, stavamo tagliando
una zucca per Halloween e nei cinque giorni in cui questa zucca raggrinzendosi
si è trasformata da carrozza fatata in vecchia strega sono nati la maggior
parte dei pezzi del disco, con cui ho fatto i conti con me stesso, e infatti
queste canzoni sono quasi tutte degli inni, con una loro piccola solennità, la
solennità che serve quando ci si deve far trovare in piedi dalla vita». Ma il titolo “Da solo”, oltre
all’intimità, rimanda anche ad una certa “solitudine” voluta durante la
lavorazione del disco? «Questo è il primo lavoro di cui sono l’unico
responsabile, ma poi sono tante le persone che mi hanno accompagnato, anzi mal accompagnato. Le
canzoni sono nate tutte dal pianoforte in una stanza realisticamente assediata
dallo scorrere dei tram. Tram che avrebbero potuto figurare anche in copertina,
parafrasando l’“Alone in San Francisco” di Thelonius Monk. Ed io ad un certo
punto un tram l’ho preso e mi sono ritrovato al Golden Gate». Sì, perché “Da
solo”, nato nella solitudine milanese, si è poi spostato negli Stati Uniti,
anche grazie ad alcuni concerti tenuti oltreoceano: «Abbiamo cominciato a
registrare durante la scorsa Epifania e poi siamo dovuti andare in America per
alcuni concerti. Là ho scoperto, suonato e registrato con l’organo Mighty
Wurlitzer, uno strumento che da noi non c’è, un vero organo da cinema e da
circo che abbiamo usato per Il gigante e
il mago. Sempre là ho conosciuto anche JT
Foster, che in passato ha prodotto anche il mio amico Marc Ribot e che sa
mettere nei dischi quella giusta “distanza” che serviva a questo lavoro. Poi
siamo andati a suonare ad un festival a Austin e siamo passati da Tucson, dove
abbiamo registrato coi Calexico due
pezzi: La faccia della terra, che ho
scritto proprio negli Stati Uniti dopo aver letto “Racconti dell’Ohio” di
Sherwood Anderson, una specie di Spoon River dei vivi dell’America biblica e
rurale, e Polpo d’amor, che è finito
nell’edizione italiana del loro disco uscita poche settimane fa». Tutte collaborazioni che hanno
portato quei suoni atipici di cui “Da solo” trabocca, a partire da quelli
prodotti dagli «strumenti inconsistenti» che fanno da contorno al pianoforte:
«Gli strumenti inconsistenti sono quegli strumenti che evocano gli spettri e i
ricordi, come l’organo a bicchieri, il theremin, la chitarra a pedale,
l’autoharp ai quali io e Asso (Alessandro
Stefana, che con Capossela ha prodotto il disco, ndr) siamo appassionati», oppure il pianoforte Tallone «costruito
dall’accordatore di Arturo Benedetti Michelangeli, uno strumento che abbiamo registrato
per Il paradiso dei calzini in una
notte di gennaio sul lago d’Orta, quando finalmente l’inverno si è fatto
sentire», fino a timbri più convenzionali come quelli degli ottoni «da Esercito
della Salvezza, orchestrati da Enrico
Gabrielli, che si è occupato di tutte le orchestrazioni del disco». Dunque un disco che è stato fatto
“Da solo” ma fino ad un certo punto l’ultimo di Capossela, e che vede una sorta
di collaborazione – seppur attraverso il tempo – anche nella scrittura dei
brani, in particolare in quello di chiusura dove ritorna forte il tema della
salvezza già indagato in “Ovunque proteggi”: «Le canzoni del disco sono tutte
mie ad eccezione dell’ultima Non c’è
disaccordo nel cielo, che riprende il titolo di un vecchio inno religioso
composto nel 1914 da Frederick Martin Lehman, uno specialista del genere. Pare
che abbia scritto questo brano mentre si trovava in grandi ristrettezze
economiche. Il testo non è la traduzione dell’originale, ma il mio modo personale
di sentire l’argomento. Un cielo alla portata delle preghiere di tutti, che
forse ci accoglierà e forse si farà trovare vuoto, ma dove finiscono di sicuro
le lacrime di quando ci siamo sentiti migliori».
