La sfida dei Duin non è
semplice: miscelare suoni mediterranei con atmosfere celtiche. Questo gruppo
palermitano ha però nella sua faretra diverse frecce e si muove con
disinvoltura in questo tentativo di mettere in musica le proprie origini senza
rimanere schiacciati da un’agiografia spesso imperante che va sotto il nome di
“musica etnica”. La voce piena e intonata di Sara Romano, che suona anche
chitarra e marranzano, è ben supportata da un gruppo di musicisti ben
amalgamati, che vedono nel violino di Roberta Miano uno dei puti di forza.
L’uso del dialetto siciliano, palermitano in particolare (ma spesso nelle loro
canzoni fanno uso anche dell’inglese oltre che dell’italiano) rende tutto più
omogeneo e le percussioni suonate da Armando Fiore riescono a legare le
ritmiche incalzanti del basso (Giuseppe Arici) e le melodie di Carmelo Clemente
al piano e tastiere.
Il gruppo è molto giovane
(nascono alla fine del 2008 e hanno preso il loro nome da un vocabolo “elfico”
che significa fiume) e hanno già avuto
riconoscimenti anche fuori dai confini siciliani. Certo, non possiamo parlare
di uno spessore live acquisito sul campo da decine e centinaia di concerti, ma
sicuramente la strada intrapresa li pone al riparo da rischi “folkloristici”
sempre insidiosi quando si usa il dialetto.
Per quel che riguarda i
testi (tutti di Sara Romano) riescono ad appoggiarsi con leggerezza sui brani
arrangiati con gusto, grazie alla creatività di ogni musicista, facendo sì che
gli arrangiamenti siano firmati con il nome del gruppo stesso, a riprova che
nella parte strumentale la voglia di portare il proprio contributo riesce a
trovare una sintesi che funziona.
