Quanti ricordi e quanta nostalgia nelle foto di Guido
Harari che compongono la mostra “Sguardi randagi”, che la Banca Popolare
di Lodi ha fortemente voluto nell’ampio ed accogliente spazio espositivo di
Via Polenghi Lombardo, in quel di Lodi. Centodue splendide fotografie
ripercorrono momenti cruciali della vita
di Fabrizio De Andrè e rendono immortale l’immagine dell’autore
più caro agli italiani, quelli innamorati della canzone d’autore, quelli capaci
ancora di indignarsi di fronte alle ingiustizie, in grado di riconoscere il
bello dal brutto ed il giusto dall’ingiustizia. Il “popolo” di De Andrè
è composto da persone che non amano i compromessi e che attraverso le canzoni dell’artista
genovese sono cresciuti nella coscienza civile e nella consapevolezza di che
cosa non funziona, in questo Paese, nel mondo, dentro noi stessi. Il “popolo”
di De andrè è parte di una vasta famiglia che sa ancora commuoversi
nell’ascoltare La canzone di Marinella, sorridere all’ascolto de
Il gorilla, riflettere alle parole de Il testamento di Tito,
gioire alle note de Il pescatore.
E le foto di questa mostra,
atto finale di un ideale percorso che Harari ha composto per il suo amico
Fabrizio (ricordiamo lo splendido libro “Una goccia di splendore”, il
successivo “Evaporati in una nuvola rock”, prodotto in simbiosi con Franz
Di Cioccio, con il racconto della tourneè con PFM e la straordinaria mostra
che ha visto l’atto iniziale nei cinque mesi di permanenza a Palazzo Ducale, in
quel di Genova) son davvero un tuffo al cuore. Vent’anni della vita di De
Andrè, della sua famiglia, dei musicisti che con lui hanno collaborato, fissati
dagli scatti memorabili di Harari, capace di cogliere momenti di profonda
introspezione, attimi di intimità (memorabile la foto di De Andrè sdraiato nel
suo letto, circondato da libri e giornali, così come quella in cui Dori
Ghezzi funge da barbiere ad un De Andrè, con gli occhiali, assorto nella
lettura di Musica!, allora atteso inserto settimanale de “La Repubblica”.
Le
foto sono come un percorso di vita, anche della nostra vita, che ci conduce nei
meandri della memoria, lasciandoci certamente sognare ma mantenendo aperto e
vivo quel contatto con la memoria che tanto è necessario, soprattuto oggi, per
non cadere vittime del conformismo oppure del pensiero debole che attraversa
l’odierna società. Quel pensiero che De Andrè aborriva perchè nelle sue canzoni
i protagonisti erano gli uomini e le donne, le miserie e le aspettative, i
sogni e i dolori, il sorriso e la malinconia. E tutte queste situazioni, questi
sentimenti irrompono dalle fotografie abbracciando chi vi si pone di fronte.
De
Andrè con la PFM
a rappresentare la forza di un manipolo di artisti decisi a scardinare il consolidato
conformismo di chi “se ti piace De Andrè non ti può piacere la PFM e viceversa”. De Andrè
e la tenuta L’Agnata, in Sardegna, a rappresentare il rapporto forte ed
inscindibile con la terra, la natura, il mistero della vita. De Andrè ed i
figli, a rappresentare il passaggio delle generazioni che si confrontano, si
sfidano ad, alla fine, si amano. De Andrè e Dori Ghezzi, a rappresentare
l’amore e la sfida quotidiana dell’accettazione dell’altro, con tutte le sue
contraddizioni ma, soprattuto, con tutti i suoi valori e le sue possibilità di
crescita umana e spirituale. De Andrè ed il palco, legati da un connubio di
odio ed amore che, però, ha prodotto momenti di indimenticabile splendore
artistico. De Andrè ed il pubblico, uniti in un abbraccio quasi fisico, forse
apparentemente inusuale per il sentito dire nei confronti dell’artista
genovese, eppure da lui così ricercato, stimato, amato. De Andrè ed un
termosifone, in un’inusuale momento di rilassatezza, impensabile da fotografare
nei tempi odierni, tutti colmi di finzioni ed ipocrisie. De Andrè e la cultura,
immortalati in un bellissimo scatto, abbracciato a Fernanda Pivano.
De
Andrè e Fabrizio, in alcuni memorabili primi piani, che rimandano sguardi che
entrano dritti nel cuore e che lasciano opportunamente inquieti coloro che vi
si pongono di fronte. De Andrè e la solitudine, ripresa in attimi fuggenti, nel
corridoio di un teatro, sui graditi di un palco, ritto su una barca, con la
chitarra in grembo e la voce, sentita mille volte, a solleticare la memoria. De
Andrè, ed io e tu che stai leggendo, legati a doppio filo dalle sue parole
impresse su un pannello della mostra che, tra le altre, recita: “La gente
chiede ai cantautori certezze ma io ho da darle solo dubbi”. Pensando alle
sue canzoni viene spontaneo pensare che i dubbiosi non possano che rigraziarti
per sempre, Fabrizio…Rosario Pantaleo
