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Il 29 Aprile 2017 torna ChitArsNova, rassegna dedicata alla chitarra classica che, in linea di continuità con le edizioni precedenti,  si propone di mettere in evidenza giovani talenti seppur gi ...

L’Isola incontra Sergio Sacchi, nuovo direttore artistico del Premio Tenco. Una lunga chiacchierata per approfondire meglio i temi caldi (e le persone) che si muovono oggi intorno alla canzone d’autore

La parola come cuore pulsante nella canzone d’autore

La voglia e la necessità di rimettere al centro i contenuti

Ci sono momenti significativi nel percorso di una testata che vanno vissuti e condivisi fino in fondo con i propri lettori e il cambio di Direzione Artistica del Premio Tenco è per L’Isola che non c’era, realtà che da oltre vent’anni opera esclusivamente sulla musica italiana, uno di questi.

Enrico de Angelis, validissimo timoniere e immagine esterna dalla scomparsa di Rambaldi in poi, qualche mese fa ha lasciato la direzione artistica rimettendo tutto nelle mani del Direttivo. Un passaggio certamente non indolore, carico di incomprensioni reciproche e così, a fine febbraio, in un’assemblea molto “calda”, si rimescolano le carte e il nuovo direttivo che ne esce nomina Sergio Secondiano Sacchi nuovo direttore artistico (in alto in una foto di repertorio con Antonio Silva). Di questa vicenda, che comunque internamente lascia ferite e livori difficili da smaltire a breve, quel che ci riguarda è toccare con mano cosa cambierà ‘esternamente’ nella nuova gestione (non solo per la parte artistica, ma nel suo complesso). Da sempre vicina a tutto il mondo “Tenco”, L’Isola ha vissuto con grande disagio la spaccatura interna che si era venuta a creare, vuoi perché il rapporto umano e artistico con Enrico de Angelis è sempre stato di grande empatia, vuoi perché con molti dei protagonisti rimasti esiste un rapporto di stima sincera da molti anni, come con Antonio Silva, Stefano Senardi, Graziella Corrent e, ovviamente anche con Sergio Sacchi, protagonista anch’egli (come de Angelis e Silva) di quella grande famiglia capitanata da Amilcare Rambaldi fin dagli inizi degli anni Settanta.

Ma ora è tempo di lasciare da parte i ricordi e guardare avanti. L’Isola crede fortemente che una realtà come il Premio Tenco sia necessaria per la difesa e la crescita della canzone di qualità in Italia e farà di tutto per dare voce alla portata “istituzionale” che ricopre. Aldilà degli uomini che la guidano per un determinato periodo. Infatti le vicende interne di queste settimane non interessano, giustamente, la stragrande maggioranza degli artisti e addetti ai lavori e una decisione seppur sofferta è stata presa. Stop. Andiamo avanti.
Fidiamoci e nessun processo alle intenzioni di chi quella decisione poteva prenderla e l’ha presa democraticamente. Quel che invece riguarda tutti è cogliere questa occasione di forte transizione per ridefinire, alla luce dei mille cambiamenti che ci sono stati negli ultimi decenni, cosa significa oggi canzone d’autore e cosa si potrà fare per dare maggiore visibilità a chi non vuole campare solo di cover o di scimmiottamenti d’oltreoceano o d’oltremanica.

Abbiamo incontrato quindi il nuovo direttore artistico e quel che ne è uscito è un’intervista ricca di spunti e di idee costruttive, ‘con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro’, per dirla come Pierangelo Bertoli.

È lunga, molto lunga, lo sappiamo, ma l’incontro con Sacchi in un pomeriggio milanese non meritava di essere circoscritto ad un certo numero di battute.
Lo dicevamo prima, è un momento chiave anche per L’Isola e vogliamo condividerlo con voi. Gli abbiamo dato modo di spiegare bene molti passaggi che nelle scorse settimane avevano creato malumori tra gli artisti, così come non abbiamo tirato indietro la mano quando gli facevamo notare che la nostra posizione è diversa su alcuni punti chiave.
Insomma, se non avete tempo fermatevi qui, altrimenti prendetevi mezzora e siamo certi che alla fine quel che ne uscirà è una considerazione sola: gli uomini passano (de Angelis ora, così come passerà Sacchi), ma l’esigenza di avere una casa comune dove artisti e operatori possano condividere le stesse emozioni, le stesse passioni, rimane. E sul citofono vorremmo che ci fosse sempre scritto “Premio Tenco, ingresso libero”.

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Prima di addentrarci nella tua nuova avventura e parlare degli impegni che ti aspettano nei prossimi mesi, su cosa stai lavorando in queste ultime settimane di marzo?
Mi sto occupando di un disco che vedrà al centro la figura del padre dal titolo ‘Multi Filter’. Nasce da un input lanciato da alcuni amici ma non mi chiedere il motivo del titolo, sarebbe troppo lunga e in parte poi un motivo vero non ce l’ha… L’idea mi ha stuzzicato parecchio, perché ho subito intravisto la possibilità di farne qualcosa di particolare, non tanto quindi un insieme di canzoni dedicate al “padre” inteso come capostipite famigliare, ma l’occasione per addentrarmi in una serie di considerazioni sul significato della parola stessa e di come ha condizionato le culture e le società a livello globale. Credo che alla fine ci saranno 19 canzoni (sfrutterò come sempre al massimo i minuti consentiti dalla registrazione per non sprecare nulla, come faccio sempre nei miei dischi) ed ognuna sarà accompagnata da uno scritto di amici, musicologi, giornalisti, da Gianni Mura (qui nella foto) a Fabio Zanchi o anche qualche figura spagnola. Infatti alcuni brani saranno tradotti dall’italiano allo spagnolo ma anche viceversa, Woody Guthrie o Dylan tradotti in italiano e molto altro.

Con un argomento così ampio avrai molto materiale tra cui scegliere…
Non pensare, ho fatto delle ricerche e non è così presente la figura del padre nelle canzoni, italiane o internazionali che siano. La cosa curiosa, invece, è che in un mondo molto “maschile” come quello del tango argentino, per esempio, mi sono imbattuto in soli cinque tanghi che parlano di questo. Ma comunque tutto mi interessa tranne che vedere il padre in chiave biologica, mi interessa come archetipo culturale e per questo mi sono confrontato con amici che hanno conoscenze profonde della società americana, giusto per dirne una, per capire cosa scatena la parola “padre” in un mondo così fortemente patriarcale. Ogni pagina poi avrà un disegno, una foto, un’illustrazione a corredare il testo. Uscirà tra non molto, poi per la fine dell’anno credo che mi butterò su un altro progetto discografico con i miei vecchi amici Pan Brumisti, insomma, diciamo che questo nuovo ruolo nel Direttivo Tenco mi ha preso in contropiede e mi sta ‘costringendo’ ad un surplus di lavoro…

Beh, detta così non è che sia elegante, ma la battuta ci sta e mi dai l’occasione per entrare in un argomento caldo, quello del tuo ruolo di Direttore Artistico del Premio Tenco al posto di Enrico de Angelis. In più occasioni hai dichiarato che la tua vuole essere una stagione più collegiale rispetto a prima. Ci spieghi meglio cosa intendi?
Semplice, credo molto in questa parola, ‘collegialità’, e sono sicuro che il lavoro che sta svolgendo il nuovo direttivo, dando dei compiti precisi a persone precise, aiuterà non poco a far girare meglio tutte le cose interne e di conseguenza anche esterne.

Parlaci allora di questa nuova “struttura” e di questi nuovi compiti che vi siete ritagliati.
Guarda, a giorni uscirà una comunicazione ufficiale, per cui su questo punto specifico preferisco aspettare che siano definiti bene tutti i passaggi. Ma vedrai che sarà tutto chiaro e trasparente. Che poi è sempre stato così e se anche non era così palese all’esterno, ti assicuro che da sempre le decisioni più importanti sono state prese in maniera condivisa. Spesso grandi discussioni, ma è normale, finché però si trovava un equilibrio che riusciva a mettere d’accordo un po’ tutti. Le cose sono cambiate solo un paio di anni fa, quando si è incentrato tutto – e troppo – intorno ad una figura sola; quindi in un certo senso quello che voglio fare è tornare alle origini, a quello che c’è sempre stato all’interno del Club Tenco, una gestione collegiale tra i membri del Direttivo. 

Sinceramente questo voler accentrare ruoli e funzioni da parte del vecchio direttore artistico (leggasi Enrico de Angelis), almeno per la parte esterna non era così evidente, anzi non ricordo proprio occasioni in questo senso.
Le accuse, i malumori, se così vogliamo chiamarle, che si sono mosse negli anni al Tenco non mancavano, è vero, ma non era mai emersa pubblicamente questa problematica. Non dimentichiamoci poi che con l’avvento dei social “le voci” di dissenso - su tutto, su ogni cosa, su ogni argomento – sono andate aumentando giorno dopo giorno, in politica come nello sport e quindi anche nel mondo musicale. Detto questo, preparati anche tu… anche se un bell’antipasto lo hai già avuto, ma di questo parleremo dopo.
L’immagine che negli anni ne è sempre uscita del Premio Tenco era di un Sergio Sacchi più concentrato e intento a gestire la parte degli ospiti e dei Premi Tenco internazionali, lasciando a de Angelis la gestione della parte italiana (il tutto, vale la pena ricordarlo ancora una volta, escludendo i nomi delle Targhe Tenco che invece erano e sono scelti da una giuria di oltre 200 giornalisti).
Mah, guarda, questo è un punto che voglio chiarire bene. Non è proprio così e mi riferisco soprattutto agli ultimi anni. Anzi, se devo dirtela tutta gli ultimi ospiti internazionali non mi avevano convinto per nulla. L’ultima edizione che secondo me aveva una forte valenza culturale è stata quella del 2014, quando ho proposto e si è scelto il tema di “Resistenze”. Pensare agli ospiti internazionali da portare e da premiare, ha voluto dire andare a cercare il meglio che la Cecoslovacchia poteva offrire su questo tema, per esempio, stessa cosa per la Grecia, abbiam preso il meglio di quel che poteva rappresentare la Resistenza in un determinato paese. Ma se tu proponi una rassegna mettendo in fila una serie di nomi e basta, bravi o meno che siano (anche se per me il valore della qualità deve essere assoluto e primario rispetto a tutto il resto) il rischio concreto è che rappresentino soltanto se stessi. E allora questo mi interessa poco.
Prendiamo l’ultimo Premio Tenco dato a Stan Ridgway; ecco, questo è un caso che io inquadro in un artista che su quel palco ha portato se stesso e basta, non rappresenta di certo l’America o una parte di essa. O si parla di un genio – e lui non lo è – o non stiamo parlando di un ospite di caratura “internazionale”. John Trudell, giusto per rimanere sempre in terra americana e fare un esempio diverso, invece sì (qui nella foto). Un premio “internazionale” dovrebbe essere dato a qualcuno che abbia un ruolo di rappresentanza autentico all’interno di una nazione. Comunque mi fa piacere parlare di questi argomenti, perché sono l’essenza stessa di cosa significa “canzone d’autore”.

E allora parliamone pure…
Stiamo attraversando un periodo in cui avremmo bisogno come il pane di parlare di canzone d’autore. Di cosa rappresenta nella società e nel mondo musicale degli ultimi trent’anni. Non è solo un problema italiano, parliamoci chiaro, è un fenomeno internazionale.

Credo infatti che sia arrivato il momento per fare un ragionamento ampio, con artisti e addetti ai lavori che possano portare esperienze diverse e insieme capire cos’è oggi la canzone d’autore, cosa dovrebbe essere, come riconoscerla, capire se ha ancora un peso - e quale - nel sentire comune.
Non credi che dovrebbe essere proprio il Club Tenco a farsi promotore di una sorta di stati generali? Aprendo cioè le sue porte, e non solo in senso pratico, quindi organizzandoli, ma anche con riflessioni e proposte che non siano preconcette o preconfezionate. Far diventare cioè il Club Tenco il luogo principe in cui far confluire idee ed esperienze su quello che è successo in questi decenni e, cosa ancora più importante, ridisegnarne i canoni e monitorare continuamente le possibili evoluzioni per valutare con quali armi (artistiche e culturali) affrontare gli anni futuri.
È un problema complesso. Ritorna infatti un vecchio discorso che era già presente negli anni '70. La canzone si ripropone o come mito o come logos, o come racconto o come rappresentazione di se stessa. Per tradurla in parole povere, negli anni Sessanta/Settanta abbiamo avuto i vari De André, Dalla, Guccini, Vecchioni, e altri artisti che attraverso il “logos”, il racconto, facevano canzone d’autore e hanno segnato una via, un modo personale di raccontare e di scrivere. Raccontavano quello che avevano intorno, c’era intimismo ma assolutamente immerso in un crocevia di relazioni, di attualità, di cronaca. E poi c’è un altro mondo.
Prendiamo ad esempio Vasco Rossi, che fatalmente non crea una scuola di scrittura. Vasco Rossi è inimitabile! Ha il mito del proprio racconto, cioè la propria voce, il suo modo di presentarsi, passa quello. Infatti di gente che copia De Gregori, Guccini ne trovi, ma è impossibile copiare Vasco Rossi. Perché o sei Vasco Rossi o diventi una sua caricatura. Il mito è irripetibile, il logos invece fa sempre proseliti, segna un’epoca. Elvis segna se stesso, i Beatles no, creano un linguaggio, hanno un modo di scrivere che capovolge e influenza la musica da loro in poi.
 

Quando dici che c’è un’influenza, un “logos”, in un certo tipo di scrittura che ha fatto scuola, ti riferisci anche alla parte musicale oppure questo concetto è riferito solo alla “parola”?
Lo dico perché se guardiamo la parte testuale pura è vero, negli ultimi venti, trent’anni, c’è stata una difficoltà nel trovare linguaggi nuovi e mediamente il livello si è abbassato, mentre sulla parte musicale sono convinto che grandi sforzi siano stati fatti e i risultati si sono visti, specie quando sono entrati in gioco contaminazioni e collaborazioni con generi diversi.
Prima dicevamo che è arrivato il tempo di ridefinire i canoni della canzone d’autore oggi, anno domini 2017, quindi non è che la “novità” più significativa possa – e debba – passare anche attraverso la parte musicale, cogliendole l’evoluzione e dandogli la giusta importanza quando riesce ad essere funzionale alla parola? Se non si riesce più trovare un modo diverso per “raccontare” con le parole, forse un nuovo modo di rivestire e arrangiare i brani può aiutare meglio il racconto stesso.
Non sono molto d’accordo. Anche se la musica ha la sua importanza, nel giudizio globale la parola ha sicuramente il sopravvento.
O perlomeno, finché non ridefiniamo il concetto stesso per me la canzone d’autore è il racconto. È una canzone che racconta una storia, e non mi riferisco ad una biografia… ma una storia che sappia raccontare l’individualità, anche una cosa molto piccola, personale, che magari racconta solo un attimo di intimità. È la capacità di scrittura che fa la differenza. Sono le parole che ti bloccano e ti emozionano. Prendi uno come Gino Paoli, un vero innovatore nella scrittura o meglio ancora nell’interpretazione del testo. Quando canta, non conta solo quello che dice ma ancora di più come lo dice. La canzone d’autore ha avuto dei maestri, ma lui è stato davvero un innovatore, un capo-scuola.

A proposito di questo termine, mi vorrei agganciare adesso alla “famosa” frase che hai rilasciato qualche settimana fa in un'intervista a Luigi Bolognini su Repubblica (qui l'intervista completa) che ha creato un forte spaesamento, soprattutto tra gli artisti: “Dopo Vinicio Capossela non ci sono stati più artisti che mi hanno saputo appassionare…”. Un concetto forte, spiazzante, specie se viene espresso dal nuovo Direttore Artistico del Premio Tenco. Vogliamo provare a sviscerarlo meglio?
Quando dico che dopo Capossela non è successo più niente, non ho bisogno che qualcuno mi ricordi che sono usciti molti artisti, alcuni dei quali bravissimi e che tra l’altro mi piacciono molto. Prendiamo Daniele Silvestri, oppure Samuele Bersani (le assonanze che usa nei testi sono straordinarie), sono due grandissimi autori, ma tu conosci qualche clone di Bersani o di Silvestri?
Lo stesso Enrico de Angelis, molti anni fa, diceva che ormai arrivavano molti più dischi che ricordavano Capossela che De Gregori, Guccini o De André. Non sto esprimendo giudizi, mi limito a prendere atto dello stato delle cose, lo registro come un dato di fatto. Ma vorrei chiarire bene il concetto. La frase che hanno riportato sui social (non tutti ma molti, per non parlare dei vari commenti che hanno estrapolato, e male, solo con tre parole…) non era esatta: io ho detto dopo Capossela i giovani non mi “appassionano” più. La lingua italiana è ricca di sfumature e va rispettata: “appassionare” non è sinonimo di “piacere” o di “conoscere” e nemmeno di “emozionare”. Sottintende un coinvolgimento totale: emotivo, culturale, estetico. È una differenza non da poco e credo che questo sia stato l’equivoco.
La passione, nella canzone d’autore ma come in tutte le cose, è importante. Un artista ti può emozionare, ma diventare appassionati di qualcuno è un’altra cosa. Ecco, questo volevo dire, che negli ultimi dieci-quindici anni non sono riuscito a trovare un nuovo artista che mi abbia fatto appassionare alla sua poetica. Questo appunto non significa che non ci siano stati, e sono parecchi, artisti o album che mi siano piaciuti e anche molto.
 

Qui però il discorso ci porta lontano, perché a questo punto posso dirti che anche Capossela ha fatto sue le dinamiche di artisti come Tom Waits e Paolo Conte, idem andando più indietro di qualche decennio, dove è facilissimo trovare riferimenti molto chiari a cui si sono ispirati quelli che tutti chiamiamo padri storici della canzone d’autore. In questo senso vedo meno derivativo Daniele Silvestri che Capossela, ma questo è un mio giudizio, anche se come diceva Michele Bovi in un suo libro, scava scava arrivi a dire che “anche Mozart copiava”…
Ma non è questa la questione. Anche se diventi un riferimento difficilmente inventi qualcosa di sana pianta. Ognuno ha, necessariamente, le sue radici. Tutto si trasforma ed è difficile, per non dire impossibile, creare qualcosa di assolutamente nuovo.
La prima volta che Vinicio è venuto a Sanremo nei dopo-teatro, ed era il 1989, e si è messo al piano ho avuto esattamente la reazione che dicevi tu. Io come tutti gli altri. Poi lo ascolti meglio e già dal secondo album si era liberato da queste ingombranti ombre. Ora fa spettacoli in tutta Europa riempiendo i teatri e non riesci a farlo se ricordi qualcun altro. Chi dei cantautori italiani venuti appunto dopo di lui, ci riesce? Ha spaziato in tutte le direzioni: geograficamente da Amburgo a Chiavicone, musicalmente dalla morna al tango e al rebetiko, artisticamente dai Vysotskij ad Atahualpa Yupanqui, da Matteo Salvatore (qui nella foto) a Enzo Del Re, culturalmente da Melville a Céline, da Oscar Wilde a Michelangelo Buonarroti. E lo ha fatto anche socialmente, come un portavoce delle istanze politiche greche diventando per questo famoso nella stessa Grecia.
Quel che conta davvero è la capacità di fare tuoi alcuni riferimenti per tradurli in un tuo personalissimo linguaggio. De André ha assorbito molto da Brassens, ma non potevi liquidare Fabrizio in un clone del maestro francese. Fabrizio aveva qualcosa di suo, di potente, stessa cosa per Guccini verso molta musica americana o l’influenza che ha avuto Dylan e Cohen su De Gregori. E non mi riferisco solo alla parte musicale. Dietro De Gregori ci sono radici evidenti, ma ha avuto una capacità di assorbirle prima, rielaborarle per diventare poi un capo-scuola nel modo di scrivere, creando di fatto una sfilza incredibile di cloni.

Questo ci porta a dire che nella storia della canzone d’autore (o meglio, nell’Arte in generale) ci sono dei momenti storici in cui nascono e si sviluppano dei riferimenti e di contro ci possono essere periodi più o meno lunghi in cui musicalmente non succede nulla di così dirompente. Diventano così anni in cui si apprezzano artisti validi o singoli album, belli ma estemporanei.
Hai sintetizzato il succo della mia frase “incriminata” e hai ragione a dire che è un concetto che puoi trasportare anche nelle altre Arti. Nella pittura, per esempio, all’inizio del secolo Marinetti rompe degli schemi, crea il Futurismo, una corrente che ha segnato il Novecento. Non è che poi negli anni Venti, Trenta, non sia successo più nulla, semplicemente certi fenomeni – nelle dovute proporzioni – hanno dei picchi di creatività che non arrivano a comando ogni tot di anni. Bisogna esserne consapevoli che possono esserci periodi di stasi e quindi dare il giusto peso alle cose.
Tornando alla musica, questo non significa che io non conosca gli artisti che in questi ultimi due decenni hanno fatto parlare di sé. Mi sono stati fatti dei nomi quasi a dirmi “ma tu hai mai ascoltato questo o quello”? Mi parlano di Giovanni Block, (qui nella foto) un artista che ho fatto partecipare in un mio disco dieci anni fa, dieci anni fa! Stessa cosa per Paolo Simoni, oppure Dente. Dente? Ma se lo chiamo a Barcellona ogni due anni! Potrei andare avanti con altri nomi ma dico solo che le giovani generazioni mi stanno a cuore e sono molti gli artisti che stimo e che pungolo sempre a migliorarsi. Quel che noto però, e qui non parlo di singoli ma di un fenomeno generazionale, è che i venti, trentenni sono immersi completamente in se stessi. Ricevo molti dischi e anche se non posso ascoltare tutto leggo sempre i testi dei libretti, quelli sì. Mi piace scoprire il mondo di un artista attraverso le sue parole e se dopo averne letti due o tre trovo delle banalità non mi vien neanche voglia di andare ad ascoltarne la musica, perché credo che con dei testi così non puoi certo essere Gershwin….
 

Su questo però non sono d’accordo. Scindere in maniera così tranchant testo e musica, lasciando solo al testo la capacità di intrigarmi e alla fin fine di portarmi ad ascoltare o meno un artista lo considero rischioso.
Nella canzone d’autore il testo ha sempre avuto una sua forza intrinseca e forniva un jolly non da poco su armonie o strutture musicali non sempre all’altezza di quelle parole. Oggi, ‘leggere’ il testo di una canzone può essere fuorviante, perché la ripetizione di una frase o di una parola letta per due o tre volte può risultare banale, mentre se viene inserita in un contesto musicale preciso può far diventare magia quel che sembrava piatto e strutturalmente debole.
Ma qui torniamo al discorso fatto prima e cioè all’esigenza di ridefinire i canoni della -nuova- canzone d’autore. Un’esigenza non più procrastinabile e non credo sia solo mia o de L’Isola che non c’era, ma è di tutti quelli che hanno a cuore quell’alchimia perfetta che si ottiene in dosi uguali tra testo, musica e interpretazione. Più passano gli anni e più mi convinco che per me “appassionarmi” ad un artista significa raggiungere il 33% in ognuna di queste tre componenti. Quando una prevale troppo sull’altra può diventare emozione per un brano, per un album, per una voce. Ma la passione, come dicevi tu, tocca altre leve e ognuno giustamente deve trovare le sue.
Attenzione però, non voglio passare per un ingenuo. Sono almeno cinquant’anni che ascolto musica e leggo testi. Quel che voglio dire è che nel tempo si è abbassato sempre di più il valore letterario di un testo, gli è stata data sempre meno importanza, per incapacità, per disinteresse o non so per cosa. Sta di fatto che oggi si è portati a considerare la parola con un ruolo secondario rispetto alla musica. Ecco, pian piano questa tendenza ha mandato in crisi il concetto stesso di canzone d’autore. O meglio, di come l’abbiamo intesa finora.
Poi son d’accordo anch’io - e accetto l’impegno a ragionarci tutti insieme – a discutere seriamente su questo tema, ma non deve diventare tutto una polemica, con dibattiti (!?!) solo sui social e fazioni che la buttano in rissa, perché allora la cosa non mi interessa.
È un po’ come il discorso sulla poca conoscenza delle altre culture. La cosa che mi fa impressione di molti giovani - attenzione ho detto di molti non dico tutti – è che non abbiano avuto dei riferimenti se non quelli del “risaputo”, al massimo le solite influenze che arrivano dagli States o dall’Inghilterra.

Quindi un invito ai giovani ad aprirsi, a trovare nuovi stimoli nelle culture che crescono (o muoiono) intorno a noi, indipendentemente dal fatto che siano più o meno vicine geograficamente…
Esatto, abbiamo un mondo a disposizione! C’è tutto il continente latino-americano, Brasile compreso, musicalmente e poeticamente poderoso, purtroppo però da noi pochi lo conoscono. In Europa, quindi vicino a noi, abbiamo Spagna e Portogallo che sono culture multinazionali, hanno il vantaggio di incontrarsi anche con la musica angolana per esempio, dove troviamo fior fiore di artisti e non parlo solo da un punto di vista musicale - l’aspetto diciamo più etnico con cui inquadriamo sempre l’Africa - ma parlo di grandi “cantautori” capaci di scrivere testi validissimi.
C’è la musica dell’Est, che da un punto di vista di canzone d’autore non ci ha dato solo grandi nomi come Vysotskij, Okudžava o Galič, ma hanno continuato poi ad avere una canzone ricchissima, vedi il ceco Jaromir Nohavica che abbiamo ospitato a Sanremo nel 2001 (al centro nella foto, con Silva e Sergio Staino). La Grecia, stesso discorso: Theodorakis, Hadjidakis o Xarchakos sono musicisti che troviamo nei conservatori e hanno scritto canzoni, per non parlare di tutto il mondo che va dalla Turchia al Mediterraneo.
Magari ascoltiamo la parte musicale ma non ci si sforziamo mai di capire cosa raccontano…. Io non so il turco, per esempio, ma di molti testi ho cercato le traduzioni e ho fortemente voluto come Premio Tenco Zülfü Livaneli, nel 1999 mi pare. Gente che usa la parola e racconta storie in maniera intelligente, intrigante e d’altronde se Livaneli (qui a sinistra) è considerano uno dei grandi padri della musica turca qualche motivo ci sarà. Chiaro che come discorso generale noi possiamo goderne solo attraverso il lavoro dei traduttori (lavoro delicatissimo e fondamentale a cui ho fortemente voluto dedicare un’edizione, riuscitissima, del Tenco di qualche anno fa), ma è più che sufficiente per capirne la portata; poi ovviamente il tasso più alto di poesia lo raggiungi solo nella lingua che parli e capisci, dove puoi coglierne ogni sfumatura.

Messaggio ricevuto e concordo nell’incentivare questo slancio alla conoscenza meno superficiale delle altre culture per coglierne meglio “i contenuti”. Proviamo però a fare un ragionamento su due livelli: uno è quello che stiamo facendo adesso, dicendo ok giovani generazioni, aprite la vostra mente verso orizzonti diversi dai soliti schemi; poi però esiste un taglio più “nazionale” dove il Premio Tenco, inteso soprattutto come Tenco Ascolta - e qui entriamo in un argomento che mi interessa moltissimo -, deve avere come mission anche quella di andare ad annaffiare tutte le realtà musicali che stanno crescendo o che sono già ben cresciute, pronte da cogliere, anzi stanno diventando già mature….
Credo che questo sia il punto, uscire sempre di più dal concetto che il Tenco sono i tre giorni di ottobre, ma che “l’istituzione Premio Tenco” deve avere antenne e capacità di ascolto durante tutto l’anno. E se non riesce da solo, per motivi organizzativi, logistici, eccetera, eserciterà la sua influenza trovando partner sul territorio.
Non riesco a seguirti fino in fondo. Guarda che qui nessuno si è sognato o si sognerà mai di chiudere il Tenco Ascolta o di ridurlo. Se questa è la notizia che è passata in queste ultime settimane me ne dispiaccio, oppure qualcuno ha voluto far credere questo, ma ti assicuro che nessuno di noi, del nuovo direttivo, ha mai solo pensato questa cosa. C’è anzi l’intenzione di potenziarlo. Ci sono persone, come Antonio Silva ad esempio, che da anni seguono con passione il Tenco Ascolta e tutti noi siamo ben consapevoli della ricchezza artistica che può portare. Più in generale posso dire che l’intenzione del Tenco è quella di ampliare i momenti che esulano dalla “tre giorni” classica che si tiene in autunno.

Come ad esempio la manifestazione che avete già in programma domenica 07 maggio a Sanremo, dedicata alla città di New York con molti ospiti tra cui Patti Smith?
Certo. Diciamo che la tendenza sarà quella di avere una seconda manifestazione di alto livello, magari più breve, anche di un giorno solo, ma che nei mesi di aprile-maggio possa dare un forte segnale culturale. Quella a cui tu facevi riferimento che andrà in scena a Maggio va in questa direzione.
Così come quella, bellissima, dedicata a Fernanda Pivano dell’anno scorso, sia ben chiaro (qui sotto una sua foto di repertorio). Quest’anno poi andremo a collegare in maniera ancora più stringente questo evento su New York con la manifestazione di ottobre, visto che tutto il Premio Tenco 2017 ruoterà intorno al tema delle “città di mare”, nazionali, europee o sparse per il mondo. E questo non vorrà dire automaticamente portare ospiti “internazionali”… anzi, tra le mie proposte al direttivo, di ospiti stranieri quest’anno ne ho chiesto uno solo. E forse non riusciremo a portare neanche quello per problemi di budget. Ma questo non significa nulla, perché il taglio “internazionale” lo dai in maniera culturale. Abbiamo il Cantautore, la pubblicazione che ogni anno viene preparata per Ottobre e a cui abbiamo aggiunto anche un disco in allegato, sono nati gli eventi collaterali alla Pigna, la città vecchia di Sanremo in cui ormai portiamo musica e letture…
È la conoscenza di cosa succede per il mondo che è ancora più urgente rispetto all’avere o meno un determinato ospite sul palco principale. Quest’anno, sempre parlando del
Cantautore, voglio un’opera monografica su queste “terre di mare”. Poi daremo anche un piccolo vademecum con il programma delle tre serate così come l’albo d’Oro dove trovi di chi ha vinto la targa X nell’anno Y, ma la cosa importante è che in quella pubblicazione tu possa trovare tutto il tema che abbiamo sviluppato durante l’anno. Cominceremo quindi con New York e poi andremo avanti, città per città o per zona geografica, arrivando a confezionare un’opera monografica a cui allegare un disco che possa aiutare alla conoscenza di queste terre di mare. Le canzoni possono essere non solo un fine ma anche un mezzo per capire e leggere meglio una nazione o una regione.

Vorrei che con lo stesso afflato con cui dice agli artisti di aprirsi al mondo, il Tenco ponesse una forte attenzione anche alle realtà di casa nostra, scusami se torno su questo argomento.
E non è certo per campanilismo, figuriamoci, ma per un dato oggettivo: ci sono tanti, troppi artisti che sono fuori dai circuiti precostituiti in base al “genere”, mi viene in mente il jazz, il blues, l’elettronica, il rap/hip hop, certo rock alternativo, il metal/rock, la musica folk/popolare, la classica, che quasi sempre hanno punti di riferimento precisi sul territorio come locali o festival, senza contare il pop più mainstream che detta legge con le radio, i talent e il festivalone in riviera.
Ora, chiarito che ci sono artisti che in questi circuiti vorrebbero entrarci ma non ci riescono, qui mi sto riferendo ad un mondo “altro”, artisti che pur partendo dalla canzone d’autore si lasciano – anche - contaminare con intelligenza da altre sonorità, sforzandosi di costruire i quattro minuti di una canzone con testi, musiche, arrangiamenti e interpretazioni originali per stile ed intenzione.
Un impegno che va premiato (anche qui, c’è chi ci riesce e chi crede di riuscirci, ma questo è un altro discorso…).

C’è bisogno di spazi, di un “circuito” che possa garantire ossigeno vitale, altrimenti ci ritroveremo nel giro di pochi anni circondati solo da cover band o canzoni inedite di derivazione anglosassone e stop. Ecco perché dico che “almeno” dal Premio Tenco ci si aspetta che diventi una sorta di baluardo di questo sforzo creativo, una casa dalle braccia larghe, un luogo dove puoi trovare gente che ha voglia di ascoltare, conoscere e che mette a disposizione strumenti per valorizzare e promuovere ciò che ritiene meritevole. Creiamo sinergie con locali, festival, giornali, trasmissioni radio/tv, insomma diamo vita ad un circuito vero anche per la – nuova – canzone d’autore, che sia capace di dialogare artisticamente con gli altri generi ma che possa tornare ad essere un riferimento. Sotto l’egida del Club Tenco confido che si possa fare.
Ma ridefiniamo in fretta i canoni, includendo in maniera pesante la capacità di scrittura musicale e il gusto negli arrangiamenti laddove vanno a dare un valore aggiunto alle parole. Chiamiamo a raccolta poi i soggetti che vogliono vederla rifiorire e su queste basi troverete L’Isola che non c’era in prima fila. Così come sono certo che non saremo soli.
Capisco il ragionamento, ma vedi, credo che il cambiamento non debba essere solo del prodotto, ma anche del contesto. Sono sicuro che i grandi testi nascono da contesti favorevoli. La grande canzone d’autore che esplode negli anni Settanta era figlia di una tensione culturale, politica, di costumi, di voglia di cambiamento. E questo lo ottieni solo aprendoti ad altre culture. Scusami anche tu se ritorno su questo punto, ma quel che vedo negli ultimi anni, quel che manca da troppi anni, è proprio questo. Anzi c’è piuttosto un’involuzione.
Ti voglio fare un piccolo esempio. Ho ricevuto delle mail da far rabbrividire, riferite a quella famosa intervista uscita su Repubblica con la frase che non riuscivo più ad “appassionarmi” ai giovani cantautori. Ne cito solo una, quella che mi diceva “preferisco un cantautore anche se mediocre purché italiano, piuttosto che un artista straniero che seppur bravo è sconosciuto”. Cioè non puoi più ragionare, è tutto uno spirito di crociata. Quindi attenzione, il mio invito è apriamoci, spalanchiamo la nostra conoscenza ad universi che chissà perché nemmeno i grandi media vanno a toccare più se non nella curiosità e nella facilità del fattore etnico. Ed è la stessa mentalità che è figlia del colonialismo culturale, un “LePenismo” dilagante, quello che porta alla paura di essere invasi, in questo caso da cantanti stranieri. Ricordo che la grande canzone d’autore ha dato il meglio di se stessa quando ha aperto le sue porte al mondo.

Ma una cosa non esclude l’altra! Da una parte si cominci a valorizzare davvero quello che merita e che già esiste, dall’altra cerchiamo tutti insieme di creare un tessuto, un contesto che possa spingere dal basso verso una coscienza culturale, e quindi anche musicale, più ampia. Un lavoro che per forza di cose deve partire anche e soprattutto dalle giovani generazioni.
Non c’è dubbio. Quest’anno, nell’ultima edizione del Tenco, ci sono stati circa 400 ragazzi di Area Sanremo invitati ad assistere alla manifestazione. Ecco, io sono disposto ad andarci a parlare con questi ragazzi, le cose che ho cercato di dire qui voglio dirle anche a quel tipo di platea. Non dobbiamo aver paura di confrontarci anche con questo tipo di talent, bisogna fargli sapere che esistono altre possibilità per crescere artisticamente. E la mia parola d’ordine sarebbe quella che ho cercato di utilizzare più volte: “appassionatevi”, “appassionateci”, mettete al centro del vostro costruire canzoni il testo, lavorate sui contenuti. La passione va oltre il concetto di emozione. Il Tenco lancia il tema ‘terre di mare”?, bene, dobbiamo raccontargli che il mare non è solo una massa d’acqua, ma da sempre ha unito mondi e culture, facendo sì che quelle che erano isole potessero dialogare tra loro. Ognuno poi ci trovi le metafore che vuole. Insomma un lavoro lungo, è vero, ma il messaggio di fondo è non guardare solo il proprio ombelico ma lasciare libera la mente di aprirsi ad altre suggestioni.

Però questa cosa acquisisce più forza quando si riesce a dimostrare con i fatti che esistono dei ricettori….
Lasciate lavorare il nuovo direttivo, vedrai che anche su questo punto sapremo dare delle risposte. 

Va beh, attendiamo fiduciosi ma guardinghi, pronti a tornare alla carica in maniera costruttiva per rimettere al centro questo argomento. Parliamo allora un po’ delle Targhe Tenco, che come ogni anno vengono assegnate da una giuria di giornalisti. La notizia che quest’anno i tempi saranno più stretti di circa tre mesi (verranno presi in considerazione tutti gli album o i singoli usciti nel periodo 21 agosto 2016-31 maggio 2017) ha creato un certo scombussolamento…
Si tratta solo del primo anno, e comunque crediamo che quell’inevitabile restrizione porti però con se tutta una serie di vantaggi non indifferenti. Dalla prossima edizione si continuerà a votare su dischi usciti nei precedenti 12 mesi. Se la manifestazione la fai in autunno, è molto importante sapere con largo anticipo chi ha vinto, questo per organizzare al meglio la parte logicistica, avvisare i protagonisti e, cosa non di poco conto, lavorare meglio in termini di comunicazione.
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qui sotto foto di gruppo finale dell'edizione 2012, tra cui alcuni vincitori delle targhe, da sinistra Zibba, Francesco Baccini, Silva, Enzo Avitabile, Eugenio Finardi, Lella Costa, Armando Corsi, Colapesce e Manuel Agnelli per gli Afterhours)

 

Avete previsto di ampliare anche la tempistica tra la prima e la seconda votazione, cioè quel lasso di tempo in cui la giuria dovrà scegliere chi votare tra i nomi usciti nella prima selezione? Oggettivamente i tempi sono sempre stati molto stretti, un paio di settimane al massimo, quindi se in questo rimescolare le carte studiaste meglio anche questo aspetto credo che tutti ne trarrebbero giovamento, sia chi deve votare, ma anche chi deve promuovere i cinque album finiti nella cinquina di riferimento.
Come è noto è stata tolta la commissione che sceglieva i potenziali album su cui votare, quindi le candidature sono aperte a tutte le produzioni, ma per altri aspetti prettamente organizzativi stiamo confrontandoci in questi giorni e a breve daremo maggiori informazioni.

Prima parlavi di lavorare meglio in comunicazione, ci spieghi a cosa ti riferisci e quali consideri i nuovi punti di forza che il Premio Tenco mette in campo?
Parlo di dare un’idea chiara e precisa di cosa succederà nella manifestazione. Anzi, visto che la mia idea è quella di scegliere un solo tema centrale su cui sviluppare tutte le iniziative di quel determinato anno, mi aspetto più attenzione in generale per raccontare ai loro lettori questa cosa.
Non credo che interessi più di tanto ai giornali, ai media, segnalare quali saranno “i nomi” dei cantautori che andranno quest’anno al Tenco, elencare chi suonerà nel primo giorno, chi nel secondo e così via. Insistere sul concetto di “cantautorato” come arma vincente non funziona più. Il cantautorato non è più un valore di per sé stesso ma sono i temi, sono i valori che possono portare ancora attenzione intorno a questa forma d’arte.

Quindi scegliere preventivamente e con largo anticipo un argomento consente di sviluppare, a partire dall’iniziativa “primaverile” fino alla tre giorni sanremese autunnale, tutta una serie di eventi che vanno a legarsi al tema centrale. Alla classica tre giorni del Tenco porterete a quel punto il frutto di questi approfondimenti proponendo, come dicevi prima, un lavoro monografico con la rivista il Cantautore, allegando un disco e ovviamente scegliendo gli ospiti (extra Targhe) in base ad un logica precisa.
Riportare l’attenzione su di un tema toglie l’equivoco della parola “cantautore”. Io non so se questa ricetta funzionerà, ma di sicuro quella usata finora non funziona più. Se tu fai una passerella di nomi e il motivo per cui li inviti è che fanno canzone d’autore è un fallimento. Provo a spiegarmi meglio.
L’ultima sera, dell’ultima edizione, si è sviluppata intorno ad un tema ed era l’opera di Luigi Tenco a 50 anni dalla scomparsa. Ha funzionato, stessa cosa per Francesco Guccini l’anno prima, anche se in questo caso devo dire che forse si poteva sfruttare meglio, “Resistenze” l’anno prima ancora, aveva un tema e ha funzionato molto bene. Quando c’erano cantautori che “appassionavano” veramente intere generazioni, e ciò è avvenuto per molto tempo, il Tenco ha costruito le sue fortune. Purtroppo ora non è più così: nelle prime due giornate dell’ultima rassegna abbiamo avuto una media di poco più di trecento paganti. Il rischio di perdere sempre più pubblico è reale e toccato con mano.

Diciamo che per molti anni, forse un paio di decenni, la cosa ha potuto funzionare perché anche in quel caso c’era un “tema”, era quello che gli ospiti invitati - per lo meno in larga parte - erano artisti, cantautori, che il mercato mainstream non seguiva più di tanto. Il fatto poi che molti di loro vendessero comunque, e alcuni davvero molto, era solo l’eccezione che conferma la regola.
Infatti, e avrai notato che non sto parlando di cose che piacciono o non piacciono a me, io parto sempre da dai dati di fatto. Oggi dobbiamo avere il coraggio di rifondare il cantautorato, riportare al centro i contenuti. E tornando alle ultime edizioni, lasciami aggiungere che quando abbiamo catalizzato l’interesse verso un tema specifico non è un caso, che dopo anni, i giornali nazionali abbiano mostrato un interesse verso la rassegna. Perché se parli di Esther Béjarano, la ‘ragazza con la fisarmonica’ costretta a suonare nei campi di Auschwitz, oppure ricordi i The Plastic People of the Universe che sono andati in galera per le loro canzoni (avendo addirittura la solidarietà di Mick Jagger) da cui nasce ‘Cartha 77’ con Václav Havel e parte la rivoluzione cecoslovacca… ecco, così facendo tu hai portato un pezzo di storia; se Maria Farantouri (qui a sinistra) è l’arma canora contro i colonelli e diventa la messaggera della Grecia libera in giro per il mondo, tu hai portato un pezzo di storia… Voglio essere monotono nel rivolgermi ai giovani: scrivete con passione, riportando al centro della vostra poetica i contenuti.

Tocchiamo l’ultimo argomento. Quando parli di “collegialità” all’interno del Direttivo a cosa ti riferisci esattamente? Avete già diviso dei compiti o è ancora tutto in divenire?
No, no, abbiamo già fatto un organigramma preciso nell’ultima riunione, dove è indicato chiaramente “chi fa cosa”, anche se devo dirti che tutto quello che esula dalla parte “artistica” la lascio volentieri ad altri; non ho nessuna voglia di occuparmi di altro se non di proporre una linea artistica precisa su cui viene chiesta una verifica.
In campo artistico la collegialità significa questo e cioè che ci saranno delle proposte e se almeno la maggioranza sarà d’accordo si portano avanti, altrimenti no, oppure ancora si discuterà per trovare il giusto equilibrio. Ma guarda che è sempre stato così! Lo dicevo anche prima, soltanto negli ultimi due anni le cose erano cambiate e ormai il direttore artistico aveva praticamente carta bianca. Io voglio che il Tenco torni a funzionare come è sempre stato, cioè che a prendere le decisioni principali sia un organismo collegiale. In questo nuovo ruolo sento la responsabilità artistica di fare per primo delle proposte, ma sono anche uno che è pronto a discuterle, a difenderle argomentandole, che però è anche pronto ad accettare le eventuali modifiche per migliorarle. Come vedi niente di straordinario, solo un ‘ordinario’ vivere in sintonia.

Hai voglia di anticiparci qualcosa, magari qualcosa di “collegialmente” già deciso?
Sul fatto che il tema centrale sarà “Terre di mare” siamo ormai tutti d’accordo e la manifestazione del 7 maggio nasce da questa condivisione. E nella scia di questo argomento posso già dire che “collegialmente” si è deciso che un Premio Tenco verrà assegnato a Massimo Ranieri, per via di quel grande lavoro che Massimo ha sempre fatto sulla canzone di Napoli. Non solo con Mauro Pagani o con Mauro Di Domenico, ma ultimamente anche con un preciso lavoro di recupero della canzone napoletana in chiave jazz dove troviamo Paolo Fresu e Stefano Di Battista, sempre con la supervisione di Pagani. Non sarà l’unico artista che premieremo, altre proposte che ho fatto sono sul tavolo così come ognuno potrà fare le sue e su ognuna ci confronteremo.
Sulla parte organizzativa interna - ugualmente importante nella gestione di una grande manifestazione - come la comunicazione, l’amministrazione, la logistica, le convenzioni e così via, non me ne voglio assolutamente occupare ma dico che nei ruoli decisi a cui accennavo prima, ci sono persone che stanno ottimizzando ogni singola voce. Ho la mia età, non ho molto tempo e ho anche ‘Cose di Amilcare’ da fare in Spagna, dove vado a proporre artisti, molti dei quali giovani e giovanissimi. Aggiungo che su questi giovani non ci metto solo il mio pensiero, il mio tempo, ma ci metto spesso anche i miei soldi. Non voglio sembrare venale, ma lo dico perché mi fanno sorridere le illazioni o le frasi tipo “è sempre in Spagna e non conosce gli artisti italiani”. Ho degli aficionados certo, nomi a cui mi sono affezionato artisticamente, ma sono molto attento anche a quello che si muove nelle nuove leve italiane, magari conosciuti in qualche Tenco Ascolta (i Sestomarelli per esempio, o Fiorino), in altre manifestazioni, concorsi o qualche live in giro per l’Italia o nei molti dischi che ascolto. Uno come Alessio Lega, per esempio, io lo considero un genio e ogni volta che posso cerco di coinvolgerlo (qui nella foto). È un grande cantautore ma purtroppo gli manca il contesto di cui parlavamo prima, non si sono più le lotte operaie, non c’è più quella tensione febbrile che determinava tutta una politica da cui nascevano i Festival dell’Unità, dell’Avanti, quel sano impegno delle Biblioteche concentrato sul territorio... Sono venute a mancare tutte queste cose che qualche decennio fa erano ben presenti.

Ci avviamo alla fine Sergio e parlando degli Anni ’70 mi fai venire in mente che all’inizio della chiacchierata parlavi di un potenziale nuovo lavoro dei Pan Brumisti, il gruppo che ti ha visto protagonista attivo a metà di quel decennio. Ci dici qualcosa in più, per esempio che strumento suonavi?
Mi divertivo, ci divertivamo. Suonavo la chitarra ma soprattutto scrivevo testi e qualche musica. Eravamo dei “cialtroni” per gran parte del tempo, ma nei mesi estivi suonavamo in maniera seria. In inverno, anche per pagarci le sale prove e le rate del furgoncino, facevamo invece cabaret con un repertorio completamente diverso. A noi si univa anche Antonio Silva (qui in una foto d'epoca ovviamente con il microfono in mano e al centro della scena... poi alle tastiere Giovanni Del Giudice e sulla destra Piero Goria, mentre il bracchio che spunta con la chitarra è quello di Enrico Sala) ed erano serate spesso improvvisate e piene di allegria. Dopo l’operazione fatta una decina di anni fa con il disco Quelle piccole cose (Ala Bianca, 2008), dedicato proprio a Silva e che vedeva coinvolti decine di artisti di forte visibilità con nomi più nuovi, adesso sta prendendo forma l’idea di omaggiare Giovanni Del Giudice, pianista, uno dei protagonisti del cabaret milanese degli anni Sessanta. Noi Pan Brumisti siamo un po’ tutti cresciuti intorno alla sua figura. Spezzino e laureato medico, è venuto a Milano insieme a Roberto Danè, storico produttore e spezzino come lui. Giovanni è sempre stato un po’ in disparte, volontariamente defilato per motivi etici oltre che per vari impegni politici. È scomparso una quindicina di anni fa e quest’anno vorrei proprio portare a termine (anche) questo progetto.
 

Lasciamo Sergio Sacchi ai suoi impegni.
La ‘nuova’ macchina del Tenco esce così dalla sua revisione e si accinge a ripartire. Chi è salito in macchina e chi c’è al volante l’abbiamo capito, quel che invece hanno scritto sul navigatore come meta del viaggio lo scopriremo solo vivendo.
(cit. da uno dei capo-scuola della musica italiana...)

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Per le foto si ringrazia Roberto Molteni, Titti Fabozzi, Mauro Vigorosi, Marina Mazzoli, scusandoci fin da ora per tutti gli altri fotografi di cui non siamo riusciti a rintracciare il nome.
Un grazie speciale anche a tutti i siti e le pagine facebook ufficiali degli artisti citati.

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