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Targhe Tenco: di chi vince e di chi perde

Sediamoci a un tavolo per ri-conoscere la canzone d’autore e la sua evoluzione

Torniamo a costruire cultura attraverso la condivisione di idee non di effimere certezze

Il primo luglio 2020 il Club Tenco ha reso note le nuove Targhe Tenco: Brunori Sas Miglior album in assoluto con “Cip!”, Paolo Jannacci migliore Opera Prima con “Canterò”, Tosca migliore Interprete di canzoni con “Morabeza” e miglior Canzone singola con “Ho amato tutto” (scritta da Pietro Cantarelli), Nuova Compagnia di Canto Popolare miglior Album in dialetto con “Napoli 1534. Tra moresche e villanelle”, mentre per la targa al miglior Album collettivo a progetto c’è stato un ex aequo tra “Note di viaggio – capitolo 1: venite avanti…” e “Io credevo. Le canzoni di Gianni Siviero”.

Premesso che anche chi scrive (in giuria dal 2018) è caduto nella trappola, parlare di vincitori e vinti in relazione alle Targhe Tenco è un passo falso che chi opera nella musica non può permettersi, ma che spesso arroventa l’annuncio degli artisti più votati dalla giuria di giornalisti e critici musicali (e non solo) a cui il Club si affida. Per un semplice motivo, che esiste già nella definizione originaria: la Targa è un riconoscimento, non un premio. La questione primaria, forse, non è tanto vincere o perdere, ma essere riconosciuti o meno. L’ottica della gara a tutti i costi, e del conseguente tifo, anima spesso la cultura di questo Paese, determinandone il decadimento e abbattendone la bellezza.

Nella sezione Miglior album in assoluto Brunori Sas è stato il più votato con 56 preferenze, solo 8 in più di Paolo Benvegnù (qui a destra nella foto). In questo caso, probabilmente, avrebbe più senso sottolineare che Benvegnù è arrivato in cinquina con 3 degli ultimi 4 dischi, piuttosto che erigerlo a Leonardo Di Caprio della musica italiana. Brunori Sas è il cantautore che meglio traduce il contemporaneo in suoni e concetti, accorpando i sentimenti di tre generazioni. È l’artista che più di ogni altro ha attuato un’evoluzione personale a tutto tondo, inaugurando (assieme a Le luci della centrale elettrica) un circuito alternativo e diventando, proprio con l’ultimo disco, popolar-nazionale senza tradire il suo immaginario e la sua poetica. “Cip!” non è il suo lavoro più ispirato (lo era molto di più “A casa tutto bene”) ma si può riconoscere, senza patemi o storcimento nariceo e al netto della democrazia matematica, meritevole di Targa. Allo stesso modo, una Targa a Benvegnù non avrebbe spostato di una virgola la qualità delle riflessioni di questi giorni, e avrebbe reso merito a un artista tra i più profondi del panorama nostrano.

La sezione dedicata alle Opere Prime è quella più discussa, e non da oggi. La Targa 2020 è andata a Paolo Jannacci, bersaglio di ironia e sterili polemiche da parte di giurati e non. Al di là dei meriti del disco, sul cui giudizio, nell’ultima fase di voto, ha verosimilmente pesato il cognome, va sviluppata una riflessione sul senso della targa. Da regolamento Jannacci ha partecipato legittimamente, in quanto “Canterò” è il suo primo album da cantautore. Così come Giuseppe Anastasi ha partecipato nel 2018 pur essendo autore navigato, così come Motta ha partecipato nel 2016 pur avendo scritto le canzoni dei Criminal Jokers per 10 anni, così come Appino nel 2013, così come Morgan nel 2003, così come, senza dubbio, faranno Cristiano Godano (Marlene Kuntz) e Francesco Bianconi (Baustelle) tra il 2020 e il 2021, perché prossimi all’esordio solista. La discussione va spostata, quindi, a monte: la responsabilità dei votanti, in questo senso, è relativa, perché l’artista è protetto da un regolamento. È inutile additare i 68 giurati che hanno preferito Jannacci a Buva, Liana Marino, Lelio Morra e Réclame. È più utile, semmai, chiedersi se non sia il caso di ripensare la targa con uno sguardo più pragmatico agli artisti emergenti, che meriterebbero di essere ascoltati senza che i giurati siano premuti da nomi così tanto ingombranti e così poco esordienti. La falla potrebbe essere sistemata trasformando la targa all’Opera Prima nella targa al Miglior Emergente, concentrandosi complessivamente sulla qualità del percorso artistico (contingente ma anche potenziale) e non particolarmente su quella di un disco d’esordio. La questione si amplierebbe se ci si soffermasse su cosa significa “emergente”, perché un Brunori Sas a 42 anni ha una carriera decennale ma un Ivan Talarico è esordiente a 37. In questo senso, forse, la targa assegnata a Fulminacci nel 2019 rappresenta una sintesi perfetta e un prologo da cui partire per riflettere.

Le Targhe a Jannacci, Tosca e Nuova Compagnia di Canto Popolare hanno fatto emergere, soprattutto nei più attenti ai circuiti sub-commerciali e alternativi, una questione anagrafica, mal celando la dietrologia secondo la quale “giovane è sempre meglio”. Ma è davvero così? Esistono artisti che hanno dato il meglio di sé nella maturità (un esempio? Niccolò Fabi), come esistono tanti giovani che hanno pochissimo da dire. È davvero utile ridurre la questione a un mero sguardo sulla carta d’identità? O è più utile concentrarsi su forme e contenuti, considerando il fatto che gli anni Settanta sono finiti da un pezzo e oggi si è giovani anche alla soglia dei quarant’anni?

La Nuova Compagnia di Canto Popolare (qui sotto in una foto dove compare anche Corrado Sfogli, scomparso qualche mese fa, indimenticato artista di rara sensibilità) ha ottenuto la Targa con un disco che celebra la potenza della tradizione napoletana in una cinquina di livello produttivo spaziale: il mostro sacro Alfio Antico, la garanzia Daniele Sepe e gli splendidi fervori di Eleonora Bordonaro e Sara Marini. Chiunque avesse vinto lo avrebbe fatto con pieno merito, e la qualità spaventosa degli album finalisti è un segnale che non può passare inosservato.

La doppia targa a Tosca non è un unicum. Era già accaduto a Paolo Conte (1985), Fabrizio De André (1991 e 1997), e Samuele Bersani (2004). Polemizzare sul doppio riconoscimento a Tosca è negare l’evidenza. Nella sezione dedicata agli interpreti ha ottenuto 93 preferenze, che suonano quasi come un plebiscito. Nella sezione delle canzoni ha avuto la meglio, per un soffio, su Diodato e su altri tre brani di alto profilo (Eden di Rancore, Limiti di Giacomo Lariccia e Dove tia o vento di Beppe Gambetta). Anche qui il dibattito si è acceso sull’esperienza pluridecennale dell’artista, senza riflettere su che percorso ha portato alla pubblicazione di “Morabeza”. Tosca ha preferito la via della poetica a quella della mercanzia. Le sue Targhe rientrano proprio nell’ottica di un ri-conoscimento che arriva dopo anni di studio e ricerca, in cui ha praticato il teatro e l’approfondimento della tradizione musicale italiana e internazionale, e “Morabeza” non è che la summa di questa ricerca. La questione non è risolvibile nel saper cantare o meno (dato tutt’altro che scontato nel panorama contemporaneo), ma deve includere la materia del cantato. Il disco di Tosca ospita artisti simbolo delle musiche d’altrove, è incentrato sulla contaminazione di suoni e culture e pone l’accento su un tema di un’attualità sconcertante: l’integrazione. La canzone Ho amato tutto, scritta da Pietro Cantarelli (qui insieme nella foto) e tenuta nel cassetto per cinque anni, rappresenta una nuova maturità artistica, una maturità, appunto, ri-conosciuta. Rientra in quella casistica che raccoglie le canzoni d’arte passate sul palco del Festival di Sanremo, come Chiamami ancora amore di Roberto Vecchioni, per dirne una. Ma un interprete, oltre a saper cantare, deve essere capace di cercare e di scegliere suoni e testi adatti alla sua essenza artistica, deve sapersi contornare degli autori giusti. Ed è un altro dato affatto scontato. La collaborazione con Joe Barbieri e Cantarelli, in questo senso, è determinante.

A costruire lo sfondo di questi risultati c’è la messa in discussione del valore e del ruolo della giuria. Additare gli altri nascondendosi dietro armate certezze è un atto francamente poco costruttivo e fastidioso. I retropensieri sui rapporti (non intesi solo come amicizie) di alcuni giurati con artisti e uffici stampa sono poco più che insinuazioni, se non si documentano esplicitamente. Ma rimanendo nell’ambito delle amicizie, anche di quelle strette - inevitabili quando metti insieme artisti e addetti ai lavori - certe illazioni di costruttivo hanno poco. La musica è un atto comunicativo, né più né meno. Nella produzione di un album la comunicazione e la promozione sono elementi importanti. L’ufficio stampa gioca un ruolo spesso fondamentale, ma non può essere motivo di biasimo generalizzato e anzi, forse dovrebbe essere messo al centro di un’azione anche formativa che gli addetti ai lavori possiedono in potenza. La soluzione sta nella trasparenza, è chiaro, ma in che modo? Il voto palese, invocato in queste settimane, può essere un’arma a doppio taglio proprio in relazione al fatto, totalmente fisiologico, che diversi giurati sviluppano rapporti amicali con artisti e agenzie, e che potrebbero essere messi sotto pressione (è già successo in passato) al momento della votazione. Le amicizie nella musica sono un aspetto fondamentale, ne determinano la diffusione e il cambiamento, non è utile considerarle come il nemico da abbattere. La giuria è un atto di responsabilità che si dovrebbe onorare a monte, più che palesare a valle. Ma il giudizio, talvolta aprioristico, del singolo sul collettivo, è un parametro che porta a scarsi risultati.

La critica e il giornalismo servono a orientare gli ascoltatori e i lettori, non a disorientarli. Se tutto viene tinto di rivalse personali e recriminazioni sulla base dei gusti, allora viene meno questa funzione primordiale, di cui le Targhe Tenco (insieme ad altre manifestazioni) dovrebbero essere la massima esposizione. La discussione, poi, dovrebbe essere portata avanti con meno povertà comunicativa: a sfogarsi sui social si rischia di commettere atti osceni in luogo pubblico, perché è di questo che si tratta, e di portare il pubblico da un’altra parte.

Il fermento culturale va cavalcato e sviluppato in maniera costruttiva e collettiva, in un’ottica di confronto e non di schermaglia. Un vecchio detto recita “la musica va spartita”: è dalla condivisione di idee diverse e comuni che si costruisce cultura. Il resto è mero tifo. E il tifo è come lo scherzo, è bello quando dura poco.

L’invito, rivolto ai colleghi, agli artisti, ai giurati e al Club Tenco, è quello di sedersi attorno a un tavolo e riflettere assieme, per ri-conoscere la canzone d’autore e il suo linguaggio, i suoi argomenti e la sua naturale evoluzione. Perché quel “d’autore” suoni non come un aggettivo, una locuzione estetica, ma come un’apposizione, una locuzione artistica.

 

 

Brunori Sas
https://www.facebook.com/brunorisaspage/
https://www.brunorisas.it/

 

 

Paolo Jannacci
http://www.alabianca.it/artisti/paolo-jannacci/

 

 

 

Nuova Compagnia di Canto Popolare
https://www.facebook.com/nccpofficial/

 

 

 

Tosca
https://www.facebook.com/toscadonatiofficial/

 

 

 

Note di viaggio – capitolo 1: venite avanti…

 

 

 

 

Io credevo. Le canzoni di Gianni Siviero
https://www.squilibri.it/catalogo/crinali/io-credevo-le-canzoni-di-gianni-siviero.html


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