Un’edizione, la numero settantasei, del festival di Sanremo, che non dimenticheremo facilmente. Un’attesa lunga e sofferta vissuta sul filo della maratona, intesa in senso letterale, secondo i dettami chiari del capitano di fregata, Carlo Conti, e conclusa come non avremmo mai creduto (e voluto). Al primo posto sul podio sale con rapido balzo Sal Da Vinci, giacca, ciuffo e sorriso lucente, issandosi, nell’arco della settimana, su tutti i gradini di quella scala che notoriamente fa scivolare in basso chiunque, coi tacchi o senza. Non lui, però, lo scugnizzo nato a New York e cresciuto a Napoli, tornato sul palco dell’Ariston (la sua prima volta fu nel 2009), dopo il rumoroso successo di Rossetto e caffè di due anni fa, con un brano impostato sulla dichiarata esposizione di concetti chiave, molto simili a dio patria e famiglia, mimati anche da una sorta di balletto, che in pochi giorni ha già invaso case e chiese.

L’edizione 2026 di Sanremo porta alla vittoria un poppettone neomelodico, che ti resta appiccicato alle orecchie, una canzone dozzinale senza nessuna pretesa, che rassicura le mamme, le nonne e le fidanzate, quelle che negli occhi hanno il sogno del tulle bianco e dei confetti. Per sempre sì: una promessa o una minaccia, lasciamolo ai posteri. Ma come si è arrivati a questo? Dove si è incagliata la nave di Conti per riavvolgere il nastro così velocemente e portare in cima alle classifiche una canzone degna degli anni ’50?
Se la chiusura del 2025 la vogliamo considerare una traccia, scherzandoci sopra, la balorda nostalgia di Olly ci doveva avvisare e far stare in campana, perché di quello si tratta: nostalgia di un mondo che non è più, che non assomiglia per niente a tutti quei giovanissimi che con Amadeus avevano fatto un passettino verso l’ingiacchettato Festivàl (appannaggio degli adulti di casa), che avevano visto sul palco mondi a loro leggibili, linguaggi noti, artisti decodificabili. Il tonfo di sedere per terra, improvviso, spariglia le carte, arrivando sia per televoto che per sala stampa. Mai avremmo pensato di lodare Amadeus, eppure, a lui va riconosciuto quel cambio di artisti e di pubblico, di percezione di una manifestazione per molti data per morta e datata.
E dire che la gara aveva papabili attori di un podio differente, pur se inseriti probabilmente in uno dei più brutti Sanremo della storia. Per freddezza di conduzione, impostata da Carlo Conti e mitigata per quel che poteva da una Laura Pausini molto a suo agio nel ruolo di conduttrice, per oggettiva bassa qualità dei brani, per una longa manus che dall’alto si avvertiva in modo claustrofobico a dirigere sorti e destini. Proprio come nel bel mezzo della serata finale, quando Conti ha investito del ruolo di presentatore e direttore artistico del Sanremo 2027 Stefano De Martino, annunciando con sicumera e tanto di pacca sulla spalla il successore. Un gesto poco comprensibile, che arriva come un passaggio di consegne veloce, aggressivo, direttamente da un collega e non dai vertici Rai, come a segnare una nuova epoca legata però a consolidati schemi, un nuovo modo da conservare senza interferenza alcuna. Paura.

Tornando alla gara, i Premi della critica hanno dato fiato e larghezze a chi quel podio lo ha sfiorato di striscio: Fulminacci, che aveva la canzone più bella del Festival (Premio Mia Martini), Serena Brancale, arrivata con un brano non bellissimo ma potente e ben cantato (Premio sala stampa Lucio Dalla), Masini e Fedez, dati per favoriti fino alle ultimissime battute finali (Premio Bardotti per miglior testo), Ditonellapiaga, che si è accaparrata la medaglia di bronzo sul podio, grazie a un pezzo ben costruito e ben orchestrato da Carolina Bubbico, tanto quanto la sua cover di The lady is a tramp, miglior performance della quarta serata in grande spolvero con Tony Pitony (Premio Bigazzi, miglior composizione musicale); quando si lavora bene e tanto, i risultati si vedono.
Arisa scivola al quarto posto, favorita fino alla finale: la sua magica favola che sa di colonna sonora Disney accarezza le sue doti vocali ma non ha tiro. Levante arriva piena di speranze cantando d’amore, elegante e molto femminile, ma torna a casa a mani vuote, Patty Pravo ripropone una caricatura di sé, e forse sarebbe il caso di abbandonare la gara e tornare come ospite ormai, Malika non convince, Tredici Pietro cerca di scalare quei monti pietra dove può nascere un fiore, ma arriva suo padre nella serata delle cover a fargli ombra definitivamente. Raf canta teneramente, lasciandoci quel sapore rassicurante degli anni ’80, per lui mai finiti (e nemmeno per noi), Leo Gassman gigioneggia bellino, mentre una serie di presenze ai più sconosciute portano con sicurezza sul palco il loro verbo. Sayf, uno di loro, giovane intrecciato e sorridente, si aggiudica il secondo posto, e chissà che ancora non si sia ripreso, cercando di capire come e perché.

Nelle diverse serate si sono alternati ospiti importanti e sono stati assegnati premi alla carriera a giganti della canzone italiana. Mogol, Caterina Caselli e un immenso Fausto Leali che a mezzanotte, come una Cenerentola al contrario, arriva e canta facendo spegnere la luce. Intonazione, forza, espressività e grandissima umiltà. Commosso lui, commossi noi, che in soggiorno abbiamo fatto volare le ciabatte, di fronte a una lezione che autori ed interpreti dovrebbero prendere e tenere sul comodino a vita.
Giù dalla torre le mamme piangenti, la retorica sparsa, le fanfare, i baci alle mogli e ai figli, i cori, tutta roba da salotto buono della nonna che spesso è stata servita in modo strumentale tra una canzone e l’altra, correndo affannati nella scaletta, per arrivare in orario o addirittura in anticipo sulla tabella di marcia. Arrivare dove, poi, chissà, se in questo minestrone privo di senso interviste e commozioni, cercate per fare share, vanno poi gestite nel cinismo più totale di una fretta generale solo come tasselli di un mosaico in cui tutto deve rientrare, il bimbo, la zia, il premio alla carriera, il comico di turno, Sandokan nuovo, Sandokan anziano. Ci mancava solo la tigre della Malesia (e i due leocorni).

Salviamo quello che poi ci tiene avvinti come l’edera per cinque serate, salviamo il coraggio di molti, l’orchestra sempre e comunque, l’emozione degli artisti, la serata cover, che è la più bella nonostante tutto (John Thiele, piccola aliena – qui nella foto ospite di Nayt – ha portato un gioiellino). Salviamo Alicia Keys e Tiziano Ferro, ospiti d’onore, gli abiti delle signore, quest’anno elegantissimi, e salviamo i The Jackal, ironici e intelligentissimi, parentesi a latere di un Festival che non è stato in grado nemmeno di onorare la statura enorme di Peppe Vessicchio, scomparso improvvisamente quest’anno. Loro, sì. E questo gli fa molto onore.
La voce di Baudo in apertura, invece, ci ha fatto tremare il cuore.
(foto tratte dai canali ufficiali RAI)

