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In chiave di violino (e non)

Archi e corde in genere, ma anche organici ricchi di fiati vociferanti, fra eleganza e vitalità. In attesa dei primi lavori targati 2018…

Puntata prenatalizia della nostra rubrica, con uno sguardo su una serie di uscite autunnali per un motivo o per l’altro degne di menzione, partendo da quella che è con tutta probabilità la più stimolante, vale a dire il nuovo album di quel singolare personaggio che è Roberto Negro (foto sopra), pianista italiano vissuto fino a quattordici anni a Kinshasa, e poi traferitosi – via Ginevra e Grenoble – a Parigi, dov’è molto (legittimamente) apprezzato. Il suo ultimo cd s’intitola Dadada (etichetta Label Bleu, rediviva) e lo coglie in trio con Emile Parisien (altro giovanotto da tener d’occhio), sax soprano, e Michele Rabbia (lui il nostro occhio se l’è già guadagnato da un po’), percussioni ed elettronica. Il disco sposa vitalità ed eleganza, aplomb e inclinazione al rischio, non ovvietà e salde impalcature architettoniche. Un gioiellino, insomma.

Attorno alla chitarra del lombardo (ma bolognese d’adozione) Alberto Cavenati e all’elettronica del veronese Bob Meanza (al secolo Michele Pedrazzi) ruota poi un altro gruppo degno di nota, Toxydoll, completato dal valenciano Vicent Doménech al sax alto e dalla moscovita Olga Nosova, voce e batteria. Il loro secondo album, Hawkward (Aut), è pieno, denso, vitale, non esente, azzarderemmo, dalla lezione dell’asse Berne/Threadgill, con ruvidità e rumorismi sparsi. Non banale, che è poi ciò che più conta.

Saliamo alle cinque unità per i due cd che seguono, per certi versi quasi antitetici. Il primo è Tellnolies (Fonterossa), con doppio sax (Edoardo Marraffa, sopranino, e Gabriele Di Giulio, tenore), piano (Nicola Guazzaloca), contrabbasso (Luca Bernard) e batteria (Andrea Grillini).  Lo attraversa un free di ottima fattura, non senza inflessioni vagamente bandistiche che ricordano un maestro come Albert Ayler. Quasi antitetico, dicevamo, l’altro album in quintetto, Haiku Time (Abeat) del Claudio Fasoli Samadhi, rispetto all’organico precedente con una tromba al posto del secondo sax. Ma che atmosfere diverse sa produrre questo minimo cambio! Non è del resto il cambio, ma il manico: Fasoli, padre nobile del jazz italiano, ha un approccio inconfondibile, magro e cogitabondo, aborrisce ogni eccesso, confezionando una musica sempre calibrata, asciutta, sottilmente evocativa. Questo suo ultimo lavoro lo conferma egregiamente

E veniamo a due note un po’ più dolenti, meritevoli comunque di menzione giungendoci da musicisti di sicuro valore. Il primo è il sax-clarinettista Gabriele Coen, che in sestetto ci propone Sephirot, Kaballah in Music (Parco della Musica), sempre prossimo al mondo ebraico di cui Coen fa parte, ma insolitamente estroverso, molto elettrificato e non immune da qualche eccesso di misura, insomma poco in linea con la poetica, elegante e pudica, che gli conoscevamo, discorso che, pur da un diverso punto di partenza, più squisitamente sperimentale, tocca pure Fabrizio Puglisi e il suo recente Giallooro (Caligola), realizzato alla testa di un settetto denominato Guantanamo che già ci dice non poco circa l’indirizzo del disco, latineggiante e di grana piuttosto grossa, del tutto inusuale, appunto, per il pianista siciliano.

Dopo una serie di gruppi tutti di recente costituzione, eccoci ora a parlare di uno dei nuclei storici del jazz italiano fuori da ogni pastoia mainstream, Nexus, sorto nei primi anni Ottanta attorno al sassofonista Daniele Cavallanti e al batterista Tiziano Tononi (foto qui sopra), che ne sono tuttora i motori e la cui ultima incarnazione è un settetto con Chiapperini, Mitelli, Parrini, Mirra e Bolognesi, un supergruppo, in altre parole, che firma il recente Experience Nexus! (Rudi), sei brani svarianti dai sette ai diciannove minuti zeppi di dediche (a John Carter e John Gilmore, fra gli altri), tutto secondo le migliori abitudini della premiata ditta C&T. Intensità, coralità e senso ritualistico-epico-solenne ne sono una volta di più i caratteri distintivi, nel rispetto di una tradizione consolidata quanto sempre attuale, vivifica.

Il violino di Emanuele Parrini compare anche nei successivi due cd di cui ci occupiamo. Il primo, di tono tutto sommato non troppo dissimile dal precedente, è Cordonbleux at Nof (Aut) del sestetto guidato da Renato Cordovani, clarinettista e sassofonista fiorentino non proprio di primo pelo e tuttavia al debutto discografico a suo nome. Grandi occasioni mancate prima, vien da dire, visto il livello del disco, veramente maiuscolo, con una front line composta da due ance, trombone e violino, più basso e batteria. È una musica vociferante e ricca, quella che emerge dal cd, sempre con Ayler (ma anche certo AEOC) a far capolino dietro l’angolo.

Tutt’altro clima contrassegna il terzo cd con Parrini, qui in mezzo a un nugolo di corde, elegantemente rarefatte e cameristico-contemporanee quanto basta. Trattasi di Narra fantasmi (Splasch) del Quartetto 19, di cui il succitato Parrini è in realtà uno dei molti ospiti. Di temperatura in qualche modo analoga è anche Lumina (Tuk), firmato da un quintetto in cui spicca la voce della pugliese Carla Casarano (foto sotto), sorella del più noto Raffaele, con Marco Bardoscia e Emanuele Maniscalco fra gli altri.

La differenza sostanziale è che in questo caso il tono è più colloquiale, meno ardito, meno spinto in avanti, laddove l’ultimo album (sempre in quintetto) di cui ci occupiamo, Dissolvenze (Improvvisatore Involontario) del sassofonista senese Giovanni Benvenuti, ancor più massicciamente dominato dagli archi, batte bandiera classica ben più che jazzistica, riuscendo solo in parte a scrollarsi di dosso una rigidità compositivo-strutturale che in qualche misura lo ingabbia. Ci si rilegge con l’anno nuovo.

Foto di Roberto Cifarelli (Casarano).

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