Ass. Culturale
L’Isola della Musica Italiana

Sede Legale:
Piazza della Pace, 9
25039 Travagliato (BS)

Per contattare la Redazione
o avere informazioni, SCRIVI a:

A tre anni da “Dolci frutti tropicali”, Pacifico torna con Dentro ogni casa, un disco di sguardi furtivi, di esplorazione di istanti e dettagli che scava fino al magma vivo delle emozioni. In una cordiale chiacchierata, parliamo dei molti cambiamenti, professionali e meno, che stanno alla radice di questa nuova gemma di uno dei cantautori più intensi della scena musicale italiana.

Parliamo
subito dell’albumDentro ogni casa”. Mi sembra che tu abbia voluto
ribaltare le premesse di “Dolci
frutti tropicali”, che hai composto in “isolamento”, per riavvicinarti alle
persone e alle loro storie. Anche la tracklist sembra organizzata per fluire
naturalmente da un brano all’altro, come se il tuo sguardo spaziasse da uno
spaccato di vita al successivo.
È andata proprio così: avevo fatto “Dolci
frutti tropicali” con la necessità di stare un po’ in solitudine. Invece questa
volta avevo proprio bisogno della città, perché mi ero reso conto che la
solitudine era diventata un po’ una gabbia, mi ritrovavo spesso al cospetto di
me stesso e non era tanto produttivo. Già dentro di me ero silenzioso, facevo
fatica a far scaturire le canzoni, avevo bisogno di interagire con qualcuno.
Invece, questa volta mi sono messo a cercare le stesse emozioni che provo
quotidianamente, però in un contesto più allargato: ho cominciato a registrare
amici a volte segretamente, a volte dicendoglielo, ma comunque senza utilizzare
le registrazioni. Avevo proprio voglia di sentire piccole confidenze o risate
spontanee, cose naturali, che non
fossero mediate. Non cercavo rivelazioni particolari, cercavo stati d’animo. Poi
c’è anche lo sbirciare nelle case con distrazione: vedere il tipo di panni,
come cambiano le case dalla periferia al centro, come cambiano gli arredi, con le
maschere africane, le illuminazioni dell’Ikea o più preziose, le travi a vista,
e cercare di trovare le persone là dietro. All’inizio ero proprio partito con
l’idea di fare una cronaca, dei ritratti precisi, poi mi sono ritrovato a
parlare ancora di emozioni, perché quello era un taglio più sociale che forse
riesco a descrivere meno. Ho cercato che le persone mi comunicassero qualcosa
di cui scrivere: ho trovato alcuni che si interrogavano sull’avere tante
resistenze e protezioni, e lì è nato Dove
comincia tutto
. Ed è così che sono nati anche gli altri scenari emotivi del
disco. A
livello di produzione e arrangiamenti, sembra che, rispetto ai dischi
precedenti, ci sia stato uno sforzo di valorizzazione di tutta la parte
acustica, in particolare archi e fiati, rispetto all’elettronica, la cui è
presenza è senz’altro più discreta.
Nei ringraziamenti del disco ce n’è uno a
Molteno Vitali, che in realtà è una figura immaginaria: parlando con un
collaboratore, ho detto «mi piacerebbe che nel disco ci fossero molte novità» e
lui, non capendo, ha risposto «ma chi è Molteno Vitali? ». E così è diventato
una specie di nume tutelare del disco. In realtà c’è stato un cambio di
produzione e di management, ma la cosa che è cambiata in particolar modo è l’essermi
affidato ad altri: mentre prima facevo un po’ tutto a casa, e poi rifinivo in
studio con Paolo Iafelice, qui mi
sono dedicato a testo, melodia ed armonia, e poi abbiamo lavorato in produzione
con Roberto Vernetti e con Vittorio Cosma per gli arrangiamenti. Roberto
è molto attento alla voce e all’elettronica: in realtà c’è, ma la grossa
differenza è che è molto meno caotica. Prima la facevo io stesso in modo naif,
era tutto molto lo-fi. Invece questi sono professionisti dell’elettronica, la
fanno da anni e sono arrivati a suonare l’elettronica in modo così “acculturato”
da farla diventare quasi acustica, arrivano a mettere la loro firma
nell’assenza o nella rarefazione del suono. Con Vittorio abbiamo messo a fuoco
la parte acustica. Insomma, abbiamo sommato questi due elementi che c’erano
già, ma ora sono meno confusi e più espliciti. Infatti,
sembra che ci sia stato un lavoro sulla voce, che a volte pare quasi
trasformata.
Innanzi tutto è arrivata Caterina Caselli, che ha una volontà effettiva
di incidere sul destino degli artisti. Quando ha sentito le cose scrivevo,
voleva che mi liberassi dei miei punti deboli. Questa cosa della voce l’ha
vista come un falso problema, e ho seguito molto il suo consiglio di studiare,
ma per una ragione precisa: non voglio essere un autore prestato ogni tanto al
palcoscenico, voglio essere un professionista ineccepibile, con i limiti e i
pregi che ha ogni cantautore, ma non voglio sembrare capitato lì per caso, in
una transizione fra due pezzi per altri. Questa presa di coscienza mi ha
portato a scrivere in tonalità più vicine al mio parlato, e a non rifugiarmi
più in quel falsetto che era veramente un po’ innaturale per me. Ero arrivato a
quel punto perché per timidezza a casa cantavo in falsetto, con gli ultrasuoni:
per anni ho pensato di saper cantare così, ma in realtà era molto scomodo e
faticoso per me. Ho cominciato a scrivere le canzoni in modo più naturale, e
poi con Vernetti c’è stata una grande cura: mi ha fatto cantare moltissimo, in
continuazione, ed è una cosa che ho fatto anche da solo perché volevo sentirla,
capire dove poteva essere sfruttata bene o dove no. Quindi sì, nella voce c’è
una trasformazione che sento più naturale, è un punto meno oscuro e spaventoso
da affrontare. Ascoltando
le tue canzoni, traspare sempre una cura attentissima ai testi, quasi fossero
il risultato di una levigatura sempre più minuziosa.
Sul testo sono proprio puntiglioso. Diciamo
che tendo a scrivere di getto e con delle idee forti, e adesso tendo ad
accompagnare la musica subito: ho visto che scrivendo solo il testo devi giustificare
in metrica delle frasi molto affascinanti, però la musica finisce per
soffrirne, e riesci a cavartela solo con l’arrangiamento. Ora, appena ho una
bella frase, lavoro un po’ sulla musica, e cerco di portarli avanti assieme. Dopo
questa prima stesura c’è il lavoro di levigatura, che mi appassiona e mi
diverte molto: lo trovo molto vicino alla Settimana Enigmistica, a volte
l’ultimo aggettivo lo scrivo poco prima di andare in stampa. Capita anche di
metterne alcuni che sono un “peso” adatto, ma non sono ancora la parola giusta.
Questo tipo di sensibilità è una cosa che vedo molto anche come autore: a volte
mi arrivano testi anche solo da rivedere, in cui c’è una parola che sta bene
metricamente, ma non è la parola giusta. Sicuramente la persona che l’ha
scritta voleva dire un’altra cosa: si è scelta la metrica, magari l’area di
significato, ma non è arrivato a dire esattamente quello che voleva dire. Ovviamente,
è vero che spesso certe parole intoccabili arrivano “immediatamente”, ma altre
cose necessitano di un arrangiamento minuscolo che continua mentre spargi il
testo sul foglio. È
emblematico il brano Dove comincia tutto,
nel quale esprimi il desiderio di tornare all’essenza, a un’autenticità
originaria: per intraprendere questo tuo viaggio bisogna spogliarsi di
qualcosa, anche a livello musicale?
Questa è una cosa che è successa effettivamente
nel disco. Io arrivo a fare il cantautore da musicista, sono un melodista, mi
piacevano Battisti, i Beatles, arrivo da un’attenzione alla
musica più che ai testi. Ho fatto attenzione andando avanti, ma non ho nulla da
imparare dai grandi autori di testi perché da loro, alla fine, non si può
imparare, sono inarrivabili: ti possono insegnare ad accorciare delle strade
d’apprendimento, a renderti spudorato a volte, o consentirti una libertà che ci
si mette una vita a raggiungere. Vedi che quello ha scritto una certa cosa e
dici «ma come ha fatto ad essere così sintetico? ». E la sintesi è l’obiettivo
costante, anche musicalmente, e diventa quasi una compagnia: c’era
un’ossessione nello scegliere un riff di chitarra, una linea di basso, un
colore insomma, in modo che il pezzo non venisse pregiudicato. Quindi sui testi
è proprio un’ossessione per me: adesso vedo che scrivo delle frasi e subito mi
rendo conto se sono efficaci, oppure noto delle piccole insincerità, perché magari
troppo dimostrative. È come con i libri: adoro quelli in cui lo scrittore che
si toglie di torno, che non mette il punto per infilare la frase in cui fa
vedere che sa scrivere bene. Leggevo “Cecità” di Saramago, lì lo scrittore non c’è più, ci sono solo i fatti, non ci
sono abbellimenti. E anch’io, mi fermo appena sento che mi si apre la ruota del
pavone: devo arrivare ad essere asciutto, è un’ossessione per me. Questa
“tecnica di indagine” a partire da alcuni particolari è lampante in Un ragazzo. Anche in particolare in Spiccioli, descrivi delle carrellate di
dettagli pregnanti, di primissimi piani che vanno a formare dei piccoli
cortometraggi di spaccati di vita. Cerchi sempre di dare un taglio
cinematografico ai tuoi pezzi? Hai dei punti di riferimento cinematografici o
comunque figurativi?
Magari non ho dei referenti precisi, tra i
registi, perché sono un consumatore di cinema vorace: vado a vedere dal musical
al film medio-orientale, alla tamarrata di inseguimenti. Sicuramente a volte
parto proprio da immagini che arrivano dal cinema: ad esempio Dentro ogni casa parte da un’immagine
de “L’odio” di Kassovitz, con quella
ripresa volante sopra un quartiere, oltre che dal video di Protection dei Massive Attack,
con quella visione proprio dentro ogni casa. Queste cose si sono unite a una
mia suggestione di potersi liberare e volare a notte fonda, passando dentro le
case mentre la gente dorme. C’era anche un riferimento a “I Vitelloni” di Fellini, con l’ultima inquadratura
in cui il protagonista va via, vede le camere degli amici e li saluta. In Dove comincia tutto avevo questa
immagine di un salto dal trampolino di cinquanta metri, enorme. In passato, mi
era capitato anche con Solo un sogno,
dove c’era un riferimento a “I duellanti” di Ridley Scott. Insomma, è una cosa
che ho costantemente coltivato. Poi, come in Un ragazzo, ci sono situazioni che ho vissuto, e ricordo questi
flashback, questi dettagli che mi colpivano, ed è per quello che il pezzo mi sembra
molto riuscito. Neanche nell’arrangiamento c’è la minima indulgenza
sull’aspetto melodrammatico: è tutto molto trattenuto perché è una soglia, dopo
sarà il dramma, ma nel pezzo c’è quel momento di incomprensibilità in cui è
tutto congelato. E quella è un’immagine precisa, così come il fermo immagine su
Spiccioli. Questo è l’insegnamento di
Paolo Conte, che ha una capacità
filmica più spiccata perché più esercitata: io lo faccio più sulle emozioni, a
volte da un’immagine cerco di comunicare un dettaglio dietro cui si nasconde
un’emozione. In
alcune biografie si legge che lo pseudonimo Pacifico sia nato anche dalla tua
riservatezza e dalla tua calma: credi che questo sia ancora vero, anche
considerando di una canzone quasi sfrontatamente d’amore come Tu che sei parte di me, che non a caso
vede la presenza di Gianna Nannini?
A parte questa questione della calma, mi è
sempre sembrato uno pseudonimo centrato. In realtà è sempre stato un nome che
celava una contraddizione: quando dovevo giustificarlo ai giornalisti, dicevo sempre
in modo un po’ beffardo che Pacifico è l’oceano più difficile da navigare. Però
ovviamente all’inizio non avevo pensato a questo, l’avevo scritto casualmente,
anche se a quelle casualità col tempo credo sempre di meno. Effettivamente, sono
molto pacato perché cerco di trattenere un certo tipo di reazioni che dentro
vivo molto intensamente: mi è sempre sembrato di vivere pericolosamente, anche
se non faccio nulla di pericoloso. È una questione emotiva, di essere a volte un
po’ vittima del trasporto, anche se fuori traspare poco. Essere pacifico è una
questione di facciata, è una sorta di protezione. Sulle canzoni di amore, in
realtà, non ho mai avuto, soprattutto scrivendo per altri, un grosso pudore:
credo che vada manifestato così. In particolare Tu che sei parte di me è un pezzo molto importante perché porta
nella mia carriera compositiva e da interprete un registro che spesso uso per
altri, in cui posso dire «ti amo, tu sei parte di me» finalmente senza nessuna
ritrosia. Questa carriera da autore che ho iniziato da un po’ di tempo ha
aggiustato e ha reso trasparente il mio modo di esprimermi, e mi ha insegnato
che quando devi dire una cosa devi sempre usare un linguaggio appropriato. Poi
è tremendo esprimere amore metaforicamente: è bello nelle poesie, ma se vuoi
essere diretto è bene che tu dica «ti amo», se quello è il desiderio o il sogno
che hai, perché se devi essere contorto anche lì diventa improduttivo. Le tue
collaborazioni hanno cambiato in qualche modo l’approccio alla tua musica, sia
da un punto di vista compositivo che interpretativo?
Sull’interpretazione poco, se non il fatto
che ho avuto la possibilità di lavorare con grandissimi cantanti. Mi ha
impressionato Morandi, ho visto come
ha lavorato in studio e nei concerti: una professionalità e una preparazione
mostruosa, una capacità immediata di entrare nel pezzo. Altrettanto per Gianna Nannini. In realtà, non so
quanto puoi imparare: forse qualche malizia, ma lì c’è anche un dono d’istinto.
Però il fatto di vederli così convinti, e quanto mi esortassero anche loro, è
stato molto importante. Mi ha cambiato sicuramente la scrittura: io ho
cominciato a scrivere tardi, ed all’inizio ero affascinato da me stesso, dal
fatto che riuscivo a mettere di botto in fila delle frasi, anche se in realtà ero
molto dimostrativo. Invece con loro è stato diverso: sento le canzoni che ho
scritto per Gianna Nannini cantate dai balconi a squarciagola, e ho capito che
non era necessariamente un impoverimento. Tu
che sei parte di me
è un episodio, e vuole essere esplicito e diretto, e si
presta al fatto che arrivi lei e “tiri un calcio” alla canzone e la scaraventi
fuori. E il fatto che stia arrivando a tante persone è una soddisfazione enorme.
Non mi sento snaturato in quella canzone, è esattamente come quando ho partecipato
a Sei nell’anima: ci sono un paio di
frasi che mi rendono orgoglioso, più di altre più misteriose che hanno
soddisfatto solo me e che magari non sono state neanche percepite. Parlaci
di Spiccioli, un brano molto
sperimentale e stratificato, con la presenza della chitarra di Amedeo Pace dei
Blonde Redhead.
È stata una fortuna. Li ho sempre ammirati
come musicisti e come autori, e loro hanno sempre ricambiato la stima: sentivo
che c’era una matrice comune, forse l’amore per Battisti e i Genesis, per la melodia. Ho provato a chiedere
ad Amedeo Pace di collaborare, e lui
ha accettato senza cerimonie: gli ho mandato il pezzo a New York via mail, e
lui l’ha registrato con un computerino, infatti il suono era strano ma perfetto
per il pezzo. Spiccioli all’inizio
era accompagnata in un altro modo, c’era un giro ossessivo di pianoforte, ma appena
arrivata la sua chitarra dava subito un carattere molto preciso, per cui
l’abbiamo tolto. Poi è stata una stratificazione successiva: abbiamo lavorato
sui cori, poi dopo Vittorio Cosma ha improvvisato un giro per la coda. Poi alla
fine è arrivato questo piccolo estratto dell’orchestra diretta da Borgar Magnason, che ha lavorato per
Bjork e con Cosma per una manifestazione. Alla fine è uno di quei pezzi che mi
piace di più del disco, perché ha mantenuto questa specie di sospensione del
momento: c’è questo abbandono di due persone che non devono difendersi più da
nulla, e che proprio per questo si possono abbandonare a questa condizione. Tornando
alla considerazione che “Dentro ogni casa” ribalta le premesse di Dolci frutti tropicali, ci sono due
brani che simboleggino questa transizione: uno è Verrà l’estate, una sorta di seguito de L’inverno trascorre. L’altro brano è Dentro ogni casa, l’altra faccia della medaglia rispetto all’odissea
urbana di Polifemo.
Sono dei passaggi, e ho scritto un pezzo
che credo uscirà nella versione di iTunes, che però era già sul disco
dell’Ukulele dell’Istituto Barlumen, che si intitola, guarda caso, L’inverno non c’è più, che era riferito
all’inverno di due anni fa in cui faceva sempre caldo, e sembrava che da allora
per effetto serra avremmo avuto sempre inverni caldi. Però è vero, sento che durante
l’inverno ci sia una mancanza che si colma di ricerca, di fede, mentre d’estate
c’è la speranza un po’ semplicistica che qualcosa cambierà, e questo c’è in Verrà l’estate. L’estate è una stagione
che sembra sempre dare delle opportunità: c’è quell’ora del crepuscolo, con la
tregua dal caldo, in cui metti i piedi nella sabbia fresca e hai un sacco di
propositi per l’autunno e l’inverno, che poi non sempre si realizzano. Tra Polifemo
e Dentro ogni casa c’è un passaggio
interessante: Polifemo è un pezzo che
io ho amato molto, perché rappresenta un soliloquio, e, anche qui, m’ero
rifatto a “Donnie Darko”, con il risveglio di questa persona, l’incertezza tra
sogno e realtà. È qualcosa di molto intimo. Invece Dentro ogni casa è uno sguardo fuori dalla finestra, dentro altre
persone: c’è dell’intimità, perché cerco e trovo cose perdute in casa mia magari
da anni che in qualche modo mi ricordano qualcos’altro, ma c’è un’apertura
maggiore. Non hai
mai scritto un pezzo “engagè”, forse escludendo Come un fuoco lento: lo scriveresti?
Come un
fuoco lento
è più celentanista che ambientalista, parla del
Celentano che parla dell’ambiente, mi ricordava molto questa fonte
d’ispirazione. Penso di no, perché quando le scrivo (e ne ho nel cassetto di
pezzi del genere) vedo che la mia arma è più spuntata, la mia penna è meno
precisa. Forse mettendole in bocca a qualcun altro saprei cosa fare, ma in
realtà non vedo artisti che parlano di politica che mi colpiscano. Forse la
canzone è diventata meno un veicolo per certe forme di protesta, forse per
parlare di certi argomenti ci dev’essere un’emergenza storica, e la trovo solo
nei sussulti che arrivano dal rap napoletano. Comunque credo ancora di più
nella necessità di parlare di ciò che provo dentro di me e che sento anche
negli altri, per capire dove ci assomigliamo, dei destini delle persone
insomma, come se questo disco fosse solo il primo passo. Ci
saranno novità nel live?
Per il live, ce ne sono diverse: la
formazione è completamente nuova e la sto ancora costruendo. Tornerò alla
chitarra acustica, e sto lavorando con Alberto
Fabris
, che suona il contrabbasso ma usa anche l’elettronica. In sostanza, quest’anno
ho voglia di suonare tanto, e per questo voglio uscire in tutti i modi, in duo
come in quintetto, in modo da essere pronto a situazioni diverse. I brani li
rifaremo tutti in modo più scarno: un po’ d’elettronica minimale, la base
armonica di chitarra e arco, e il colore nobile di un arco. Mi sto impegnando
molto nella loro realizzazione, anche minimale e spartana, ma non voglio
sembrare messo lì per caso, voglio che quei pochi che vengono vadano via contenti,
se possibile entusiasti, anche con un biglietto di tre euro, ma che valga la
pena spendere. Questo penso sia l’esito che mi aspetto di più dal disco: che
porti a una riconoscibilità del mio ruolo di cantautore.

(26/01/2009)
Artista:
Pacifico