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Prima le canzoni popolari delle nostre terre (in “La storia si canta”), poi la tradizione degli spirituals americani in Mercy, ultimo – bellissimo – disco di Fabrizio Poggi. Proprio da lui ci facciamo raccontare il cammino artistico, ma soprattutto umano e spirituale, che lo ha portato da giovane ad innamorarsi dell’armonica e successivamente a riprendere i grandi canti delle piantagioni di cotone d’oltreoceano insieme ad alcuni nomi altrettanto importanti della musica a stelle e strisce degli ultimi trent’anni.

Come è incominciato il tuo amore per
l’armonica? Insomma, tutti quanti a scuola suonano il flauto, si appassionano
al massimo alla chitarra, alla batteria…
Ho incominciato suonando la chitarra, che suono ancora oggi insieme al
mandolino e all’organetto, poi un giorno, mi sono accorto che con l’armonica
riuscivo ad esprimermi con più facilità e che forse con la chitarra avevo
scelto lo strumento sbagliato. Per fortuna l’armonica ha avuto l’idea di
scegliere me e oggi ne sono davvero contento. E tra i tuoi ispiratori
ci sono qui anche armonicisti?
Da adolescente ho lasciato presto la scuola, ho cominciato a lavorare
in fabbrica. In quegli anni i miei eroi musicali erano soprattutto i Rolling Stones, i Bluesbreakers e i Cream,
ed ascoltavo anche cantautori come Dylan,
Browne, Young e il primo Springsteen.
Qualche anno dopo vidi “The Last Waltz”, il film d’addio di The Band e venni folgorato dal carisma
di Muddy Waters e dall’incredibile
suono dell’armonica di Paul Butterfield.
Non avevo mai sentito quello strumento suonare in un modo così emozionante. The
Band mi affascinava più di altri perché era capace di miscelare tutto ciò che
veniva dalle radici americane ed era composto (a parte il batterista) da
ragazzi canadesi. Ragazzi di un altro paese che, come me, si erano innamorati
delle storie e della musica dell’altra America, quella raccontata da Kerouac, da Steinbeck, al cinema da John
Ford
, Altman, Peckinpah… Comunque capii subito che
la musica che rappresentava meglio tutto ciò che avevo dentro, era il blues.
Sentivo di avere qualcosa in comune con i neri che suonavano l’armonica alla
fine di una dura giornata di lavoro passata nei campi di cotone del Mississippi
o nelle fabbriche di Chicago, e così cominciai a comprare dischi di blues, gli
stessi che oggi ascolto ancora assiduamente: Robert Johnson, Sonny Terry
& Brownie McGhee
, Blind Willie
Johnson
, Sonny Boy Williamson, Willie Nelson e gli Staples Singers.   Sono comunque anche attento a tutto ciò che
c’è di nuovo in giro. Tra i dischi che ho ascoltato ultimamente mi sono
piaciuti quelli di Eric Bibb, Guy Davis, Otis Taylor, Ollabelle, Ray La Montagne, Alexis P. SuterHai affermato che aver
fatto dischi, e in particolare “Mercy”, ti ha un po’ salvato da un momento di
difficoltà che hai dovuto affrontare. Nel disco suoni degli spirituals e si
sente che il tuo rapporto con questi brani è molto profondo. Non credo però che
sia tanto un fatto religioso…
Sì, infatti. Più che con la religione e le sue regole dogmatiche,
credo di avere un rapporto intimo e profondo con qualcosa che è difficile da
descrivere se non con la parola spiritualità. Qualche anno fa ho letto che per
qualcuno l’inferno era “l’esperienza di essere separato da Dio”. Questa frase
mi ha colpito molto, e mi è tornata in mente durante il faticoso tentativo di
uscire dalla brutta depressione che mi ha colpito qualche tempo fa, quella che
io ho chiamato “il mio inferno sulla terra”. In quel periodo ho scoperto che
cantare lo spiritual era per me un modo di essere collegato con un’essenza
spirituale che io definisco con la parola “Paradiso”, un modo di uscire dal mio
inferno. Proprio come successe agli schiavi africani in America centinaia di
anni fa la musica in generale e lo spiritual in particolare sono diventati per
me l’àncora di salvezza per sopravvivere in questo mondo a volte ingiusto e
crudele. Il grande miracolo dello spiritual, una musica che io ho sempre
suonato, tanto che nel mio primo disco ci sono citate Swing low sweet chariot e Will
the circle be unbroken
,  è proprio
quello di essere una musica così piena di forza e saggezza da riuscire a
toccare ogni cuore in ogni parte del mondo. Non importa dove tu sia nato, quale
sia la lingua che parli e il colore della tua pelle. Le canzoni che ho cantato
in “Mercy” sono doni meravigliosi che qualcuno ha voluto regalarci per guarire
la nostra anima. E lì dentro è compreso in maniera perfetta il mio concetto di
religione. Conosco personalmente la
difficoltà anche solo di riuscire a trovare un contatto per una serata dal vivo
nella mia città. Com’è la situazione per te?  
E soprattutto come hai fatto tu a metterti in contatto con dei musicisti
del calibro di Rob Paparozzi o Garth Hudson?
Suonare in Italia è davvero difficile! Il modo di intendere la musica
tra Italia e Stati Uniti, parlando ovviamente in generale, è assolutamente
diverso. Ecco perché spesse volte io mi sono trovato meglio negli States. Là
ciò che conta è la musica. Tutto il resto passa in secondo piano. Quando si condivide la passione per una musica
capace di raccontare con parole dirette e sincere ciò che abbiamo dentro, tutto
è molto più semplice. Negli States, l’onestà e la sincerità pagano sempre,
senza ombra di dubbio. E’ vero ho avuto il privilegio di suonare con grandi
della musica di ieri e di oggi, da Willie
Nelson a Garth Hudson, a Rob Paparozzi, a Jerry
Jeff Walker a Eric Bibb, Guy Davis e Otis Taylor, ma per
conquistarli non ci è stato bisogno né di case discografiche né di altro. L’unica
cosa che ci ha davvero unito sono stati la mia musica e la mia armonica. Per
raccontare ogni avventura, forse non basterebbe un libro. Per quanto concerne Garth Hudson, tutto è
legato a Dylan & The Band. Non ho fatto in tempo a vedere la
Band dal vivo, quindi ho sentito il bisogno di andare a Woodstock ad assistere
al Midnight Ramble, il famoso happening
musicale
che Levon Helm
(batterista di The Band) tiene nel granaio di casa sua, appositamente
trasformato in studio di registrazione. Non sapevo che la mia compagna
Angelina, in accordo con Maud Hudson,
era riuscita ad avere i contatti per registrare qualche brano con Garth Hudson
(pianista, tastierista e fisarmonicista di The Band). Così al Leopard Studio di
Woodstock dalle tre del pomeriggio alle sei di sera di sabato 20 ottobre 2007
ho registrato alcune tracce di “Mercy” in compagnia di uno dei miei eroi
musicali che ha davvero fatto la storia della musica contemporanea. Difficile
descrivere con le sole parole il mio stato d’animo durante la registrazione.
L’atmosfera nello studio era magica e la musica sembrava fluire dalle mani di
Garth come per magia. Altrettanto stupenda è la voce di sua moglie Maud, anche
lei ha voluto contribuire al nostro progetto musicale. Poi alla sera il
concerto di Levon Helm ha chiuso un giorno che difficilmente potrò dimenticare.
Tu hai fatto un disco, “La
storia si canta”, in cui hai ripreso le canzoni popolari del nostro Paese che
si cantavano nelle risaie, nelle fabbriche e sui campi di guerra. Cosa le
accomuna secondo te agli spirituals di “Mercy”?
C’è un filo rosso che lega le canzoni dei raccoglitori di
cotone del Mississippi alle nostre delle risaie o delle fabbriche. Lo stesso
filo rosso che lega Woody Guthrie a Giovanna
Daffini. Le loro canzoni folk (e
il blues e lo spiritual cosa sono se non canzoni folk), vengono tutte da un
retroterra comune. Sono canzoni semplici, ma hanno una grande anima. Sono
canzoni che meritano di essere ricordate perché hanno fatto da colonna sonora
alla vita disperata eppure piena di sogni di tante persone da questa e
dall’altra parte dell’Atlantico. Le stesse persone che come me, come te e che
come tutti coloro che si riconoscono negli stessi valori, amano ascoltare. Canzoni
capaci di raccontare con parole dirette e sincere ciò che abbiamo dentro.
Canzoni che ho cercato in qualche modo di fare “mie” dandone una visione
personale, sincera, onesta e in qualche modo unica. Quindi ciò che le lega è la sofferenza…Sì, la sofferenza delle condizioni di vita delle classi oppresse,
siano esse bianche o nere, lombarde o del Mississippi. E’ un’idea che girava da
molto tempo nella mia testa, così come non mi sfuggono le analogie fra i nostri
emigranti di inizio Novecento e quello di chi oggi viene da noi alla ricerca di
una vita migliore. A questo aggiungi la fascinazione che su di me ha sempre
esercitato la figura del cantastorie, oggetto anche del mio più recente lavoro
letterario. Un cantore di sofferenza, un poeta popolare capace di raccontare in
musica lasciando la gente a bocca aperta e che va di piazza in piazza ad
aiutare a vivere, informando, denunciando e consolando. Credo che dentro
“La storia si canta” ci sia un po’ di “Mercy” e in
“Mercy” un po’ de’ “La storia si canta”: la mia sensibilità
abita sempre al medesimo indirizzo. Non posso ma soprattutto non voglio
ragionare per compartimenti stagni. Le nicchie, le definizioni, i marchi di
fabbrica dividono: e io non voglio dividere, voglio unire. O almeno ci provo…Ed ora dove si sposterà
la tua ricerca?
Adesso è presto per parlare di nuovi progetti discografici. Sto
finendo di scrivere un libro in cui protagoniste saranno ancora una volta il
blues e le sue storie. E poi mi piacerebbe produrre artisticamente anche
artisti diversi dal mio mondo musicale. E in questo devo dire che qualche
contatto già si è stabilito. La vita mi ha insegnato a non fare progetti a
lunga scadenza, ma a vivere il mio futuro di giorno in giorno. Naturalmente
dentro di me ogni giorno nascono nuove idee e nuovi progetti, il mio cuore e la
mia anima continuano a essere pieni di sogni e di emozioni. Ma se le emozioni
posso trasmetterle agli altri attraverso la mia voce e la mia armonica, i sogni
finché non diventeranno realtà, preferisco tenerli in segreto nei cassetti del
mio cuore.

(10/02/2009)

Artista:
Fabrizio Poggi & Chicken Mambo