Ass. Culturale
L’Isola della Musica Italiana

Sede Legale:
Piazza della Pace, 9
25039 Travagliato (BS)

Per contattare la Redazione
o avere informazioni, SCRIVI a:

In un tempo in cui tutti cercano di stare davanti — davanti alla telecamera, davanti al palco, davanti agli altri — la musica ci insegna da sempre una verità diversa: ciò che regge una canzone spesso è ciò che sta dietro, non ciò che si vede di più.

 

C’è una parte nascosta che tiene insieme il ritmo, sostiene gli altri, crea lo spazio perché qualcosa possa accadere. È il lavoro silenzioso della sezione ritmica. È il cuore pulsante del suono.

È forse questo il fascino del basso: si nota soprattutto quando manca.

 

Con ‘Il tuo primo BASSO: Guida rapida e semplice per un setup perfetto’ (disponibile anche in inglese), Franz Piombino non ha scritto un metodo per imparare a suonare, ma qualcosa di diverso, visto che non ci sono scale, esercizi o lezioni di teoria. Ha scelto invece di accompagnare chi si avvicina per la prima volta a questo strumento nel momento più delicato: quello dell’inizio.

Perché, in fondo, il basso non è soltanto uno strumento: è un modo di intendere la musica.

 

……………………………………………………………………………………

 

 

 

Prima di entrare nelle pagine del libro, inquadriamo meglio l’autore: chi è Franz e chi è Francesco Piombino?

Francesco e Franz sono la stessa identica persona, anche se ormai solo mia madre mi chiama Francesco. Il soprannome Franz mi accompagna dalle elementari: ti basterebbe vedere una mia foto tra gli anni ’70 e ’80 per capirne il motivo. Tra il caschetto biondo e la carnagione decisamente pallida, il mio look era totalmente “teutonico”. Ma ormai sono abituato e trovo che in fondo Franz sia un nome che resta impresso (sempre utile, nel mondo della musica) e che spesso accende la curiosità: a volte mi hanno addirittura chiesto di quale parte della Germania fossi originario!

 

Ogni musicista porta dentro una geografia fatta di luoghi, persone e suoni. Se dovessi oggi rileggere questo viaggio, quali sono state le tappe che hanno definito davvero la tua identità musicale?

La mia storia musicale si sviluppa su due binari fondamentali: la ricerca dell’essenzialità del groove e una costante curiosità geografica e culturale. Tutto ha inizio a metà degli anni Ottanta, un periodo di grande fermento in cui ho cominciato a dare forma alla mia identità di bassista all’interno della sala musica dell’oratorio che frequentavo (Don Bosco Crocetta, Torino, ndr). Ben presto, però, ho avvertito il bisogno di misurarmi con un panorama internazionale; così, verso la fine del 1991, ho preso una decisione radicale: mi sono trasferito a Londra, dove sono rimasto per circa ventidue anni. Vivere e suonare nella capitale britannica ha significato assorbire la musica direttamente dalla fonte e confrontarsi con standard professionali altissimi. È proprio lì, in quel contesto così competitivo, che il mio approccio “essential & effective” si è definitivamente consolidato.

 

Poi però senti la voglia di tornare…

Sì, nel 2014 ho deciso che era il momento di riportare questo bagaglio di esperienze in Italia. Il rientro in patria ha aperto il capitolo più maturo del mio percorso, e l’incontro con il musicista Maurizio Pugno è stato il vero elemento catalizzatore. Tra noi è nata subito una sintonia umana, artistica e d’intenti, che ha portato alla nascita dei Sacromud (quattro album all’attivo, ed uno in cantiere).

 

I Sacromud

 

Che cosa vi accomunava, o meglio, quale genere musicale avete utilizzato come terreno comune per far nascere nuova musica?

Fin dal principio abbiamo fatto una scelta precisa: non volevamo replicare cliché musicali già sentiti. Volevamo creare qualcosa di totalmente nostro, guidati dalla visione chiara di Maurizio e dalle sue composizioni. Questa sinergia ci ha spinti fino a Memphis, dove abbiamo rappresentato l’Italia all’International Blues Challenge, un traguardo prestigioso che ha confermato la solidità del nostro progetto anche oltreoceano. Ancora oggi, quando ci chiedono che genere facciamo, la risposta è una sola: ‘Overground Blues’, ovvero sopra l’underground ma sotto il mainstream. Non parliamo quindi del classico blues, bensì di un’evoluzione contemporanea che prende le radici profonde, carnali e terrene del genere per contaminarle con i suoni della modernità, con il groove urbano, la sperimentazione e la musica d’avanguardia. È la dimostrazione che il blues non è un pezzo da museo, ma una lingua viva, pulsante, capace di evolversi e parlare al pubblico di oggi. Un approccio che ci ha permesso di conquistare persino ambienti blues più tradizionalisti, che hanno saputo sposare e recepire la nostra evoluzione musicale.

 

Ascoltando la vostra musica, però, quel che colpisce è anche la valenza dei testi

Hai ragione, l’attenzione verso il “contenuto” testuale è sempre stato un elemento profondo che definisce l’anima dei Sacromud, ovvero l’impegno civile. La nostra musica non esiste in un vuoto pneumatico, ma è strettamente legata alla realtà che ci circonda. Oggi assistiamo a uno scenario globale in cui i diritti umani fondamentali sono sempre più bistrattati e calpestati. Quando identificavo la nostra musica in “Overground Blues” è perché, per sua natura, è una musica di liberazione, di denuncia e di empatia. Sentiamo il dovere e il privilegio di usare la nostra musica per rimettere l’essere umano, con i suoi diritti inalienabili, al centro del discorso.

 

Ma torniamo adesso al “Franz” musicista-divulgatore. Questo libro parte da un presupposto chiaro: rendere il basso meno intimidatorio. Quando ti sei accorto che per molti il primo ostacolo non è suonare, ma cominciare?

Beh, è un ostacolo psicologico che molti possono incontrare, specialmente oggi che la rete è satura di informazioni. Quando ho iniziato io, nei lontani anni 80, avevo come unici punti di riferimento il negozio di strumenti musicali sotto casa e riviste mensili come ‘Fare Musica’. Il resto lo fece la necessità di trovare un bassista per il gruppetto dell’oratorio. Era un mondo in cui iniziare a suonare significava innanzitutto vivere un’esperienza sociale di condivisione. Oggi, invece, i musicisti crescono chiusi in camera, bombardati da migliaia di video e informazioni istantanee. Può diventare un vero ginepraio: iniziare questo cammino con una piccola guida che ti prenda per mano può rivelarsi un aiuto prezioso.

 

 

In fondo, il primo strumento che compri è anche una prima idea di te come musicista. Quanto c’è di identitario nella scelta di un basso? 

C’è moltissimo del mio carattere nel mio modo di essere bassista. La soddisfazione che provo nel sentire che il pezzo gira bene, sapendo che sto offrendo un supporto solido, è immensa. È una grossa responsabilità, anche se non sei necessariamente sotto i riflettori. In realtà ho iniziato come chitarrista (strumento che amo e che uso tuttora per comporre), ma quando un basso è entrato in casa mia grazie a mio fratello maggiore, ho capito subito quale fosse il mio ruolo e ne sono rimasto folgorato. Rispecchia proprio la mia indole: mi piace prendermi la responsabilità che tutto funzioni per il bene della musica, senza dover per forza nutrire l’ego. Anche se, ammettiamolo, noi musicisti abbiamo tutti un ego un po’ gonfio, chi più chi meno…!

 

Quanti errori hai fatto tu, da principiante, che ti hanno spinto a scrivere questo libro? E cosa avresti voluto sentirti dire quando hai preso in mano il primo basso?

Quante pagine ho a disposizione per le risposte? Ahah! Guarda, gli errori non si contano, ma in realtà non li definirei nemmeno tali: sono passaggi obbligati per capire il proprio ruolo e sviluppare la tecnica. Ad esempio, tenere lo strumento alle ginocchia non è un errore in sé, se serve a farti capire che per te è molto più comodo portarlo più in alto. Si fa un passo indietro per farne due in avanti. Un “errore” comune, però (e lo sottolineo spesso nel libro), è dare troppo peso alla marca dello strumento solo perché il tuo idolo usa quel modello. Ecco, se tornassi indietro, vorrei sentirmi dire: ‘Smetti di cercare il basso perfetto e concentrati di più sulla musica!”. Però devo anche ammettere che curiosare continuamente tra i nuovi e vecchi modelli fa parte del divertimento… ci siamo passati tutti, inutile negarlo.

 

Franz Piombino adolescente

 

Perché continuiamo a vivere in un mondo che celebra i frontman e dimentica chi tiene insieme il tempo?

Guarda, credo che in fondo sia giusto così. In una band non possono esserci troppi frontman, altrimenti si creerebbe un cortocircuito di ego che non fa bene alla musica. Il ruolo intrinseco del bassista è quello di essere, insieme al batterista, il motore che permette agli altri di brillare. È una questione di equilibrio: noi diamo il supporto solido, la spinta che fa battere il piede al pubblico. Se il frontman può permettersi di correre sul palco, è perché sa che alle sue spalle c’è una muraglia che non si sposta di un millimetro. È una responsabilità immensa, e per me la vera soddisfazione è sentire che la musica ‘gira’ perfettamente anche grazie al mio lavoro. Ma ti dirò di più: proporrei di insegnare seriamente nelle scuole, già dall’ora di musica delle medie, come è fatto davvero un gruppo musicale. Oggi i programmi scolastici si concentrano molto sulla teoria classica o sull’uso del flauto dolce, ma raramente spiegano l’architettura di una band moderna. Insegnare che il basso e la batteria sono il ‘motore’, che la chitarra o le tastiere creano il ‘colore’ e che la voce è solo la punta dell’iceberg, aiuterebbe i ragazzi a capire il valore della cooperazione. Ed allora capirebbero l’importanza del basso e forse comincerebbero a “celebrarlo” un po’ di più… chissà.

 

“Il mondo ha bisogno di più bassisti”. C’è qualcosa nel suonare il basso che insegna anche un modo di stare nel mondo? Ascoltare prima di emergere, sostenere invece di occupare il centro?

Assolutamente sì. Il basso non è solo uno strumento, è una filosofia di vita. In un’epoca in cui tutti urlano per essere notati e cercano di occupare il centro della scena a ogni costo, il bassista insegna l’arte dell’ascolto e del sostegno. Per suonare bene il basso devi prima di tutto saper ascoltare gli altri, devi capire cosa sta facendo il batterista per incastrarti con lui e cosa sta cantando il frontman per non calpestargli i piedi. Insegna l’umiltà di essere essenziali senza essere invadenti. Sostenere invece di occupare: è un concetto che servirebbe moltissimo anche fuori dal palco… no?

 

foto al centro e a destra di Isabella Sannipoli

 

Oggi chi comincia rischia di perdersi in un eccesso di scelta: pickup, preamp, pedali, forum, recensioni. Il libro nasce anche come antidoto a questa paralisi?

Hai centrato in pieno il bersaglio. Non troverai una sola nota, accordo o pentagramma all’interno del libro, ma solo i consigli essenziali per capire da dove iniziare. Dalla scelta del basso all’amplificatore, passando per corde, cavi, sistemi wireless, pedali essenziali, multieffetti e accessori vari; spiego in modo (spero!) chiaro cosa conta veramente quando si parte per questa avventura. È un cammino che deve iniziare con entusiasmo e gioia, non con le mani tra i capelli e un punto interrogativo gigante, sospeso sopra la testa.

 

Quando un effetto o uno strumento apre possibilità espressive e quando, invece, diventa solo rumore intorno alla musica?

La linea di confine è molto chiara: uno strumento o un effetto aprono possibilità espressive quando ti aiutano a raccontare meglio la storia del brano. Se un leggero chorus o un tocco di delay servono a creare l’atmosfera giusta per quel pezzo, allora ben vengano. Diventano invece ‘rumore’ quando iniziano a mascherare le tue carenze tecniche o, peggio, quando distolgono l’attenzione dal senso del brano. Il basso ha una missione precisa: dare corpo e direzione (questo vale per ogni genere eh!). Se riempiamo il segnale di effetti che tagliano tutte le basse frequenze o che rendono il suono confuso, stiamo venendo meno al nostro compito. In studio e sul palco, la regola d’oro è: se non riesci a spiegare perché quell’effetto è lì, probabilmente non dovrebbe esserci. Ecco, la tecnologia deve essere un aiuto espressivo, non un muro che ci separa dall’ascoltatore o peggio, che affoga la musica.

 

Se, dopo aver chiuso questo libro, una persona prendesse in mano il suo primo basso e sentisse di appartenere finalmente alla sezione ritmica — cosa speri di averle lasciato?

Spero di averle lasciato il ricordo di un inizio piacevole, incoraggiante. Ancora oggi, a distanza di moltissimi anni, ricordo con immenso affetto un libricino che comprai a quattordici anni: si intitolava ‘Chitarristi in 24 ore’ di Paul Kent. In un certo senso, era lo spirito del mio libro ma applicato agli accordi della chitarra: semplicissimo, immediato, senza fronzoli. Mi aiutò tantissimo, tant’è che lo ricordo ancora oggi. Ecco, se tra qualche anno un bassista dovesse ripensare al mio lavoro con lo stesso sorriso con cui io ricordo quel manualetto, avrei solo una cosa da dire: ‘Missione compiuta!’

 

Per le foto si ringraziano Manuel Cervelli e Isabella Sannipoli.
Dove non indicato, foto tratte dall’archivio di Francesco Piombino

 

foto di Isabella Sannipoli
Artista:
Franz Piombino