A quasi quarant’anni dal primo disco, a fronte di una carriera capace di mettere d’accordo critica, pubblico e successo, chi la tocca, ormai, Fiorella Mannoia? Ma soprattutto, in barba alla “stanca” che coglie molti suoi coetanei: chi la ferma più? Approfittiamo dell’inizio del tour, che segue l’uscita del nuovo album Il movimento del dare, per salire in terrazza a guardare, un po’ tutto, da sopra. Fra “i venti a cui è difficile sottrarsi”.
Avresti
potuto presentare il nuovo disco “Il movimento del dare” facendo riferimento al
disco di inediti dopo sette anni, oppure alla nuova squadra di autori
coinvolti, più “pop mainstream” rispetto al passato. Ed invece hai piuttosto
puntato su due concetti “fondamentali”. Sì, il primo è quello “di copertina”, cioè il
titolo e l’immagine: mi sembrava importante scegliere una frase come “Il
movimento del dare” (dal brano di Franco
Battiato) in un periodo di crisi come quello che viviamo, in cui sono tante
le paure diffuse che ci chiudono ciascuno in sé, pretendendo tutto e subito,
quando invece è più bello e necessario dare che chiedere. E con il titolo,
l’immagine della copertina: la consegna di una rosa. Il secondo
concetto è relativo al contenuto del disco: la collaborazione. Sono sempre più convinta che nel confronto con
gli altri risieda l’essenza del nostro mestiere. Perché nel continuare in eterno
ad essere uguali a se stessi muore qualsiasi forma di creatività. Ed è una cosa
che devi fare anche per te stesso: combattere il rischio di ripeterti
all’infinito. Come quando capita di vedere concerti di cantanti che hai tanto
amato però si vede lontano un miglio che non frega loro più niente. Si può
sfatare tutto ciò soltanto confrontandosi con gli altri. Non dici
“lavorare con gli altri” ma “confrontarsi”: è coraggio, e curiosità. E’ anche l’entusiasmo del nostro mestiere: ce
l’hai ancora o non ce l’hai più. E’ questa la base su cui si poggia tutto,
essere curiosi, sentire anche chi apparentemente ti sembra distante, avere la
voglia di conoscerlo. Io ho tutt’ora tanto entusiasmo, tanta voglia e gioia nel
fare questo lavoro. Un
atteggiamento raro, specie passati i cinquant’anni, quando ci si siede o si
vive la famosa “seconda giovinezza”. E’ un’età delicata e pericolosa, o ti fermi o
parti in avanti. Se parti in avanti, lo fai con la consapevolezza meravigliosa
che non hai mai avuto prima, sapendo di aver dato quello che hai dato, non
dovendo più dimostrare niente a nessuno. E’ il vantaggio dell’età che avanza:
arriva l’ora del divertimento puro. E questo
disco pare confermarlo, per le canzoni e gli autori scelti, ma soprattutto per
l’atteggiamento e lo spirito. Penso di aver cantato come sempre, ma
evidentemente non me ne accorgo. Una cosa però è strana: questa volta ho
cantato in molto meno tempo, andando tranquilla. In passato ci mettevo di più, perché
non mi veniva bene o perché non ero convinta; stavolta sì, c’è stata una sorta
di serenità, di maturità e anche un po’ più di sicurezza. E’ quel
che si nota anche sul palco: sei più giocosa, e stare bene cambia eccome le
cose. Questo è certo, mi sono come liberata; prima ero
trattenuta e questa cosa cominciava a pesarmi un po’ troppo, perché era solo
una parte di me, tutto il resto non veniva fuori. Mi dispiaceva che la gente si
facesse di me l’idea di una così distaccata, altera, che si prendeva sul serio;
non mi corrisponde, non era vero. E col
tempo è cambiata anche la voce; dalla potenza hai via via lavorato più
sull’espressione. Ti presenti oggi con un timbro e un’abilità interpretativa
più maturi, bruni, felici. Ho sempre avuto poca estensione di mio, adesso
con gli anni certe note faccio fatica a prenderle, ma d’altra parte la voce è
così diventata più incisiva, sottolinea ancora di più l’importanza delle
parole. E ne sono molto contenta, perché mi permette di tirare fuori anche
quella sensualità che è anche appunto un po’ una “novità”…E fra voce
ed espressione, scelte e umanità sta il ruolo dell’interprete, una figura che
col tempo la canzone italiana ha quasi perso. L’interprete deve caratterizzare fortemente
quello che gli viene affidato, altrimenti diventa una voce narrante,
senz’anima. Deve insomma far dimenticare alla gente che quelle canzoni non sono
state scritte da lui. E’ come un attore: quand’è che un attore è bravo? Quando
credi a quello che dice, quando non pensi a quello che sta facendo ma stai
dentro al suo personaggio. Quindi il nostro mestiere non è soltanto cantare, ci
deve essere dell’altro. E lo puoi fare se tu per primo, onestamente, credi in
ciò che stai facendo. E’ per questo che io non riesco a cantare tutto. Al di là
del discorso sull’estensione, ci sono canzoni molto belle ma che non mi
rappresentano: io quelle parole non le avrei mai scritte, e di conseguenza non
riesco neanche a cantarle; mentre tendo a cantare canzoni di persone che mi
somigliano, in qualche modo. Come
interprete la tua caratteristica è la credibilità. Io ho appunto un range vocale preciso, questo: da qui non posso uscire. Ma la prima
cosa fondamentale per un cantante è avere una voce riconoscibile; soprattutto
per le donne, che tendono a cantare tutte un po’ alla stessa maniera: la donna
ha più estensione quindi ecco là che faccio vedere fin dove arrivo… Diventa
una sorta di ginnastica vocale. Una voce riconoscibile è il dono che ho avuto,
di lì ho capito che dovevo puntare sull’intensità di quello che canto,
sull’emozione. Quella è la mia forza, ed ecco perché punto sulle parole. Ed è una
credibilità che ora passa agli autori nuovi. Una specie di marchio di qualità,
che in questo disco ad esempio tocca Bungaro, Jovanotti e Tiziano Ferro, come
già Luciano Ligabue. Un riconoscimento grande e trasversale. La mia voce “drammatizza”. Ed oltre al timbro,
c’entra anche la figura di chi lo canta. Io offro la mia credibilità e loro mi
offrono la loro popolarità, c’è questo scambio. E con il pubblico avverto la
sensazione di avere attorno a me la fiducia, come se la mia persona andasse al
di là di ciò che canto. E’ una cosa che mi fa un estremo piacere, penso sia la
più bella. Lo sento, quando la gente mi avvicina, a volte anche per quello che
non mi perdonano, perché è al contempo anche una responsabilità. Quando c’è un
cedimento o la partecipazione ad un certo programma televisivo o su un
determinato giornale, non me lo perdonano: come a dire “No, anche tu no, eh!”.
Questo affetto sincero credo sia la cosa più gratificante che possa capitare.
Poi le canzoni possono piacere o meno; ma anche quelli che magari non amano
eccessivamente ciò che faccio e canto, vedo che comunque mi stimano e
rispettano per quello che sono. E quello
che si è, lo si costruisce di esperienza in esperienza. Ultimamente ne hai
combinate di tutti i colori. Tutte le cose che faccio non si limitano
soltanto al lavoro musicale, l’esperienza umana è forse più importante. Quando
nel 2002 ho fatto la tournèe con Pino
Daniele, Francesco De Gregori e Ron
il fatto di non essere l’unica sul palco mi ha insegnato a godere del successo
degli altri e questo è un insegnamento troppo bello: capire che il successo
dell’altro è anche il tuo successo. Da lì sono partite un sacco di cose, è
seguita una tournèe lunghissima, che era partita in sordina, dovevamo fare una
quindicina di date e alla fine ne abbiamo fatte centocinquanta, e l’abbiamo
interrotta per sfinimento, perché altrimenti sarei potuta andare avanti per un
altro anno date le richieste che avevamo. E tutto senza avere un disco da
promuovere. E poi il disco brasiliano (“Onda tropicale”) che mi ha proprio
cambiato la vita, è come se mi avessero tolto un velo dagli occhi, ho
assimilato la consapevolezza che si può vivere con leggerezza. Tornata
con questo disco alla canzone italiana, cosa immagini come prossimo passo?
Comunque sarà una piccola svolta nella tua carriera, visto che, dopo
ventiquattro anni, il musicista con cui lavorerai non sarà Piero Fabrizi. C’è un
momento in cui hai bisogno di metterti alla prova, da solo. Senza per questo
rinnegare nulla, con Piero abbiamo costruito tanto, siamo riusciti a fare
tanto, anche soprattutto per merito nostro; abbiamo fatto quello che dovevamo e
che ci sembrava giusto in quel momento. Ma arriva anche l’impellenza di
cambiare, provare a fare altre cose. Vale per me come credo valga per lui. Sto
già pensando a cosa fare dopo la tournèe legata a “Il movimento del dare”; il
cervello mi frulla talmente tanto che non riesco a tenerlo fermo!(23/02/2009)
potuto presentare il nuovo disco “Il movimento del dare” facendo riferimento al
disco di inediti dopo sette anni, oppure alla nuova squadra di autori
coinvolti, più “pop mainstream” rispetto al passato. Ed invece hai piuttosto
puntato su due concetti “fondamentali”. Sì, il primo è quello “di copertina”, cioè il
titolo e l’immagine: mi sembrava importante scegliere una frase come “Il
movimento del dare” (dal brano di Franco
Battiato) in un periodo di crisi come quello che viviamo, in cui sono tante
le paure diffuse che ci chiudono ciascuno in sé, pretendendo tutto e subito,
quando invece è più bello e necessario dare che chiedere. E con il titolo,
l’immagine della copertina: la consegna di una rosa. Il secondo
concetto è relativo al contenuto del disco: la collaborazione. Sono sempre più convinta che nel confronto con
gli altri risieda l’essenza del nostro mestiere. Perché nel continuare in eterno
ad essere uguali a se stessi muore qualsiasi forma di creatività. Ed è una cosa
che devi fare anche per te stesso: combattere il rischio di ripeterti
all’infinito. Come quando capita di vedere concerti di cantanti che hai tanto
amato però si vede lontano un miglio che non frega loro più niente. Si può
sfatare tutto ciò soltanto confrontandosi con gli altri. Non dici
“lavorare con gli altri” ma “confrontarsi”: è coraggio, e curiosità. E’ anche l’entusiasmo del nostro mestiere: ce
l’hai ancora o non ce l’hai più. E’ questa la base su cui si poggia tutto,
essere curiosi, sentire anche chi apparentemente ti sembra distante, avere la
voglia di conoscerlo. Io ho tutt’ora tanto entusiasmo, tanta voglia e gioia nel
fare questo lavoro. Un
atteggiamento raro, specie passati i cinquant’anni, quando ci si siede o si
vive la famosa “seconda giovinezza”. E’ un’età delicata e pericolosa, o ti fermi o
parti in avanti. Se parti in avanti, lo fai con la consapevolezza meravigliosa
che non hai mai avuto prima, sapendo di aver dato quello che hai dato, non
dovendo più dimostrare niente a nessuno. E’ il vantaggio dell’età che avanza:
arriva l’ora del divertimento puro. E questo
disco pare confermarlo, per le canzoni e gli autori scelti, ma soprattutto per
l’atteggiamento e lo spirito. Penso di aver cantato come sempre, ma
evidentemente non me ne accorgo. Una cosa però è strana: questa volta ho
cantato in molto meno tempo, andando tranquilla. In passato ci mettevo di più, perché
non mi veniva bene o perché non ero convinta; stavolta sì, c’è stata una sorta
di serenità, di maturità e anche un po’ più di sicurezza. E’ quel
che si nota anche sul palco: sei più giocosa, e stare bene cambia eccome le
cose. Questo è certo, mi sono come liberata; prima ero
trattenuta e questa cosa cominciava a pesarmi un po’ troppo, perché era solo
una parte di me, tutto il resto non veniva fuori. Mi dispiaceva che la gente si
facesse di me l’idea di una così distaccata, altera, che si prendeva sul serio;
non mi corrisponde, non era vero. E col
tempo è cambiata anche la voce; dalla potenza hai via via lavorato più
sull’espressione. Ti presenti oggi con un timbro e un’abilità interpretativa
più maturi, bruni, felici. Ho sempre avuto poca estensione di mio, adesso
con gli anni certe note faccio fatica a prenderle, ma d’altra parte la voce è
così diventata più incisiva, sottolinea ancora di più l’importanza delle
parole. E ne sono molto contenta, perché mi permette di tirare fuori anche
quella sensualità che è anche appunto un po’ una “novità”…E fra voce
ed espressione, scelte e umanità sta il ruolo dell’interprete, una figura che
col tempo la canzone italiana ha quasi perso. L’interprete deve caratterizzare fortemente
quello che gli viene affidato, altrimenti diventa una voce narrante,
senz’anima. Deve insomma far dimenticare alla gente che quelle canzoni non sono
state scritte da lui. E’ come un attore: quand’è che un attore è bravo? Quando
credi a quello che dice, quando non pensi a quello che sta facendo ma stai
dentro al suo personaggio. Quindi il nostro mestiere non è soltanto cantare, ci
deve essere dell’altro. E lo puoi fare se tu per primo, onestamente, credi in
ciò che stai facendo. E’ per questo che io non riesco a cantare tutto. Al di là
del discorso sull’estensione, ci sono canzoni molto belle ma che non mi
rappresentano: io quelle parole non le avrei mai scritte, e di conseguenza non
riesco neanche a cantarle; mentre tendo a cantare canzoni di persone che mi
somigliano, in qualche modo. Come
interprete la tua caratteristica è la credibilità. Io ho appunto un range vocale preciso, questo: da qui non posso uscire. Ma la prima
cosa fondamentale per un cantante è avere una voce riconoscibile; soprattutto
per le donne, che tendono a cantare tutte un po’ alla stessa maniera: la donna
ha più estensione quindi ecco là che faccio vedere fin dove arrivo… Diventa
una sorta di ginnastica vocale. Una voce riconoscibile è il dono che ho avuto,
di lì ho capito che dovevo puntare sull’intensità di quello che canto,
sull’emozione. Quella è la mia forza, ed ecco perché punto sulle parole. Ed è una
credibilità che ora passa agli autori nuovi. Una specie di marchio di qualità,
che in questo disco ad esempio tocca Bungaro, Jovanotti e Tiziano Ferro, come
già Luciano Ligabue. Un riconoscimento grande e trasversale. La mia voce “drammatizza”. Ed oltre al timbro,
c’entra anche la figura di chi lo canta. Io offro la mia credibilità e loro mi
offrono la loro popolarità, c’è questo scambio. E con il pubblico avverto la
sensazione di avere attorno a me la fiducia, come se la mia persona andasse al
di là di ciò che canto. E’ una cosa che mi fa un estremo piacere, penso sia la
più bella. Lo sento, quando la gente mi avvicina, a volte anche per quello che
non mi perdonano, perché è al contempo anche una responsabilità. Quando c’è un
cedimento o la partecipazione ad un certo programma televisivo o su un
determinato giornale, non me lo perdonano: come a dire “No, anche tu no, eh!”.
Questo affetto sincero credo sia la cosa più gratificante che possa capitare.
Poi le canzoni possono piacere o meno; ma anche quelli che magari non amano
eccessivamente ciò che faccio e canto, vedo che comunque mi stimano e
rispettano per quello che sono. E quello
che si è, lo si costruisce di esperienza in esperienza. Ultimamente ne hai
combinate di tutti i colori. Tutte le cose che faccio non si limitano
soltanto al lavoro musicale, l’esperienza umana è forse più importante. Quando
nel 2002 ho fatto la tournèe con Pino
Daniele, Francesco De Gregori e Ron
il fatto di non essere l’unica sul palco mi ha insegnato a godere del successo
degli altri e questo è un insegnamento troppo bello: capire che il successo
dell’altro è anche il tuo successo. Da lì sono partite un sacco di cose, è
seguita una tournèe lunghissima, che era partita in sordina, dovevamo fare una
quindicina di date e alla fine ne abbiamo fatte centocinquanta, e l’abbiamo
interrotta per sfinimento, perché altrimenti sarei potuta andare avanti per un
altro anno date le richieste che avevamo. E tutto senza avere un disco da
promuovere. E poi il disco brasiliano (“Onda tropicale”) che mi ha proprio
cambiato la vita, è come se mi avessero tolto un velo dagli occhi, ho
assimilato la consapevolezza che si può vivere con leggerezza. Tornata
con questo disco alla canzone italiana, cosa immagini come prossimo passo?
Comunque sarà una piccola svolta nella tua carriera, visto che, dopo
ventiquattro anni, il musicista con cui lavorerai non sarà Piero Fabrizi. C’è un
momento in cui hai bisogno di metterti alla prova, da solo. Senza per questo
rinnegare nulla, con Piero abbiamo costruito tanto, siamo riusciti a fare
tanto, anche soprattutto per merito nostro; abbiamo fatto quello che dovevamo e
che ci sembrava giusto in quel momento. Ma arriva anche l’impellenza di
cambiare, provare a fare altre cose. Vale per me come credo valga per lui. Sto
già pensando a cosa fare dopo la tournèe legata a “Il movimento del dare”; il
cervello mi frulla talmente tanto che non riesco a tenerlo fermo!(23/02/2009)
Artista:
Fiorella Mannoia
Fiorella Mannoia
