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Con “La mela e il serpente”, il catanese Giuseppe Cucè ci vuole portare nel sud del mondo, nei suoi ritmi, le sue atmosfere e le sue contaminazioni, espresse attraverso uno spiccato gusto per le sonorità acustiche. Allo stesso tempo i suoi testi che scavano nell'intimo ci rivelano un autore attento e sensibile, che si inserisce di diritto nel più raffinato e autentico filone cantautorale italiano.

Pittura, musica, danza, recitazione. La tua è una vocazione artistica in
senso ampio. Poi però la musica ha preso il sopravvento sulle altre arti.
Perché?

La passione per la musica è nata fin da quando ero piccolo grazie a mio
padre che faceva il musicista. Solo tre anni fa ho capito che sarebbe stata la
mia ragione di vita. Non immagino una vita senza la musica. Dovrei rinascere
per poter pensare a qualcos’altro. Forse avrei potuto fare lo scrittore o il
pittore perché amo l’arte a 360 gradi. Del resto l’arte è la forma di
espressione del proprio io e si manifesta in diverse sfaccettature. La musica è
diventata lo strumento a me più affine, e anche fonte di benessere e di
liberazione.

La tua musica è di stampo cantautorale, ma con un certo sapore di bossa
nova. Cosa ti attrae di questi stili?

La musica del sud del mondo, quella che mescola tradizioni, “origini”, con
la sperimentazione e l’evoluzione. La musica acustica che, attraverso strumenti
tradizionali, rievoca luoghi, sensazioni, profumi ed epoche. Tutto questo mi
affascina e da questo mi lascio rapire costantemente.

Recentemente il tuo disco ha riscosso un certo interesse in Francia, tant’è
vero che il 16 novembre terrai un concerto a Parigi. Credi che sia un caso o
forse il tuo lavoro ha delle sonorità che possono piacere oltralpe?

La Francia è la patria degli chansonniers. I nostri
più grandi cantautori, quelli dei lontani anni ‘60, quelli della scuola
genovese, erano contaminati dalla musica che arrivava dalla Francia.

Tenco fu soprannominato il Jacques Brel italiano. Tutto inizia da dove
finisce… come un cerchio, come l’infinito… Credo che nella mia musica e
soprattutto nella scrittura si evince quella semplicità che racchiude grandi
significati. Come scrive Tenco: “ Mi sono innamorato di te perché non avevo
niente da fare…”  

“La mela e il serpente” sarà
distribuito in Francia a partire dal 26 ottobre 2009 dalla EDINA Music e
presentato ufficialmente il 16 novembre al Teatro Petit St. Martin di Parigi.
In Italia purtroppo (o per fortuna), è stato considerato dalle major troppo
difficile e di qualità per un esordiente, quindi difficile da promuovere. Come
succede per la musica di qualità in Italia, bisogna “uscire per poi rientrare”.

Come vedi il panorama musicale italiano, e catanese?

Oggi non è facile accendere la radio ed ascoltare buona musica, tutti i
nostri più grandi artisti fanno fatica a veicolare i propri progetti. Io credo
che bisogna dare spazio a tutti, e che ognuno debba avere la possibilità di
farsi ascoltare. Catania conserva gelosamente i geni di Bellini, è una città ricca
di musica. La pietra “niura” scura conserva l’odore e suona una musica
d’autore. Come le conchiglie conservano il suono del mare.

Le canzoni del tuo disco sono tutti potenziali singoli, tutte con una forte
identità e un buon impatto. Hai dovuto scegliere fra molti brani per arrivare a
questi nove che lo compongono?

Ho scelto quei brani che avevano un filo conduttore, che appartengono ad
uno stesso periodo e che potessero raccontare una storia dall’inizio alla fine.
È stato molto naturale capire quali brani scegliere. Se devo proprio sceglierne
uno direi Verso l’Oriente che racconta di un viaggio molto
importante della mia vita fatto a Pechino, definito da alcuni “il viaggio della
speranza”, perché accompagnavo mio papà per un trapianto di cellule staminali.
Ho scoperto che in nome dell’amore dimentichi la tua vita e i tuoi bisogni per
dedicarti totalmente a un’altra persona.

Più in generale, il motore di questo disco è il libero arbitrio, la facoltà
che l’uomo ha di scegliere nel bene o nel male, perché un uomo si evolve
soltanto quando ha il coraggio di fare le sue scelte che, giuste o sbagliate,
lo condurranno verso il proprio cammino.

La mela e il serpente sono come i due piatti di una bilancia di cui l’uomo
è il perno. La difficoltà sta nel trovare il giusto equilibrio senza propendere
né da una né dall’altra parte. Restare in bilico in armonia è difficile, ma
possibile.

C’è una canzone che ti rappresenta di più, o che segna la strada che
vorresti prendere in futuro?

Non saprei dirti quale delle mie canzoni rappresenta qualcosa di più
rispetto ad altre, tutte hanno motivo e ragione di esistere ed insieme fanno
parte di un universo, che si evolverà pur restando coerente con la matrice
iniziale. La strada che sto intraprendendo come nel cammino di Santiago è lunga
e penso che non basterà una vita per arrivare alla fine di essa…

Perché hai deciso di chiudere il disco con Vedrai vedrai di Luigi
Tenco?

Io e Riccardo Samperi, il direttore artistico di questo progetto, ci siamo
a lungo soffermati pensando alle reali motivazioni che hanno spinto Tenco a
scrivere una canzone cosi bella. Credo che dietro questa canzone si nasconde
molta stanchezza ed amarezza verso il mondo che lo circondava. Forse lui voleva
dire ché è inutile lottare contro i mulini a vento, tanto non cambierà nulla.
Un pensiero molto pessimista, ma che corrisponde ad una realtà sempre troppo
attuale in qualsiasi momento storico si viva. Facilmente oggi diremmo “stavo
meglio quando si stava peggio”. Anche se al peggio non c’è mai fine!

Mi sembra che “La mela e il serpente”, pur avendo, naturalmente, il tuo
imprinting, sia un bel lavoro di équipe. Parlaci dei musicisti che hanno
contribuito alla stesura e alla realizzazione del disco.

Il già citato Riccardo Saperi è stato indispensabile per la riuscita
di tutto il lavoro. Il segreto sta nella profonda amicizia e stima che c’è con
tutti i miei musicisti. Ognuno di loro mi ha regalato una parte di cuore. Francesco Bazzano, Alessandro Longo, Antonio Masto,
Marco Carnemolla, Adriano Murania, Marcello Lenza, Giancarlo Parisi, Francesco D’Amico… Senza di loro tutto ciò non
sarebbe  mai esistito.

Artista:
Giuseppe Cucè