Sentire Alda Merini: entrare nel suo mondo poetico, vivere una consonanza artistica misteriosa, sentire i colori vivaci, malinconici e violenti delle sue emozioni e permettere di sentirli agli spettatori dei suoi concerti e agli ascoltatori dei suoi album. Queste le fasi ed i fini del percorso di Giovanni Nuti negli ultimi 15 anni. Per il suo terzo album,“Disordinatevi” (1994) musicò “I sandali” della poetessa milanese e fu grazie a questa canzone che la incontrò per la prima volta. Da allora ha mantenuto la fedeltà ad un progetto che vuole e riesce a farsi contagioso, perché la poesia non può restare lettera scritta, ma deve trovare uno spazio di risonanza. Divenuta musica, parla anche a chi non l’ha ancora letta e racconta l’ostinazione di un cantautore e una poetessa che non ha fiaccato l’esilio da una società che forse della follia ha paura perché troppo libera. “Una piccola ape furibonda” – amava definirsi la Merini ed è questo il titolo del nuovo singolo di Giovanni Nuti, che snocciola ironici e drammatici aforismi della poetessa in una canzone trascinante e briosa. Il brano anticipa l’uscita del suo nuovo disco, che musica anche poesie inedite della Merini ed uscirà nel 2010. La musa dei Navigli lo ha ascoltato ancora una volta con la gioia di sapersi “sentita”, ma non ha fatto in tempo a registrarvi la sua voce, come nel precedente “Rasoi di seta” (2007). Eppure, musica e poesia non possono essere legate solo in terra. In fondo la musica non viaggia attraverso la stessa sostanza del cielo, l’aria?
Ecco come Giovanni Nuti ci racconta il suo nuovo disco.Hai cominciato a cimentarti con i versi di Alda Merini nel 1994 musicando
“Sandali”, grazie alla quale hai incontrato per la prima volta la poetessa.
Dieci anni dopo hai composto le musiche di “Milva canta Merini” (2004); poi nel
2005 è stata la volta dell’ “opera sacra” di Alda Merini il “Poema della croce”,
ed infine hai pubblicato nel 2007 l’album “Rasoi di seta”, che musicava liriche
varie della poetessa milanese. Anche il nuovo album, che uscirà nel 2010, sarà
all’insegna della “musa dei Navigli”. Com’è cambiato in questi anni (se ha
subito un’evoluzione) il tuo modo di rapportarti al suo mondo poetico, di
entrarvi e catturarlo o seguirlo con le tue note?
Indubbiamente si è arricchito ed
approfondito, così come si è approfondito il mio legame con lei: le due cose
sono andate di comune passo. Passando il tempo, frequentandoci, io entravo
sempre più nel suo sentire e quindi con maggiore facilità lo trasferivo nella
musica. Ci tengo a sottolineare la grande facilità con cui musico i suoi versi,
perché – riporto le parole delle Merini a riguardo – il nostro “matrimonio
artistico” è “destinato”. E’ come se il nostro rapporto professionale fosse
simile all’amore, che non si va a cercare: è un mistero perché nasca.
Ogniqualvolta mi dettava una poesia, io la musicavo molto velocemente, senza
fatica, con grande armonia, e ogniqualvolta lei ascoltava la musica, ha sempre
detto: “Sì, sì, era proprio quello che sentivo”. Ho sempre avuto la sua approvazione,
non mi ha mai detto “No, questa canzone non mi piace, vorrei un’altra cosa”.
Come dicevi, più che di un comune sodalizio artistico, la tua dedizione
musicale alla Merini è stata una vera scelta artistica e di vita, inseguita con
pazienza e perseguita come un ostinato progetto di raffinatezza. Come mai appunto
pensi sia capitato con la Merini e non un altro poeta o poetessa? Poco fa
parlavi di “mistero”…
Sì, come dicevo prima, c’è
qualcosa di misterioso, come quando ti innamori di qualcuno, ma non sai il
motivo. Infatti molti – non lo nego – mi dicevano: “Lavori ancora con Alda
Merini? ”, ma io sentivo che dovevo ancora lavorare con Alda Merini, è stata una
mia necessità. Non ho ascoltato nessuno, perché se avessi ascoltato i
discografici o altre persone, non avrei fatto neanche quest’ultimo album, a cui
tengo moltissimo e a cui teneva tanto anche la Merini, perché è il disco più
pieno di gioia e di vita.
La poetessa ha partecipato quindi in qualche modo al progetto
discografico, come avvenne per l’album del 2007?
Non ci sono i recitati. Avrebbero
dovuto essercene alcuni, ma purtroppo non abbiamo fatto in tempo.
Aveva avuto modo di sentire il disco, comunque?
Certo, ogni volta che componevo
una canzone gliela facevo ascoltare, anche per telefono.
Questo disco sarà postumo purtroppo rispetto alla vita di Alda Merini.
Come lo osservi ora dopo la sua scomparsa?
Devo dire che tutto è ancora più
importante. Ora che lei è “nata al cielo”, io non la sento defunta.
Comunicavamo su dimensioni non terrene, quelle dell’arte. C’è una parte
ovviamente di me che ne sente la mancanza e il vuoto, ma se ci ragiono, mi
rendo conto che la morte non può cambiare il mio rapporto con lei.
La poesia nasce con la musica con la poesia lirica, corale, epica, ecc.
Quanto secondo te queste due forme d’arte sono naturalmente vicine e
congiuntamente praticabili, come hai sperimentato in prima persona, e cosa può
allontanarle oggi? Quali difficoltà, quali ostacoli si incontrano nel gusto
diffuso medio nel proporre progetti di questo tipo?
Nella storia tutti i grandi sono
stati musicati, c’era una vera e propria tradizione di musicare la poesia: non
è quindi qualcosa di nuovo. Le poesie di Alda Merini effettivamente arrivano a
tutti, non utilizzano un linguaggio così difficile da essere adeguato solo alle
persone colte. Anche io devo dire che con la mia musica arrivo a tutti: non
sono brani complicati o pesanti, sono canzoni che possono ascoltare tutti, o
almeno questo è quello che sento. Le difficoltà però sono state comunque tante:
nella musica se proponi qualcosa di particolare, è sempre visto come qualcosa
di nicchia, ma ora come ora la nicchia ha una grande apertura. La gente si è
stancata delle solite cose che non ti dicono nulla. Io penso che si abbia
bisogno di contenuti. Lo vedo ai concerti: i ragazzi si emozionano, sono
commossi, quindi questo vuol dire che hanno bisogno di punti di riferimento,
come può essere la poesia.
Forse sono i discografici in qualche caso a non averlo ancora capito…
Beh, mi dispiace dirlo, ma sono una
razza in estinzione. Ogni giorno cambiano mestiere! Con facilità fanno un
giorno i discografici e il giorno dopo aprono un ristorante. Non voglio
mettermi tra i grandi artisti, ma chi ha qualcosa da dire ha sempre avuto
problemi con i discografici. Non ha problemi chi fa cose da supermercato, anche
perché alle etichette interessa che si venda. Se il giorno dopo non vendi più,
sei cacciato via. Ma l’arte è un’altra cosa: tocca l’anima. Non si può pensare
che l’artista sia una saponetta!
Evidenziavi prima come appunto per te sia stato in qualche modo un
processo facile quello di musicare le poesie di Alda Merini, proprio perché c’è
stata tra di voi questa consonanza così speciale… Ma in ogni caso, come hai
proceduto? La musica è sempre stata composta dopo aver selezionato una poesia o
viceversa?
Sì, sempre dopo: ho sempre scelto
prima la poesia e poi ho canalizzato istintivamente (non ragionando a tavolino)
quei versi in un certo tipo di musica, che è arrivata da sola…E non c’è stata
costruzione: i grandi maestri che ho avuto nel passato mi avevano insegnato che
nella musica leggera bisogna prendere la strofa di un canzone, poi l’inciso di
un altro brano che è ben riuscito, e poi fare una costruzione…Io non l’ho mai
fatto: dall’inizio alla fine il brano mi viene così. Non sono mai stato due ore
a lavorare ad un pezzo, per poi rimandarne la composizione al giorno dopo
perché non mi veniva il ritornello. Se la canzone completa mi veniva subito,
bene, altrimenti niente…
Nel singolo “Una piccola ape furibonda” (Sagapò), attualmente in radio
e in vendita nei digital-stores, ai versi si sostituiscono gli aforismi della
Merini…
Sì, solo nel singolo, nel disco
invece ci sono poesie inedite e due componimenti editi.
Come sono stati combinati ed assemblati gli aforismi per questa canzone?
Sono in qualche modo una materia più “elastica” rispetto ai versi di una
poesia, dato che non possiedono una struttura precostituita, ma è possibile
aggiungerne altri o toglierne?
Beh, posso dire che metterli
insieme è stato un grande divertimento: abbiamo scelto gli aforismi più
simpatici, i più ironici, ma anche i più toccanti, dato che ci sono momenti in
cui “si va in manicomio per imparare bene a morire”,
oppure si afferma “non ho paura della morte, ma ho paura dell’amore”.
Come mai hai scelto proprio l’immagine della “piccola ape furibonda”
per il singolo? Pensi che descriva la Merini particolarmente bene?
Sì, abbiamo dato questo titolo,
perché rispecchia Alda Merini: mi diceva spesso “quando senti un giorno che non
sono arrabbiata, preoccupati!”. Poi mi suonava bene: quest’immagine è anche un
suono, che subito è diventato un ritornello e lei ha apprezzato.
Nei versi di “Rasoi di seta” c’erano la passione, appagante o
devastante, storie di vite ai margini, momenti giocosi o teneri. Nel nuovo
singolo accenni più volte al sesso, all’amore, alla follia. Che messaggio vuole
lanciare questa canzone e che temi affioreranno negli aforismi del nuovo cd?
Ci sono tanti messaggi, tra cui
quello della generosità di ascoltare gli altri: “chi
regala le ore agli altri, vive in eterno”. Nel mondo in cui stiamo vivendo, non
ascoltiamo più: riuscire ad ascoltare penso sia una delle cose più
difficili. Io ho un po’ questo dono di ascoltare la gente, ma mi viene
naturale. Quindi non ti dico, sono un po’ come il miele! Ma è difficile che gli
altri ascoltino. Poi ci sono tanti versi che sono come frecce, come saette…Per
quanto riguarda l’album, c’è una poesia già edita che ho musicato, “Lascio a te queste impronte sulla terra”, che ora è
diventata come un passaggio del testimone. Quando la musicai, non sapevamo
niente della sua malattia. Ora sento ancor più il dovere di portare avanti le
poesie che ho musicato e farle conoscere a chi per vari motivi non si è ancora
accostato alla sua scrittura. Poi nell’album c’è il tema della vita e quello
della morte, ma come rinascita: all’epoca non ci avevo pensavo, ma con il senno
di poi, dopo la sua morte, rileggendo tutto, sento che si parla di rinascita in
questi suoi versi.
Accade effettivamente che si faccia percorso inverso dalla musica alla
lettura delle poesie musicate?
Sì, è successo tantissime volte.
E ci tengo a sottolineare che la Merini non aveva certo bisogno di me. Io le ho
dato gioia: me l’ha detto nella sua ultima telefonata. Non sapevo se dirlo o
meno, ma purtroppo, in un momento in cui ero disperato, mi è scappato, quindi
sono parole che sono già state riportate. “Tu sei stato la mia musica”, mi ha
detto. L’ho portata sul palcoscenico, abbiamo fatto tanti concerti insieme, è
stata attrice nel ruolo Maria nel “Poema della croce” ed è stata felice di
tutto ciò, ma non ha bisogno di me dal punto di vista divulgativo. Però molte
persone grazie ad una canzone poi hanno letto tutti i suoi libri: ho ricevuto
centinaia e centinaia di mail a riguardo e io l’ho sempre informata di ciò…E’
accaduto e accadrà ancora. Ci sono tanti messaggi che l’uomo riceve nella
giornata: se dovesse seguire tutto, impazzirebbe, ma quando qualcosa ti
colpisce, vai ad approfondire. Tu cosa ne pensi?
Concordo, anche perché gli spazi dedicati all’arte vera e propria sono
limitati, quindi si sente il bisogno di occasioni per scoprire ciò che vale.
Sì, la gente non legge e non c’è
nessuno spesso che ti sensibilizzi. Ho rivestito i versi della Merini come lei
voleva, con musiche facili e la facilità è più difficile da ricercare, ma la
più bella ed importante. Raramente ho composto musiche complicate. I miei brani
risultano comunque canzoni che si possono fischiettare: soprattutto le canzoni
del nuovo album sono di presa immediata e questo può agevolare l’ascoltatore
nell’avvicinarsi a poesia e musica e poi passare alla lettura.
A proposito proprio della musica del precedente disco, “Rasoi di seta”
coniugava sintetizzatori e classicità, arrangiamenti trascinanti e momenti più
pensosi, distesi, romantici. “Una piccola ape furibonda” si presenta come un
brano ironico, teatrale, impetuoso. Cosa dobbiamo aspettarci musicalmente dal
nuovo lavoro?
Ci sono altri brani come “Una
piccola ape furibonda”, ironici, divertenti, frizzanti, ritmati, e momenti
malinconici, di grande profondità. L’album si conclude con una canzone
struggente, “Amore irripetibile”, che è come
se parlasse un po’ della mia storia con lei.
Come è stato per te, dopo la prima esperienza di “Sandali”,
ricominciare ad interpretare in prima persona i versi della Merini, rispetto a
sentirli cantare da Milva, quando hai lavorato con lei?
Da quando ho conosciuto Alda Merini, l’ho sempre cantata, non ci sono state delle
pause. Poi è stato straordinario sentire cantare Milva “L’albatros”, “Gli
inguini” o “Prima di venire”. L’ho molto apprezzata, è una grande
interprete e mi sono emozionato tante volte in teatro sentendola cantare, così
come mi emoziono quando canto io i versi di Alda Merini. Spesso mi vengono i
brividi…
L’uscita del disco è prevista per il 2010, ma pensi poi di musicare
versi di Alda Merini anche in futuro?
Mi hai fatto una bella domanda…In tutti questi anni la Merini mi dettava
sempre delle poesie inedite e mi diceva: “questo è il mio regalo, è la mia
eredità, musicale, pubblicale, fanne ciò che vuoi”. Ho sicuramente materiale
quindi per poter fare tanti altri lavori.
Giovanni Nuti
