periodo nel quale ha vissuto, politicamente in prima linea, è stato
particolarmente “forte”, intenso, emotivamente stimolante.
Come lo ricorda rispetto alla situazione di oggi: artisticamente e
politicamente?
Immagino che il periodo di cui si
vuole parlare è quello degli anni ’60 e ’70. A dispetto di tutto
e di tutti, io mi sento ancora “politicamente in prima linea”,
anche se la parola “politica” sembra diventata una parolaccia.
Credo che l’equivoco di fondo in cui molti sono caduti, io per
primo, in quegli anni, sia stata la percezione dell’alba di un
mondo nuovo, di una nuova era, più giusta, più entusiasmante, più
libera mentre, invece, eravamo dentro un bellissimo tramonto senza
accorgerci che il cielo di stelle, che vedevamo di lontano, sarebbe
stato oscurato da un soffitto di cemento che, in pochi decenni, si
sarebbe chiuso sopra le nostre teste, non avrebbe più consentito la
visione delle stelle ed avrebbe reso l’aria più viziata. Questo
convincimento è alla base di tutte le risposte che verrò a darLe:
per spiegarmi meglio e fuori da ogni metafora, ho l’impressione che
quelle crepe dell’organizzazione capitalistica della nostra vita e
dell’industria della cultura e dello spettacolo che permettevano le
crepe, dico, l’uscita di eccezioni fondamentali per la nostra
Storia culturale, si siano chiuse. Se i Beatles registrassero il loro
primo disco oggi, forse nessuno li pubblicherebbe nel tran tran
insopportabile, sempre uguale a se stesso, delle multinazionali della
musica. Ma è solo un esempio: il rimpianto, insomma, la fine, il
tramonto, appunto, di un’energia che percorreva tutti e tutto, con
la voglia di raccontare e soprattutto rendere partecipi gli altri dei
propri racconti, delle proprie idee, delle speranze di ciascuno di
noi.
“Valle Giulia” è
una delle sue canzoni più note e racconta, epicamente, della
reazione degli studenti che, in un bel giorno di marzo, reagirono
alle cariche della Polizia. Se pensa a quel momento, a
quell’ephos come lo mette a confronto rispetto a ciò che accadde
a Genova e, poi, a Bolzaneto, ad esempio?
“Valle
Giulia” è la piccola storia di una giovinezza in cui pubblico e
privato si confondevano allegramente, con rabbia e con passione.
Nell’avverbio “allegramente” sta la risposta: Bolzaneto, la
scuola Diaz, Genova all’inizio del 2000 sono stati momenti cupi,
disperati, vergognosi per la violenza delle istituzioni, per la
volontà di non capire e di stroncare ogni barlume di diversità, di
opposizione. La dialettica tra opposti sembra sfumare, la politica
diventa sempre più una ricerca del posto di lavoro o l’”acchiappo”
della possibilità di sistemarsi, di arricchirsi e sempre meno un
confronto, una battaglia di idee. Che cosa c’è, quindi, di
allegro…?
Il
mondo dell’arte del nostro Paese, in particolare quello dei
cantautori, è stato all’altezza di poter raccontare la Storia della
gente comune oppure, salvo qualche esempio, non ha avuto la forza di
andare oltre lo stile calligrafico? Anche
qui si tratta di questioni di scambi, di contatti, di osmosi. Molti
di noi, penso a Ivan Della Mea, a Giovanna Marini e a tanti altri,
eravamo “cantautori” per scelta di libertà, di urgenza, bisogno
del racconto, voglia di confrontarci. Non per mestiere. Altri avevano
legittimamente scelto la professione della musica, del cantare, dello
scrivere canzoni ma i due mondi avevano contatti più o meno alla
luce del sole e si influenzavano, forse marginalmente ma quel tanto
da costringere gli uni ad essere meno tristi, un pò meno
“ideologici”, a utilizzare tecniche di registrazione, sonorità,
amplificazioni di palco, anche modi di comporre sconosciuti fino ad
allora; gli altri a essere meno, calligrafici, e, in buona sostanza,
stupidi. La musica “altra” si è andata chiudendo in recinti
sempre più stretti, di nicchia (penso, ad esempio, ai Centri
Sociali, utili ma insufficienti), o è addirittura sparita e gli
altri, i prefessionisti, sono rimasti soli, senza sponda, nei casi
migliori a sostenere battaglie individuali e perciò costretti a
gestire sconfitte. Nel corso dei decenni anche il pubblico si è
trasformato e nutrito degli unici prodotti che avevamo a
disposizione, con sempre meno scelta.
La
canzone popolare in Italia è come una sorta di fisarmonica: a volte
si apre alla massima espressività (il succcesso de “Il fischio
del vapore” ne è un esempio mentre altre volte naviga (come il
blues) in una sorta di oblio? che cosa, a Suo avviso, manca
all’italiano medio perchè sappia cogliere in questa forma d’arte e
di comunicazione, un segno della propria storia, una segno della
propria identità? ed inoltre la canzone popolare deve assolvere “ad
un compito” anche politico oppure deve esprimere la sua
territorialità scevra da implicazioni sociali e politiche?
Io
non so più, ammesso che lo abbia mai saputo, che cosa sia la musica
popolare. Non credo che la musica abbia “compiti” diversi
dall’essere musica. Certo deve avere alcune caratteristiche, anzi
le ha sempre avute: nascere con l’urgenza del racconto, quale che
sia, essere fine e non mezzo (per il successo, per vincere un
festival, per vendere molte copie di dischi ma anche per essere
veicolo di propaganda), soprattutto per incontrare un qualche
bisogno, esprimere un pezzetto di sogno, incontrarsi con le persone e
non con i simulacri televisivi delle stesse. L’italiano medio, come
lo chiama Lei, è figlio e prodotto dei suoi tempi. Io amo i cani ma
se dessi loro da mangiare solo scadenti risparmierei solo
apparentemente perchè poi ripagherei di più in spese veterinarie.
Eccola la risposta: mancano bravi veterinari e sono per lo più
scadenti i prodotti alimentari per i cani. Il caso de “Il fischio
del vapore” è una riproposta di quell’incontro tra musiche e
mondi diversi di cui parlavamo prima e non è casuale che Francesco
De Gregori abbia incominciato la sua carriera accompagnando con la
chitarra Caterina Bueno.
Dovendo
tornare indietro e parlando di fatti accaduti, quale canzone non
scriverebbe più e quali argomenti/eventi avrebbe voluto affrontare
ma non ne ha avuto, magari, la necessaria ispirazione? Riscriverei
tutto, anche le canzone brutte. Gli eventi si susseguono assai più
velocemente delle canzoni e dell’ispirazione: ogni giorno si
potrebbe e si dovrebbe fare una canzone ma non si può. Da giovane
pensavo, presuntuosamente, di essere davanti ai fatti, più tardi al
passo con essi, ora dietro. Pensi di quante occasioni mancate è
lastricata la mia vita…ma c’è sempre tempo…
Dovendo
focalizzare un momento fondamentale della storia socio-politica degli
anni ’60 e ’70, quale, a Suo avviso, quello più importante, sia nel
bene che nel male?
Nel
bene, il luglio del 1960. nel male la sconfitta e la tragica fine di
Salvador Allende, l’incomprensione delle forze politiche di allora
dei movimenti che agitavano la nostra società e, quindi, (sottolineo
il “quindi”) la stagione del terrorismo.
Il
Suo film “I giorni cantati” rappresenta, davvero, il Suo
punto di vista su “quegli anni” oppure è “solo”
una sorta di sguardo artistico sul periodo?
Direi
che la seconda domanda suggerita è l’indicazione corretta, con
qualche dubbio sull’accento “artistico”.

L’avere
toccato vari stili artistici ti ha reso consapevole che vi è qualche
modalità artistica più diretta, più ficcante, di incisiva di altre
oppure l’unico “giudice” della bontà del messaggio è il
messaggio stesso?
Sono
solo consapevole di vivere e di volere raccontare, con ogni mezzo che
ho a disposizione.
Tra
la fine degli anni ’80 e la metà degli anni ’90 abbiamo avuto una
rispresa della vivacità popolare nel mondo della canzone politica
(penso ai Modena, ai Gang, ai 99 Posse ed altri) poi, all’improvviso,
quel grande movimento si è come piegato su se stesso. Per quale
motivo, a tuo avviso?
I
motivi ho cercato di individuarli in tutto ciò che ho scritto,
maldestramente: se le persone si lasciano sole si perdono o ritornano
a casa o imitano sempre se stessi.
L’ultimo
libro che ha letto, la cover che Le piacerebbe incidere e la canzone
che non è riuscito a scrivere.
L’ultimo
libro che ho letto è l’autobiografia di George Simenon. Per le
cover evitiamo perchè già canto male le mie canzoni, figuriamoci se
voglio fare un dispetto ad altri. La canzone che non sono riusciuto a
scrivere è…quella che ancora debbo scrivere…
Roma:
quello che Le piace (ancora) e quello che proprio non manda giù e
vorrebbe cambiare.
Ciò che amo della mia città è
l’aria, il colore del cielo, il suo spirito (nel senso di
spiritoso), le piazze e le strade. Quello che vorrei cambiare è la
sua amministrazione ed il traffico.
Paolo Pietrangeli
