Incontro con il compositore di Ascoli Piceno a ridosso dell’irripetibile evento che lo vedrà protagonista di un concerto all’Arena di Verona il primo settembre accompagnato dalla All Stars Orchestra, voluta appositamente per l’occasione e costituita da 90 professori d’orchestra provenienti, oltre che dall’orchestra I Virtuosi Italiani e dall’Orchestra dell’Arena di Verona, dai più importanti e prestigiosi ensemble musicali del mondo. Un’esclusiva occasione con cui l’artista ha deciso di rompere i sette mesi di silenzio dopo le polemiche successive al famigerato e discusso concerto in Senato dello scorso 24 dicembre.
presupporre che questo sarebbe avvenuto con un evento unico come il concerto
che hai in programma di regalarci il primo di settembre…
Ciò che avverrà a Verona sarà
qualcosa di irripetibile, per una sola notte metteremo in scena il risultato di
un progetto visionario di musica eseguita con un’orchestra sinfonica i cui
musicisti sono stati selezionati dalle Filarmoniche più prestigiose del mondo,
per confluire in una unica grande Orchestra Sinfonica che scandisca all’unisono
i battiti della musica del nostro tempo. Londra, Tokyo, Seoul, Tel Aviv, San
Pietroburgo, Monaco di Baviera, Buenos Aires, New York. Per una sola notte, il
cuore della moderna Musica Classica sarà l’Arena di Verona. Sarà bellissimo!
Immagino ci sia stato uno sforzo
organizzativo notevole…
Colossale direi. Solo per darvi
un’idea abbiamo dovuto prenotare dieci voli intercontinentali perché tutto ciò
potesse avere inizio! Ma c’è un significato ben preciso dietro a questo
concerto: voglio che sia considerato come la dimostrazione che la musica
classica italiana contemporanea ha qualcosa da dire al mondo, e che lo fa dal
palco più internazionale che abbiamo in Italia, lo fa con sorriso ed
entusiasmo, grazie al pubblico che ha reso tutto questo possibile. Perché
Verona è stata chiesta innanzitutto per loro. Vorrei che i musicisti stranieri
tornassero nei propri paesi esclamando “Ho visto cose che voi umani non potete
neanche immaginare”…e mi riferisco al pubblico!
Abbiamo saputo che tra le numerose selezioni una si è tenuta persino
alla leggendaria Julliard School di New York. Penso sia un tangibile
riconoscimento del prestigio che hai assunto oltreoceano….
È incredibile pensare che cinque
anni fa per il mio primo concerto negli Stati Uniti dovetti fare un audizione
proprio alla Juliard…fu un momento di indicibile ansia e di continuo panico, ma
riuscii a trarre dall’esperienza una versione positiva: in queste occasioni
speciali siamo travolti da forze che definirei ataviche, come l’eros, dalle
quali è bene lasciarci sopraffare per poter mollare le redini. Il panico
infatti non è l’incontro con un vuoto paralizzante, ma con il pan degli antichi Greci – il tutto: più
sperimento la mia fragilità, più mi sento vicino al cuore dell’umanità, dando
il meglio di me quando sono più vulnerabile all’esterno, un meglio che poi i
fan si prodigano di curare.
Stai cominciando a trarre un bilancio della tua carriera…pensi di esser
arrivato ad un tuo apice personale? O non esiste il concetto di “apice” per
Giovanni Allevi?
Non mi sono mai posto
intenzionalmente dei limiti, e quindi ritengo che tutto debba ancora accadere.
Non esiste un punto di arrivo o delle aspettative a cui dare peso, né una
riflessione sul passato mirata a fare un punto della situazione, perché la
musica mi ha insegnato a vivere nella dimensione poetica del presente. Da un
punto di vista prettamente musicale ho prima sperimentato nei quattro album di
piano solo, poi mi sono rivolto ai timbri dell’orchestra sinfonica, e adesso
intendo tornare di nuovo al pianoforte solista, ma solo seguendo il significato
ontologico della musica: è la strega capricciosa che bussa alla mia testa, ed
io non ho nessuna possibilità di scelta nei suoi confronti, lei sceglie per me.
Il nuovo album, che prevedo in uscita per il prossimo anno, registrerà il mio
rinnovato interesse per una situazione più intima, lontana dall’interferenza di
più generi come il jazz e il pop: è finita l’era della contaminazione, i germi
musicali devono mantenere una loro purezza crescendo ed evolvendosi ognuno da
sé.
Sei comunque arrivato al traguardo della quarantesima candelina, dopo
anni di enormi successi, ma anche di accese critiche….
Il compleanno è un giorno
straordinario, perché significa ricordare di essere nati, e non di avere un
anno di più. Io da parte mia sento di essere nel mezzo del cammin di nostra
vita, un limbo da cui ancora devo ricevere certezze. Per quanto riguarda le
critiche, si sa che esse fanno parte del gioco del successo, si sale sempre di
più e non si può piacere a tutti. Ho dovuto affrontare e sostenere un gioco
molto duro, fatto di veri macigni, ma dopo aver superato il panico che
ordinariamente torna a trovarmi è stato importante ricevere critiche violente,
perché questo non fa altro che confermare l’importanza di quel che sto facendo.
Così è sempre avvenuto, ed io mi sento in buona compagnia leggendo le severe
cronache dell’epoca relative a mostri sacri come Mozart, Brahms, Puccini,
Bernstein, Satie o Debussy.
Vuoi parlarci in particolare dell’episodio relativo al concerto in
senato del 24 dicembre scorso? Qual è stata la tua reazione alla dura critica
di Uto Ughi?
Era il giorno della vigilia di
Natale, fino alle 9. 30 del mattino sono stato in paradiso: passione
travolgente, gioia – era l’ultimo concerto dopo un estenuante tour di quaranta
date – ed eravamo guidati dall’entusiasmo di fare qualcosa di irriverente. Anche
gli uscieri erano rimasti incantati, il papa aveva terminato le celebrazioni
con dieci minuti di anticipo, abbiamo potuto fare dei bis, tra le urla di
gioia. Poi è arrivato un messaggio di mia sorella, «Il maestro Uto Ughi se n’è
passato»…e a quel punto sono stato convocato per un incontro con i vertici del
Senato, con il rischio che una polemica musicale si trasformasse in una
polemica di ordine istituzionale. Dopo lo smarrimento iniziale sono rimasto in
attesa per un paio di giorni, ricevevo continuamente una rassegna stampa di
cosa stavano scrivendo i giornali. Lì ho notato l’atteggiamento che tutti
avevano preso nei confronti della mia posizione, ho percepito un senso di casta, una levata di scudi di cui i fan
sono rimasti ovviamente sgomenti. Un giudizio così impietoso potrebbe minare la
tua identità professionale in modo permanente. Mi è stato suggerito quindi di
non rispondere, ma non ho resistito vedendo i bambini e i ragazzini che stavano
così in apprensione per il mio destino. La “crocifissione” di Allevi avveniva
perché inevitabile. A conferma della mia importanza, è stata in realtà una
consacrazione pura, che il pubblico ha seguito con affetto decuplicato.
Cosa intendi in particolare quando parli di una casta musicale?
La casta è rappresentata da quell’ampia parte della musica classica
che non è disposta ad accettare che esista qualcosa di nuovo, portando ad un
conflitto tra i giovani e un certo tipo di autorità che vuole tenersi stretta
la poltrona. Sono diventato il simbolo, o uno dei simboli, dei giovani alla
riscossa, dando il via ad una destabilizzazione culturale: la musica classica,
di per sé fenomeno elitario, ha cominciato a spostarsi nei cortili delle
università, nelle strade, nella necessità di proporre nuove categorie. Adorno,
che definiva il bello come ciò che è complesso e incomprensibile non è più
attuale. Inoltre la complessità è stata usata troppo spesso come strumento di
potere, come il latinorum
dell’avvocato Azzeccagarbugli. La musica deve parlare al cuore dell’umanità, in
questo senso dobbiamo farla tornare pop-olare.
Quali artisti ritieni che abbiano condotto in passato o stiano portando
avanti in questo momento un discorso compositivo simile al tuo?
Sicuramente Ludovico Einaudi può
dirsi il mio diretto precedente. Ha ottenuto i miei stessi risultati, ma la sua
esperienza ha un impatto più prorompente. Philip Glass è senza dubbio un mio
ovvio punto di riferimento, ma da un punto di vista concettuale potrei dire lo
stesso per tutti i minimalisti statunitensi degli anni sessanta, per il loro
intento di abbandonare la dodecafonia novecentesca per qualcosa di più
semplice. Se invece dovessi indicare chi è per me il giovane più promettente
del momento non avrei incertezze, sono stregato da Lang Lang.
Hai un sogno nel cassetto?
Ovviamente che Lang Lang un
giorno suoni qualcosa di Allevi!
In questa dicotomia tra musica classica colta e il tuo tentativo di
svecchiarla pensi ci sia un rapporto paritario?
Sarò felice quando il mio esempio
scatenerà un’ondata di creatività tra i giovani. A quel punto mi sentirò il
capostipite di un nuovo corso. Se si è creata una spaccatura io ne sono
orgoglioso perché ho dalla mia parte i giovani e i giovani dentro.
Cos’è che ti fa dire di avercela fatta come compositore
Vedere su youtube alla voce
“Allevi” una miriade di ragazzi che suonano i miei spartiti.
Giovanni Allevi
