È partito dal Conte Staccio di
Roma il nuovo tour di Andrea Chimenti,
un giro di concerti che inizia dopo l’uscita di “Chimenti Danza Silenda”, disco
che raccoglie le canzoni più significative della carriera dell’artista aretino
e un dvd in cui le canzoni incontrano l’interpretazione danzante della
compagnia francese di teatro contemporaneo Danza Silenda.
Musica e immagine, quindi, ed è
questa una delle peculiarità di Chimenti: invitare il fruitore a compiacersi
dell’accumulazione di codici e significati; avvicinare la forma canzone in
maniera artisticamente funzionale a diverse altre arti, in cui l’immagine
rappresenta – per formazione e stile personale – uno dei principali elementi.
Questo, ma non solo, è successo nel concerto del locale romano. Accompagnato alle chitarre dal
virtuoso Stefano Cerisoli, Chimenti – pianoforte e chitarra – ha effettuato un
percorso tra le canzoni della sua carriera, unendo i suoni e le parole alle
immagini di uno strumento chiamato “Machine des ombres”: uno schermo in cui
venivano proiettate immagini, storie di ombre cinesi che “significavano” ogni
canzone. Non una banale didascalia, di conseguenza, ma una precisa osmosi e una
complementare corrispondenza tra diverse arti. Di vero e proprio viaggio si è
trattato, nella storia artistica del cantautore toscano, negli interstizi tra
suono e immagine e tra canzone e poesia tout
court, visto che l’artista ha proposto anche brani compresi nel suo album
del 2002, “Il porto sepolto”, dove ha messo in musica alcune liriche di Giuseppe
Ungaretti. Poesie musicate come Cori
descrittivi di stati d’animo di Didone o Silenzio, in cui il simbolismo essenziale del poeta si fondono alla
necessità del musicista di scavare la parola e di non appesantire qualcosa di già
gravido e caleidoscopico. Un viaggio che ha portato gli
ascoltatori tra i lidi del rock di ascendenza anglosassone di Chimenti, in
brani più datati come Maestro strabilio,
oppure Prima della cenere e Ritorno alla fonte, più recenti. A concludere la serata una
gradita sorpresa: il sassofono di Nicola
Alesini che ha colorato di note l’ultimo visionario approdo, L’albero pazzo, come giusto termine di
un peregrinare competente e sognante tra i lidi senza tempo dei mille volti
compenetranti dell’arte.
Andrea Chimenti
Conte Staccio, Roma
25/01/2009
