Assistere nel 2009 ad
un’esibizione di Dente provoca una sensazione strana. Quella di
trovarsi davanti ad un’arte modesta e umile ma che è riuscita a
cogliere lo zeitgeist di un’epoca. Un concerto con
formazione a quattro (un lusso per Dente che fino ad un anno fa se ne
andava a giro per l’Italia e per i dischi da solo con la sua
chitarra e un microfono) per chiudere il festival che apre l’autunno
meneghino, il Milano Film Festival, all’ora di cena, senza
maledettismi, puntuale senza capricci. Se Vasco Brondi ha voluto
portare alla luce per poi affossare «questi cazzo di anni zero»,
Dente riparte proprio da qui, offrire a questa generazione ferita e
disorientata un crepuscolarismo ottimista pronto a trarre forza dalle
proprie crisi: l’amore non è bello, ed è la cosa più
preziosa che abbiamo. Fondendo l’attenzione per il gesto quotidiano
del Luca Carboni più imberbe, l’intimismo del De Gregori – periodo
Rimmel, e soprattutto attingendo musicalmente a piene mani da
Lucio Battisti (sembra una banalità, ma nessuno in decenni l’aveva
mai fatto come lui), il cantautore di Fidenza aiuta il proprio
pubblico a digerire storie private che una volta salite sul palco
diventano magica realtà collettiva. Soprattutto chi approda
all’evento live in maniera occasionale, senza conoscere l’artista,
rimane interdetto e sorpreso scoprendo di non esser l’unico a fare
la spesa nei discount, nel fumare ancora di nascosto ai genitori, nel
dover intrattenere le amiche di lei controvoglia, di pulire camera la
domenica, di vagare per case altrui dove si dimenticano camicie sul
pavimento e sentimenti.
Dente non richiede
l’attenzione, perché è lui stesso ad incarnarla: l’attenzione
per le impressioni, le amarezze, le dichiarazioni d’amore e di
intenti che ancora fanno sperare davanti alle foglie autunnali che
cadono dalla finestra. Ragazze assorte cantano in coro il ritornello
di Buon Appetito – la vera E penso a te di questi anni
– i ragazzi si esaltano quando sulla tastiera viene apposta una
sirena “poliziottesca” e parte Quel Mazzolino, improbabile
love story tra due giovani fermati di notte da un appuntato
per la prova del palloncino. Ci si emoziona con poco, come nella
splendida conversazione tra due uomini su una lei speciale «Io e te
siamo semplici uomini, ma io e lei siamo semplici e unici». Storie
ridotte all’essenza, tenere ma mai dimesse, che accompagnano il
tramonto della città, spengono il traffico fino al bis con una
fantastica redenzione di Verde di Federico Fiumani; le mani
applaudono e alzate in cielo sotto ai lampioni simulano
inconsapevolmente la copertina di un antico canto libero.
Giuseppe Peveri se ne va sottovoce lasciandoci lungo le orecchie una
verità che forse avevamo dimenticato, trascurato: la poesia di un
artista misurabile non tanto in base alla capacità di far percepire
speciale il suo autore, quanto il suo pubblico.
Dente
Milano Film Festival
19/09/2009
