C’è ancora voglia di normalità in questa Italia di fine 2009, normalità
intesa come intelligenza, rispetto, semplicità, arte. E non è un caso che la
portatrice sana di questo desiderio sia una donna che si è esibita in una
serata “trasgressiva”, ovvero lo spettacolo Glbt “Omogenic” che ogni venerdì
sera si celebra al Circolo degli Artisti di Roma. Il 6 novembre l’energica
Marina Rei ha riabbracciato il pubblico della capitale presentando la tourneè
autunnale del suo ultimo album dal titolo “Musa”, in distribuzione nei negozi
dall’8 Maggio.
Il palco del live club ha
ospitato la cantautrice romana adagiata sullo sgabello della batteria, protesi artistica che in chiave
freudiana rappresenta il cromosoma maschile della sua formazione musicale,
accompagnata dal basso di Paolo Ranieri, dalla chitarra di Ciro Tuzzi e dalle
tastiere di Duilio Galioto. Due ore di concerto costruito dalla fragile donna
vendetta con i brani del nuovo disco: una carrellata discorsiva sull’universo
femminile. La ruvidità de “Il rovescio della cura” ha distrutto il diaframma
dell’incipit, per poi lenire il petto degli spettatori con l’elogio della
femminilità presente nel singolo “Musa”, un dolce filo rosso che da secoli lega
la produzione artistica alla fonte di ispirazione primaria di tutti i
capolavori. La donna, il vero simbolo dell’occidente vestito dalla riduttività
dell’epidermide fallica, è davvero capace di preservare la felicità
dell’umanità. Questa felicità attualmente ha perso un po’ di sorrisi e non si
può confutare tale dato. Non è la solita citazione allarmistica capace di rendere il discorso un po’
intellettuale o riflessivo, bensì la pura cronaca sociologica di questi anni. E
se si vuole comprendere qualcosa del presente basta analizzare la percezione
della produzione musicale. Il merito di Marina Rei non è quello di aver fatto
una pietra miliare della storia della musica italiana e questo concerto ne è
l’esempio. Di sicuro il pubblico (accorso in numero soddisfacente) è stato entusiasta
dello spettacolo e la signora Restuccia, ormai quarantenne, ha retto in modo
ammirevole. L’azione lodevole è quella di aver seguito se stessa nelle sue
capacità espressive, sperimentando la caduta nell’oblio, restituendo una
dignità alla parola musica, in modo intimistico forse, ma non esibizionistico
in senso negativo. Il rock femminile non ha bisogno di mostrare capezzoli per
far finta di godere. Il rock gode con preliminari di liberazione, astrazioni
riproduttive, pelli sudate, culture avanguardiste. Il concetto è semplice:
l’attrazione è femminile non a causa delle forme ma grazie alla sostanza.
La bellezza della serata è stata
dipinta dall’omaggio ad Alda Merini, la poetessa milanese scomparsa il 1
dicembre nella ricca povertà del suo alloggio popolare.
Fragile,
opulenta donna, matrice del paradiso
sei
un granello di colpa
anche
agli occhi di Dio
malgrado
le tue sante guerre
per
l’emancipazione.
Spaccarono
la tua bellezza
e
rimane uno scheletro d’amore
che
però grida ancora vendetta
e
soltanto tu riesci
ancora
a piangere,
poi
ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi
ti volti e non sai ancora dire
e
taci meravigliata
e
allora diventi grande come la terra.
Questo è il
testo di “A tutte le donne” recitato da Marina Rei con orgoglio e commozione,
salutato con l’epitaffio “Alda
Merini, poetessa dell’amore e dei folli”.
Non sono
mancati brani tratti dal repertorio storico come “Al di là di questi anni”, “I
miei complimenti”, “Noi”, “L’allucinazione”, “Un’inverno da baciare” e “La
parte migliore di me”. Nel finale la cantautrice ha omaggiato un altro simbolo
importante dell’universo artistico italiano, Gabriella Ferri, con la memorabile
“Sempre”, interpretata in solitaria con evidente nostalgia e coinvolgimento.
dalla forza non urlata. Tale forza è la tenerezza delle donne, che non hanno
bisogno di abitudini, mezze parole e seni rifatti.
Marina Rei
Circolo degli Artisti, Roma
06/11/2009
