di Ambrosia J. S. Imbornone
Giovani, non studiate al Conservatorio. Non partecipate a tanti concorsi, non macinate km e km per fare concerti in cui a malapena vi pagano le spese di viaggio. Non impegnatevi a trovare un argomento denso di significati, che possa persino suonare come un insegnamento. Non imparate a disegnare faticosamente su carta da musica l’essenza dei vostri sentimenti. Andate a un talent show e poi cantate a Sanremo una canzone di plastica. Marco Carta, Valerio Scanu, Tony Maiello e da oggi anche Alessandro Casillo docent. Questo purtroppo sembra il desolante messaggio di Sanremo Giovani 2012 ed è molto triste.
È difficile sentire È vero (che si sei), interpretata da Alessandro Casillo al passo con i tempi. Sarà in linea con i gusti delle adolescenti che bestemmiano, sostenendo che il vero re del pop sia Justin Bieber e non quel tale Michael Jackson, ma altre quindicenni per esempio preferiscono Fabri Fibra, Entics o Emis Killa. Il brano di Casillo è di uno pseudo-romanticismo seriale e non offre spunti di novità né nella melodia, né nei suoni, né declinando il genere in modo originale. Poi ha 15 anni: le imprecisioni nella voce le supererà, ma premiarlo con questo brano e con questo livello di (non) personalità significa giusto ratificare e santificare la popolarità effimera che offre la tv e un poster su qualche giornaletto per ragazzine. Anziché individuare e dare luce a qualche tesoro nascosto della musica italiana, giovane sì, ma maturo perché si possa accogliere come gemma già pulita, netta, preziosa.
Gli Io ho sempre voglia son rimasti lì in gara giusto a rappresentare Area Sanremo, con i buoni arrangiamenti delle loro chitarre e l’approccio delicato del testo di Incredibile. Marco Guazzone, accompagnato dal trombettista dei suoi STAG (Stefano Costantini, il direttore d’orchestra più giovane del festival, 22 anni, coautore della musica), ha mostrato che si può coniugare sensibilità melodica e arrangiamenti più ricercati, figli del rock britannico. Erica Mou ha portato all’Ariston la sicurezza della sua interpretazione e la fermezza di ideali semplici e genuini di vita, nel rifiuto dell’estetica pacchiana dei lifting e degli status symbol, in un inno pieno di grazia che accetta il tempo e il suo carico di gioie. Ma si porta a casa solo il premio della critica Mia Martini e quello della sala stampa radio-tv.
Ma la quarta serata del Festival è stata anche l’alveo di nuove alchimie di suoni e voci, con i duetti tutti italiani sulle note dei brani dei Big rimasti in gara. Alcuni ospiti sono sembrati purtroppo in sordina: Max Gazzè poteva ritrovarsi nell’electro-pop di Dolcenera e nella leggerezza con cui racconta e sorvola sui sogni oltre i limiti del portafoglio, ma possiamo ascoltare molto poco la sua voce. Pochi sono i versi cantati esclusivamente da lui e nei momenti duettati forse qualcuno avrebbe dovuto aumentare il volume del suo microfono: è stato coperto invece dal timbro brillante della partner. Poco udibile per gli stessi motivi a maggior ragione anche lo straordinario attore Paolo Rossi (che già di voce ne ha poca), la cui presenza accanto a Samuele Bersani passa proprio inosservata. Un vero peccato.
Un po’ sacrificato anche un altro nome eccellente, quello di Peppe Servillo, che non sembra molto dentro il pezzo quando canta da solo, ma offre un ottimo controcanto ad Eugenio Finardi, accompagnato anche dal Progetto integrazione del Conservatorio di Milano. E tu lo chiami Dio, vada come vada, con la sua disarmante e disarmata umanità che si confronta con la spiritualità, ci sembra il brano più valido del Festival.
Molto nel brano Giuliano Palma, mentore di Nina Zilli, ed avvezzo negli anni a ravvivare brani dalle atmosfere retrò con la verve frutto della sua lunga esperienza e di una storia eclettica, che dai Casino Royale lo ha condotto ai Bluebeaters. La tromba di Fabrizio Bosso fa il resto.
Tutto un altro charme ha acquistato La notte di Arisa con l’intensità tenebrosa della voce di Mauro Ermanno Giovanardi e il violino folk di Mauro Pagani, le cui note sembrano volteggiare come piccoli brividi di speranza che resistono al dolore. Questa esibizione con quella della Zilli può ambire alla palma per la migliore della serata.
Gigi D’Alessio porta all’Ariston non Respirare, ma il suo remix di dj Fargetta con tanto di corpo di ballo che cala come un popolo di barbari a colonizzare l’Ariston. L’idea è intelligente e potrebbe servire per un rilancio della Bertè, però non sappiamo quanto fosse regolare stravolgere l’arrangiamento. E soprattutto c’è un diffuso sospetto che la voce di Loredana fosse in playback. Colpo basso.
Grignani aggiunge personalità alla Nanì di Pierdavide Carone e Lucio Dalla. E, visto che dobbiamo a questo punto prepararci all’eventualità che il brano salga sul podio stasera, possiamo pure farci prendere per sfinimento e dire che Carone con il suo solito candore deluso e il suo amore sofferto è l’unico a poter rendere credibile al giorno d’oggi un pezzo con questo tema. Ma sempre ingenuo e poco geniale, rispetto alla storia di Dalla, resta.
Essenziale e dolente il piano di Gaetano Curreri che duetta con la voce sempre molto espressiva di Noemi, mentre Alessandra Amoroso ha declinato Non è l’inferno in una versione già un po’ più convincente e drammatica rispetto a quella comunque grintosa di Emma, con cui appunto ha cantato. Francesca Michielin, fresca vincitrice di X Factor
Questo è quanto la quarta serata ci ha raccontato. Speriamo che la quinta ed ultima ci lasci un po’ di amarezza in meno. Intanto ai giovani emergenti lanciamo un messaggio opposto di quello dell’Ariston di un brutto venerdì 17: le scorciatoie televisive vi rendono re per un giorno. Ma è la passione con cui vivete la vita sulla pelle e nell’anima, con cui componete e suonate, con cui affronterete con costanza sacrifici e amarezze momentanee, che vi renderà grandi artisti. E prima o poi qualcuno se ne accorgerà. Magari in un contesto meno patinato, ma fondato su valori meno falsi e transitori. Non mollate.
