
Generazioni a spasso nella Storia si sono incontrate per la cinquantesima volta nel “covo” magico della canzone “diversa”. Gli ultimi reietti stralunati scendono dal tetto del grande teatro, già ornato dalle lucine di Natale, danno un’ultima occhiata all’insegna spenta e si perdono per il lastricato in preda alla locura da ultima notte. Proprio quando tutto è finito si rinnova l’innegabile fascino di quell’idea alternativa nata mezzo secolo fa dal cilindro di un esportatore di fiori: dare asilo a una canzone non “gastronomica”, per dirla come Umberto Eco nel 1964. Si è chiuso il sipario sulla Rassegna della Canzone d’Autore che, nel raccontare i suoi 50 anni, ha messo allo specchio generazioni diverse e ha estratto dalle tasche il racconto degli scartati. Scartati dal mondo in guerra e dall’odio dell’uomo. Scartati dalla storia e dalla memoria. Scartati per mala sorte. Scartati dallo streaming e dal mercato.

In una Sanremo inzuppata dalla pioggia per due giorni su tre, il Premio Tenco 2024 ha sopportato l’assenza di Sergio Staino a suo modo: celebrandone le idee con tre diverse iniziative. Al vignettista è stata infatti dedicata una pubblicazione ad hoc, voluta e curata da Sergio Secondiano Sacchi, il Cantastaino. È stato proiettato, di fronte a una platea gremita, il docu-film di David Riondino Satira e sogni, titolo omonimo della raccolta fondi attivata per digitalizzare l’archivio di Staino e all’ex chiesa di Santa Brigida è andato in scena un concerto costruito sulle sue canzoni preferite, le Bobo songs, suonate dal figlio Michele con Gianni Coscia (93 anni e non sentirli!) e Fabrizio Mocata. La Rassegna ha anche convissuto con le mancanze di Massimo Cotto, Ernesto Assante, Paolo Carù – ricordato, in un evento a lui dedicato, dal direttore del “Buscadero” Guido Giazzi e da Steven Forti (qui insieme nella foto) – e Giovanna Marini, Premio Tenco 1983 e già presente al Tenco nel 1975.
Il teatro Ariston ha ospitato la scenografia minimale di Valerio Berruti, dedicata all’infanzia. La scultura di una bambina accovacciata ha osservato le esibizioni che hanno popolato il palco. Sul fondale si sono alternate sette video animazioni ispirate all’età in cui tutto è possibile e in cui gli uomini sono tutti uguali. Ché è l’età adulta che scioglie la sospensione del mondo bambino e trasforma la vita in una partita a carte.

Il Tenco ha riavvolto il nastro con Ivan Graziani, primo artista a esibirsi nel 1974. Tommy e Filippo Graziani hanno omaggiato il papà con un set che ha unito due brani storici del cantautore rock, Pigro e Lugano addio, e due brani contenuti nell’ultimo album “Per gli amici”, La canzone dei marinai e La rabbia. Filippo Graziani, Targa Tenco per l’opera prima nel 2014, è forse l’unico in grado di interpretare le canzoni del padre. Per prossimità emotiva e vocale, perché non si limita a eseguire ma aggiunge il suo personale stile di chitarrista e cantante di una generazione differente. Chi era presente lo avrà percepito chiaramente nell’infuocata versione di Monna Lisa regalata al Dopo Tenco. A consegnare a Tommy e Filippo il premio SIAE – una targa con il primo deposito di Ivan Graziani, Oh, nostalgia – è stato Andrea Scanzi, ospite speciale dell’edizione chiamato anche come moderatore, in collaborazione con Paolo Talanca e Stefano Senardi, dell’incontro sui Premi e Festival dedicati alla canzone di qualità che si è tenuto nel pomeriggio del 17 ottobre, di cui parleremo più avanti.
Mimmo Locasciulli è arrivato al Tenco per la prima volta nel 1976. Stavolta è tornato con il figlio Matteo al contrabbasso e si è esibito con il Quartetto Pessoa, che ha suonato archi costruiti dai detenuti del carcere di Opera con i resti delle barche dei naufraghi grazie alla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti. La sua voce si è riempita di un’emozione pura, su cui ha anche scherzato su: «Sono passati 50 anni e ancora me la faccio sotto». Un set intimo e intenso, nato dalla «mestizia nel cuore» che Locasciulli si è sentito addosso dopo aver partecipato all’inaugurazione della Porta dei migranti di Lampedusa. Come brillavano i colori di quei dei sepolcri degli ultimi mentre accompagnavano il pianoforte del cantautore di Penne, a ricordarci di come scartiamo senza pesi le vite degli altri.
Come gridavano forte «Palestina libera» Umut Gultekini e Sena Erkoc del Grup Yorum, collettivo turco che conta diversi membri in prigione e che sta tentando di ricostruirsi in Germania. I due attivisti hanno consegnato il Premio Yorum (intitolato così proprio in onore del gruppo) a Parisa Nazzari del movimento ‘Donna, vita, libertà‘ che lo ha ritirato a distanza per Toomaj Salehi, rapper iraniano finito in carcere con l’accusa di corruzione sulla terra e quindi per aver espresso, nei suoi brani, il proprio dissenso nei confronti del regime. Insieme ai due attivisti e a Kento – che ha presentato una canzone dedicata proprio alla condizione di Salehi e si è lanciato in un’invettiva contro il rap modaiolo e privo di contenuti – era presente anche Francesca Bisiani, responsabile di Amnesty International Liguria. Dal 2020 Amnesty collabora con il Tenco per premiare chi, attraverso la musica, lotta per i diritti umani a costo della vita. Così come Jurij J. Ŝevĉuk, che aveva ricevuto il Premio Tenco alla carriera nel 2022 ma non aveva potuto ritirarlo perché in carcere a causa delle sue denunce contro la tirannia di Putin. Il rocker russo, accompagnato da un curioso traduttore (il figlio di un membro della band, per inciso), si è improvvisato in un siparietto sul proprio amore per la musica italiana citando Felicità. Non esattamente una canzone di casa al Tenco ma, alla fine, contava il messaggio e non tanto il risvolto un po’ folkloristico che lo ha accompagnato, compreso il rock anni Ottanta dei suoi DDT. È stata comunque una buona occasione per ricordare i premi a Bulat Okudžava nel 1985 e a Vladimir Vysockij (postumo) nel 1993.

Un anno dopo, nel 1994, sarebbe arrivato in Rassegna Edoardo Bennato, all’epoca già abbondantemente Edoardo Bennato. Il rocker di Bagnoli ha costruito un set roboante anche dal punto di vista coreografico. Sul palco insieme al chitarrista storico Giuseppe Scarpato (quest’anno sono 27 anni che suonano insieme) e a un quartetto d’archi, è partito da Vivaldi ed è arrivato a Mangiafuoco e a Il rock di Capitan Uncino. In mezzo, ha lasciato due messaggi semplici quanto decisivi: l’inutilità della guerra e la necessità del dubbio. Roba da cantautori puri.

Tale era Pierangelo Bertoli, giunto al Club nel 1977, uno anno dopo che la CGD di Piero Sugar aveva pubblicato Eppure soffia per merito e convinzione di Caterina Caselli, Premio Tenco Operatore Culturale in questa edizione 2024. La stessa che ha pubblicato l’ultimo album di Lucio Quarantotto, omaggiato con il disco Forty-Eight edito da Squilibri e cantato dal vivo alla Pigna da Wayne Scott. Undici canzoni tradotte in inglese compresa Con te partirò, di cui Quarantotto ha scritto il testo (mentre la musica, ricordiamo, porta la firma di Francesco Sartori). Quarantotto, il più noto degli sconosciuti. Scartato dalla sorte che gli ha destinato una vita complicata.

Locasciulli ha premiato Samuele Bersani, che al Tenco è arrivato nel 1991 con Il mostro e nessun album pubblicato. Era lo stesso anno in cui Amilcare Rambaldi realizzava il sogno di portare a Sanremo Charles Trenet. Locasciulli, invece, aveva partecipato all’edizione del 1986 in cui piombò all’Ariston l’orco di Pomona, Tom Waits. Generazioni diverse eppure così vicine per umanità, per coerenza artistica e anche per una sorta di insicurezza che non può che avvicinare i sentimenti del pubblico. Bersani – che durante il sound check aveva scherzato «in questo momento vorrei essere a Gabicce Mare» – ha ironizzato sul proprio look e sulla durata poco radiofonica dei suoi brani. Ha spiegato, in tono beffardo, di non essere tanto sicuro che le persone abbiano mai davvero capito il verso più famoso della sua canzone più famosa, quel «potrei ma non voglio» ribaltato in «vorrei ma non posso». Ha ricordato, durante il bis chiesto a gran voce dalla sala, di quando Dalla gli faceva suonare Il mostro nell’apice emotivo del concerto e lui si presentava «con tutta la sicumera dei vent’anni». Se a qualcuno non fosse ancora capitato di assistere a un suo concerto, si faccia un regalo. Bersani è in tour con un’orchestra.

Il Premio Tenco internazionale è andato a Teresa Parodi, mito della musica e della cultura argentina. Accompagnata dai nipoti, è arrivata in Italia per la prima volta grazie all’incontro con Tosca, tornata in Rassegna per festeggiare a dovere le due targhe Tenco ricevute nel 2020 per Morabeza e Ho amato tutto, cantata con l’autore Pietro Cantarelli al pianoforte. Un incontro che sarebbe tanto piaciuto a Sergio Bardotti, suggellato sul palco da una struggente versione bilingue di Io che amo solo te e da Como la cigarra di Maria Elena Walsh, un inno contro tutte le dittature cantato anche da Mercedes Sosa, omaggiata con una versione carnale di Gracias a la vida, cantata la sera precedente anche da Simona Molinari, Targa Tenco interprete proprio con un album dedicato alla Sosa (qui a destra nella foto).

Il Tenco ha rispolverato il Premio “Suoni della Canzone” per consegnarlo a Tullio De Piscopo, che con le sue percussioni ha impreziosito gli ultimi 50 anni di storia della musica. Il suo set è diventato subito una jam session in salsa partenope. E non poteva essere altrimenti. Che groove. E visto che parliamo di Premi assegnati dal Club Tenco “oltre” a quelli canonici e in qualche modo dati “alla carriera”, ricordiamo anche che da due anni, agli inizi di settembre, nella splendida baia di Lerici (SP) si celebra “Cantautorando”, una rassegna di tre giorni in cui viene assegnato il Premio al Miglior arrangiatore e produttore musicale, volto a suggellare un’attività fondamentale nella filiera della musica. Nella prima edizione, nel 2023, è stato assegnato a Mauro Pagani mentre quest’anno il riconoscimento è andato a Mauro Paoluzzi, straordinario personaggio che da ormai 50 anni segna in maniera indelebile la nostra canzone. E per farlo, il 6 settembre si è tenuto un grande concerto rievocativo con molti artisti-amici che con lui hanno collaborato, mettendo in scena oltre due ore di spettacolo con brani di Gianna Nannini, Roberto Vecchioni, Anna Oxa, Patty Pravo, Loredana Bertè, Mango, Bluvertigo, giusto per citare i più noti, senza dimenticare le sue ultime produzioni come quella con Arianna Antinori e il gruppo dei Deshedus. Piccolo appunto inteso come consiglio per le edizioni future. Un accenno a questa serata di Lerici e al conferimento del Premio a Paoluzzi, durante i tre giorni di Festival, forse, andava fatto. Anzi, togliamo il forse.

Ma tornando alle giornate sanremesi, il Premio Tenco 2024 si è consumato in un continuo e immenso intreccio temporale e generazionale, da Gianni Coscia a Irene Buselli, ultimo jolly pescato dal Tenco Ascolta. L’artista genovese scrive molto bene anche se, forse, il suo set è risultato troppo omogeneo a livello interpretativo. In mezzo c’è stato spazio per apprezzare l’altissimo valore musical-letterario delle canzoni di Paolo Benvegnù, Targa Tenco per il miglior album. Per assistere alla iper teatralità di Elisa Ridolfi, Targa Tenco per l’opera prima. Per volare nella west coast con Setak, Targa Tenco per l’album in dialetto. Nel suo album Assamanù il conterraneo di Locasciulli racconta la crisi che attraversa la sua generazione e riflette sull’importanza della memoria in una canzone (ne parleremo più avanti) incisa con un intermezzo di Simone Cristicchi, sul palco nella serata finale insieme ad Amara, dove hanno omaggiato Franco Battiato con L’ombra della luce, mescolandola a un mantra in aramaico. Un set senza dubbio elegante per gli arrangiamenti e per le armonizzazioni ma, a parere di chi scrive, eccessivamente enfatico soprattutto in relazione ai brani eseguiti, Abbi cura di me e Che sia benedetta. In ogni caso, il pubblico ha applaudito per due minuti. Garanzia relativa, ma da riportare per amor di cronaca.

Alla presentazione spumeggiante di Antonio Silva e ai suoi siparietti con il co-conduttore Francesco Centorame (qui nella foto i due tra Cristicchi e Amara) – dopo un primo impaccio il dialogo tra le due generazioni ha funzionato bene – si sono alternati i gustosi e coriacei intermezzi di Tricarico. Un requiem alla canzone d’autore che suona molto come un «viva la canzone d’autore», Vita tranquilla e la liberatoria Mi state tutti immensamente e profondamente sul cazzo.
Dopo il debutto in Rassegna del 2014, si è rivisto al Tenco Diodato, che ha ritirato la Targa per la miglior canzone. Il cantautore tarantino ha portato a casa con estrema classe e delicatezza il compito spinoso di cantare in apertura Lontano, lontano (vedi foto in apertura di articolo), offuscando per qualche minuto il ricordo di assordanti cadute a cui si è assistito in anni recenti. Diodato ha cantato Che vita meravigliosa, Un atto di rivoluzione e La mia terra, colonna sonora del film di Michele Riondino Palazzina Laf. Una canzone anche autocritica che ha come protagonisti uomini e donne destinati alla guerra per difendere una terra scartata e dimenticata dalla politica.
Nel primo numero del “Cantautore”, rivista a tiratura unica che da sempre accompagna la Rassegna, c’era un articolo intitolato “Canzone d’autore, oggi”, in cui Mario De Luigi riporta alcune dichiarazioni emerse in un convegno tenuto a Londra con alcuni dei più importanti discografici dell’epoca (parliamo quindi del 1974). A metà articolo, De Luigi disegna l’immagine del cantautore come artigiano antitetico al meccanismo industriale: «[…] la posizione del cantautore coincide con la vittoria dell’uomo sul sistema che tende a spersonalizzarlo».

Sono passati esattamente 50 anni e il giudizio su questa tipologia di artista si è prestata a mille interpretazioni (cantautore è chiunque scrive testi e musica delle canzoni che poi canta direttamente? oppure questo non basta e…). Cinquant’anni dopo siamo ancora qui a interrogarci sui modi e sulle forme con cui si può costruire e interpretare una canzone, sui motivi che spingono a farlo. Un (nuovo) tentativo di mettere un po’ di ordine in questo mondo è arrivato con il primo incontro nazionale delle rassegne e dei premi italiani di canzone d’autore e di qualità che si è svolto nella sede del Club Tenco il 17 ottobre, nel pomeriggio dedicato agli incontri. È stata l’occasione per ribadire la necessità di preservare la storia della canzone d’autore e per riprendere in mano una materia su cui, appunto, ci si interroga da 50 anni. Che cos’è la canzone d’autore oggi? Cosa è necessario o auspicabile fare per valorizzarla? Se nascesse un nuovo Guccini, oggi, ce ne accorgeremmo? Agli esiti di questo incontro ‘L’Isola che non c’era’ dedicherà un articolo, per cui il ragionamento proseguirà in altra sede. Per chi scrive, però, è importante riprendere qui uno spunto di Anna Graziani e Daniela Bonanni. I premi sulla canzone artigianale sono tutti intitolati a cantautori scomparsi: cosa fanno i cantautori in vita per la canzone d’autore?

Durante la presentazione del suo libro ‘Musica e parole. Breve storia della canzone d’autore in Italia’ (Carocci), Paolo Talanca, membro del Direttivo del Club, ha indicato quale dovrebbe essere, secondo lui, la direzione più urgente del Tenco: valorizzare la generazione che va dai 35 anni (ma potremmo anche dire 30) ai 45 anni. Quella generazione inesorabilmente scartata dal mazzo. Troppo giovane per entrare nella scia degli anni Zero, troppo matura per entrare nei gusti delle generazioni Z e Alfa inseguiti dalla discografia. Rimasta, di fatto, nel limbo.
Una generazione che quest’anno, al Tenco, è stata a suo modo protagonista. Irene Buselli, Giovanni Block – che era passato al Tenco nel 2007 – Piji, che era stato in Rassegna nel 2009. È soprattutto grazie a loro se, dopo qualche anno di stanchezza, il Dopo Tenco è tornato ad animarsi fino a tarda notte, coinvolgendo anche gli ospiti più navigati. Chi scrive aggiunge una postilla. Forse lo stesso discorso potrebbe valere, oltre che per gli artisti, anche per gli addetti ai lavori e per il mondo della critica musicale, quel sottobosco da cui si attinge per formare le giurie dei premi e la stessa giuria che assegna le Targhe Tenco. Bisognerebbe forse evitare il più possibile di cadere nell’elitarismo e generare davvero l’incontro. Perseguire concretamente l’assioma posto come sottotitolo del Cantastaino: «l’incontro è l’arte della vita». In questo spunto critico (ma non giudizioso, sia chiaro) ci sentiamo di includere anche la farraginosa e strana gestione dell’accesso alle cene del Dopo Tenco, autentico grimaldello del “covo” magico della canzone “diversa”. Senza rubare troppo spazio a chi si occuperà, per L’Isola, di riflettere su quanto è emerso dal convegno di quest’anno, la sintesi la fanno, come sempre, le canzoni. Una è Figli della storia di Setak. «Siamo figli della storia, di quello che ci resta ma non c’è»: la memoria e le radici storiche e culturali sono la linfa su cui ricostruire un presente di rovine e costruire un futuro che non sia di macerie. È necessario preservare ciò che è stato, certo. È determinante, forse, sacrificare un po’ del «procedere incerto» di chi ci ha preceduto per andare incontro alla nuova fruizione della musica. L’altra è Non si uccidono così anche i cavalli di Piji, che ne ha regalato una versione molto sentita proprio in chiusura della presentazione del libro di Talanca. Il brano descrive proprio il rodeo del mercato che ha maltrattato un’intera generazione: «ci stanno cambiando, ci stanno piegando, ci stanno sprecando, ci stanno spezzando, ci stanno fregando coi canti e coi balli».
In quel primo numero del “Cantautore”, in prima pagina c’è scritto «Vedremo, dopo i primi quattro giorni se questa rassegna è viva e vitale». Era l’estate del 1974 (qui sotto la locandina di quella prima edizione). Sono passati 50 anni e, al netto di critiche e gusti, non è fantasioso ammettere che sì, il Premio Tenco è vivo e vitale. L’edizione 2024 ne è stata forse la conferma più vistosa degli ultimi anni.
Un grazie speciale ai fotografi (Manuel Garibaldi, Giuseppe Verrini, Raffaella Vismara, Mauro Vigorosi) da cui abbiamo attinto scatti ed emozioni.

Club Tenco
Teatro Ariston, Sanremo
