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Si intitola Arbure femina (albero femmina) il primo disco della cantautrice sarda Ilenia Romano. Un lavoro difficile – grazie a dio – da etichettare, perché continuamente in bilico tra sperimentazioni elettroniche e recupero della tradizione. Un elettro-pop in più punti ipnotico e affascinante, che dimostra quanta buona musica ancora giri nel panorama discografico italiano.

Tutto il disco può essere interpretato come un viaggio; viaggio reale per mare (ma anche in automobile), ma anche viaggio ovviamente metaforico (quello all’interno della nostra anima). Non c’è dubbio, comunque, che la vera protagonista del disco è la Natura (in particolare il mare e gli alberi). Intesa come la forza primogenita. E la sola lingua che può rendere conto di tale forza vitale, non può che essere la lingua madre, in questo caso il gallurese (uno dei quattro grandi dialetti parlati in Sardegna).

Nell’introduttiva Innoiu troviamo già in nuce tutto il mood musicale e testuale del disco. Un brano (quasi) a cappella dove la voce, “sporcata” dall’elettronica e con un tenue sottofondo di percussioni, ci accompagna ad entrare in un mondo dove la riscoperta del nostro passato – anche grazie all’invocazione agli angeli – deve far sorgere qualcosa di nuovo. Il rumore delle foglie (Fodzas) degli alberi che cadono si tramutano, grazie alla forza dei synth, nel suono di armi da fuoco. Ci sono macerie, ma è (anche) da qui che può sorgere quel qualcosa di nuovo, di cui si diceva. Il brano – come quasi tutti quelli del disco –  si configura come una sorta di invocazione-preghiera: “Narami, inue ses cando non ses sulende? Addorojare foras chi morrere/ Finz’a chi pois siat intr’e a nois/ un esodo ‘e ammentos” (“dimmi, dove sei quando non stai soffiando? / gridare di dolore fuorché morire / fino a che sia dentro di noi un esodo di ricordi”). Sono primidiu, grazie all’affascinante coro e al gioco delle percussioni (e dei vari suoni disseminati lungo tutta la traccia) sembra uscire da qualche tribù africana. Una sorta di danza festosa e accogliente, un abbraccio in musica che riempie il cuore. Di colpo tutto muta con la successiva Isfera Anninìa, dove la musica volutamente lascia spazio alla voce di Ilenia Romano, in una sorta di inno alla luna. Là dove prima tutto era luce, ora d’improvviso siamo accolti dal buio della notte. Ma ancora una volta il ritornello ci abbraccia, ci blandisce, ci conforta. Non c’è nulla da temere, perché la luna sa essere consolatoria e benevola, ricordandoci come anche i nostri affanni (e le nostre passioni) alla fine sono illusori, come d’altronde sapeva bene un certo Giacomo Leopardi: “Istella, istella mia/ faghedi giogolu/ Istella, Istella mia/ ettami un’ idea/ Isfera Anninnìa…./ Biaitta notte, notte goi/ Totu est illusoriu innoe” (“Oh.. Ninna Ninna sfera../ Stella , stella mia, fatti come culla; Stella, stella mia, mandami un’idea / Notte blu, notte così. / Tutto qui è illusorio”).
Siamo ormai catapultati nel mondo della natura. In questo caso nel mare della Sardegna che diventa emblema stesso del Mare. Ma, forse un po’ a sorpresa, il contatto con gli elementi primordiali non ci riporta a suoni veri. Jog@, infatti, è un trionfo di elettronica, dove si racconta in maniera ironica la storia d’amore tra una nereide (le divinità marine) e un uomo.

Altro cambio di scena. Dall’ironia e il sorriso, alla tristezza, alla malinconia. Antiga anima è una struggente ballata che riflette sull’oscurità del nostro Io, della nostra anima, appunto. Ma anche la nostra anima è qualcosa di primordiale, non nasce con noi. Esiste da sempre. Giusto che a ricordarcelo, siano quindi gli angeli della terra invocati: “Oh Anima…/ ses un’ antiga anima/ in custa terra” (“Oh Anima, sei un’antica anima in questa terra”).

Dopo essere entrata in contatto con la natura primordiale e con la propria anima, il viaggio è giunto al punto apicale: riconoscersi parte di un percorso umano che giunge da lontanissimo. Dare conto, insomma, delle proprie antenate. Il brano si apre a cappella ed è una trovata bellissima, perché si ha l’esatta impressione di Ilenia che da sola entra, dopo tanto tempo, nel cortile dove la bisnonna – nel dopoguerra – cuciva e si procurava da vivere. Nel cortile è cresciuto un albero di limoni (e qui ad essere contento sarebbe Montale). Si crea così una sorta di cortocircuito. L’albero è emblema stesso della vita, le radici sono le profondità della nostra anima e il mondo da cui veniamo, quello da cui traiamo sostentamento; i rami sono il naturale divenire di quella storia. L’albero, quindi, non può che essere “femmina”, perché è dalla femmina che nasce la vita: “Arbore femina,/ illierados totus innoe/ Nados antis, nados pois/ chie si faghet’ s’ ind’ abbizat’” (“Albero femmina, partoriti tutti qui. Nati prima, nati poi. Chi diventa adulto se ne rende conto). Bellissimo è poi l’inserto vocale a metà del brano di Peppina Soro, nonna della cantautrice. Il viaggio riprende nella successiva Maredeu e non può che essere un viaggio per mare. Una sorta di preghiera rivolta direttamente al grande Dio Mare. E forse non a caso, d’altronde, in molte lingue (come il genovese) il termine “mare” si pronuncia nello stesso modo di “madre”.
Arbore feminaCome detto all’inizio, ci sono tanti modi di viaggiare. Lo si può fare ovviamente anche in automobile. Anche in questo caso, però a trionfare – e perché no a spaventare – è l’acqua, perché il viaggio è funestato da un furioso temporale, che però ha la capacità – per chi lo sa vedere, quanto meno – di aprire squarci a una possibile comprensione dell’essenza del reale. E non a caso il disco prende il titolo dall’espressione latina Hic et nunc, perché l’epifania non può che avvenire nel qui e ora.
Il tono ritorna decisamente più spensierato, in Andìra a una resta ebbìa, un’allegra ballata in cui si racconta di un toro zodiacale che abbandona per un attimo il cielo per concedersi una giornata nella calda spiaggia sarda. Se, come più volte detto, tutto il disco rappresenta un viaggio, tale viaggio non può che concludersi con una barca che approda alla “sponda propizia”. È tempo di ritornare, ma non c’è fretta, perché è comunque salutare lasciarsi cullare ancora un poco dalle “onde annoiate”. Recuida è un altro brano bellissimo, rapsodico, in cui più suoni sembrano cullarci, farci chiudere gli occhi e assaporare quel mare.

Un disco, insomma, da ascoltare più volte, che incanta anche al prezioso lavoro in sede di registrazione dei tanti, ottimi, musicisti coinvolti (tra gli altri Vincenzo Zitello agli archi e alle arpe e Marco Fadda alle batterie e percussioni), sapientemente guidati dalla mano di Christian Marras a cui è affidato l’arrangiamento (insieme alla Romano) e la produzione artistica.

Artista:
Ilenia Romano
Etichetta:
Moonlight Records
Elenco Tracce:
01. NIUNU
02. FODZAS
03. SONU PRIMIDIU
04. ISFERA ANNINNÌA
05. JOG@
06. ANTIGA ANIMA
07. ARBORE FEMINA
08. MAREDEU
09. HIC ET NUNC
10. ANDÌRA A UNA RESTA EBBÌA
11. RECUÌDA
Produzione Artistica:
Christian Marras
Musicisti:
ILENIA ROMANO: VOCALS, PIANO, SYNTH - VINCENZO ZITELLO: HARPS, STRINGS - MARCO FADDA: DRUMS, PERCUSSIONS - CHRISTIAN MARRAS: CHAPMAN STICK, LOOP AND PROGRAMMING, SYNTH - ADRIANO ARENA: ACOUSTIC GUITAR IN “MAREDEU”
Anno di Uscita:
2024
Durata:
47:00

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