Il polistrumentista romano, prossimo agli 80, in un poker di cd che ne illustrano oltre mezzo secolo di musica. E tutto il resto…

Il prossimo 25 marzo compirà ottant’anni, e per questo il compositore e polistrumentista romano (ma veneto di nascita) Roberto Laneri (foto qui sopra) ci ha fatto pervenire una serie di suoi recenti cd, che dunque con grande piacere (e quasi dovere…) ci apprestiamo a illustrare. In ordine di anzianità, per date di incisione, il primo è Songs of Middle Space (Da Vinci), che raccoglie una serie di brani (tredici) registrati a partire dal 1972, avvalendosi, nei vari contesti, di un gruppo di vocaliste e strumentisti fra cui citiamo almeno Giuppi Paone, Arrigo Cappelletti, Daniele Patumi e Giancarlo Schiaffini, col padrone di casa che si produce su clarinetti, sassofoni e “attrezzi” vari (anche elettronici). Il risultato è un insieme del tutto omogeneo nella sua diversificazione, perché l’unitarietà gli è data dalla mente che sovrintende il totale, in un magma sonoro generalmente tranquillo, a tratti quasi olimpico, solo in parte jazzistico, perché ben più composita è la pelle di Laneri. Una musica, per dirla tutta, di un tipo molto particolare, originale, a cui forse non vi siete mai accostati, per cui è assolutamente il caso di farlo.
Cronologicamente più compatto (incisioni comprese fra 2014 e 2018) è South of No Border (Black Sweat), sempre con Laneri a tutti i suoi attrezzi, solo (ma largamente sovrainciso) o con ospiti vari in singoli brani, voce, chitarra, ecc. I colori sono più chiari, l’eloquio più pulito, diretto, lungo sei brani di assoluta bellezza e forza evocativa, laddove più nebuloso, ovattato, sabbioso, appare Winterträume (Da Vinci), inciso in un lasso di tempo di qualche anno entro la sua data di uscita (2023) e ancora solitario e in overdubbing, con quattro voci femminili aggiunte in cinque degli undici brani totali.
Di natura totalmente diversa è infine Magister Perotinus meets the Jedi Masters (Black Sweat), interamente dedicato com’è al canto armonico, che è un po’ l’altra faccia (una delle altre) di Laneri, che l’ha abbracciato a partire dal 1972, curiosamente l’anno da cui partono le incisioni raccolte in “Songs of Middle Space”. Il canto armonico (o difonico) è una tecnica che sfrutta gli armonici naturali della voce che si creano nella cavità orale, in modo tale che un unico performer può emettere più note/suoni simultaneamente. Laneri è uno dei riconosciuti maestri di questa tecnica, fortemente connessa a una spiritualità di stampo orientale, e ce ne fornisce qui un’eloquente dimostrazione lungo tre ampie pagine create ad hoc.
Nel corso di ben oltre mezzo secolo di attività, Laneri si è ovviamente interfacciato con numerosi musicisti delle più varie aree stilistico-espressive, spesso voraci ed eterodiretti come lui. Uno di questi, già citato, è il trombonista (ma non solo) Giancarlo Schiaffini, anni ottantatré, che in Deconstructing Ayler in the Universe (Dodicilune) dialoga col vibrafono (e altro) di Sergio Armaroli in un quanto mai inusuale omaggio alla musica di Albert Ayler, uno degli eroi del free jazz, scomparso in circostanze mai del tutto chiarite a soli trentaquattro anni nel 1970. Ciò che là era fuoco e passione (ma anche lirismo) qui trova una lettura ovviamente più asciutta, concettuale, pur nel totale rispetto delle istanze che vi hanno dato origine (a partire da una pur quintessenziata festosità).
Ancora un vibrafono (più marimba e litofono), qui nelle mani di Nazareno Caputo, e ancora un duo (col sax alto di Tobia Bondesan) sono protagonisti di The Hidden Idea (Barly), dieci brani originali di tono pacato, quasi compassato (non senza qualche episodica impennata, peraltro), che generano una sorta di lungo tracciato in più tappe la cui omogeneità, concettuale ed espositiva, sfocia in una coerenza e una pervicacia a tratti quasi crudeli.

Un’abbastanza puntuale correlazione sia con l’opera di Laneri (la vocalità, specie al femminile) che con l’omaggio ayleriano possiede poi Uncaged Bird (Dodicilune) della cantante (quindi la voce) barese Lisa Manosperti, dedicato (quindi l’omaggio) al repertorio di Abbey Lincoln, altra figura di punta del jazz degli anni Sessanta (fra 1962 e 1970, proprio l’anno della morte di Ayler, moglie di Max Roach). Il contesto, per la verità, pur nell’illustre consesso (Ottaviano/Petrin/Bolognesi/Calcagnile), è qui fin troppo prudente e rilassato per rimandare adeguatamente a quegli anni di lotta senza quartiere, laddove un altro cd Dodicilune, Fluet, cofirmato da Marta Gadaleta, voce, oggetti ed elettronica, Gianni Vancheri, chitarra, clarinetto basso e lui pure elettronica, ed Ettore Fioravanti, batteria e percussioni, sfoggia invece appetiti sperimentali ben riconoscibili, attraverso undici pezzi originali che disegnano un perimetro poetico-espressivo di sicuro interesse e felicità creativa.
Lo stesso non vale per Respiro (Belfagor), in cui la chitarra e la voce del lucano Joe Pisto incrociano la fisarmonica del bresciano Fausto Beccalossi lungo otto brani di fin troppo larga, accogliente cantabilità, pur nel segno di un’ammirevole coerenza d’intenti che nel trittico finale fa pure registrare una certa lievitazione qualitativa globale. Sempre una fisarmonica, per chiudere, occupa il centro della scena in Badawi (Soundfly) di Carmine Ioanna (foto sopra), uno dei più interessanti specialisti dello strumento apparsi sulle scene in anni recenti (neanche così pochi, peraltro). Ponendosi alla testa di un sestetto di taglio cameristico, Ioanna vi insuffla una musica ispirata, sottilmente danzante (a tratti anche piuttosto esplicitamente, in realtà), luminosa pur senza eccessi, evocativa e fragrante. Il disco della maturità, verrebbe da dire, per il quarantenne fisarmonicista irpino (giusto la metà degli anni di Laneri, già).
