In un momento buio come questo, sempre più cosparso di “sabbie mobili che tirano giù” (come direbbe il Maestro di Milo), è importante riconoscere qualche àncora, qualche riparo in un fermarsi a ragionare. La musica può aiutare? Direi poco o nulla. Ho detto “poco”, appunto, non nulla.
Ci sono dischi, ad esempio, che sono lì a portata di mano, lavori che lasciano il segno in chi fa’ quel piccolo, grande, sforzo che si chiama ascolto.
Uno di questi è il nuovo album di Michele Gazich.
Luca Barachetti, scrittore e acuto operatore culturale, ci aiuta a conoscerlo meglio, a coglierne l’essenza profonda e ristoratrice.
(Francesco Paracchini)
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La recensione di Federico Guglielmi sul numero di ‘Blow Up’ di questo mese credo inquadri in modo bello e assai centrato, con la brevità che si deve a una recensione su carta, “solo i miracoli hanno un senso stanotte in questa trincea” di Michele Gazich, così come quella di Rosario Pantaleo sugli spazi multimediali de ‘L’Isola che non c’era’.
Non vale scriverne un’altra.
E forse non vale neanche scrivere ciò che sto scrivendo, perché potrebbe essere completamente o parzialmente inesatto; tuttavia lo faccio, perché dal momento che un disco viene pubblicato è di tutti – e tutti ci riconoscono i significati che vogliono, secondo il proprio bagaglio di vita – e, inoltre, il disco in questione è bello, bellissimo, forse il migliore ad oggi dell’amico Michele.

Quindi cercherò di dare una chiave di lettura, non necessariamente compiuta non essendo l’opera un concept-album, ma formata da spunti che in qualche modo si guardano, si rincorrono e determinano, almeno nella mia persona, un significato importante: per me, per me nel mondo, per il mondo e se volete anche per voi. Un significato fortemente politico (s’intende questa parola in un’accezione nobile, immaginifica, resistente). E soprattutto un significato vitale, profondamente volto all’umano (e decisamente contro l’inumano), e quindi per questo anche tragico, denso di crepature, che però sono buchi in cui mettere gli occhi, le mani, per vedere cosa c’è nel più assoluto Altrove.
Solo apparentemente e superficialmente “solo i miracoli hanno un senso stanotte in questa trincea” è un disco negativo, sconfortato. È un disco a volte malinconico (ma di una malinconia feconda), a volte gioioso, a volte doloroso, a volte arrabbiato, a volte trepidante. Ma non negativo.
Cominciamo.
Il fuoco. Due canzoni di “solo i miracoli hanno un senso stanotte in questa trincea” accolgono il fuoco e ne sono infuocate. Il fuoco – come ho già detto tante volte a lui, scritte altrettante e ripetute a voce a chi mi chiedeva – è il fuoco che brucia l’albero Michele Gazich. Per me Michele sarà sempre un albero infiammato che scalda e brucia. Si consumerà? Come tutti. Si consumeranno meno – io credo – le sue canzoni. Ci sono tanti motivi per cui una canzone rimane e un’altra no (la storia della musica è piena di capolavori sconosciuti); io spero vivamente che quelle di Michele rimarranno.
Segno di trasformazione eracliteo (Michele non è eracliteo, a me l’Oscuro ha dato una buona mano), il fuoco è trasformazione imperitura, cambiamento e rivolta della materia nella materia e dello spirito nello spirito: chiude “perché goethe è partito per l’oriente?” con questi splendidi versi “e voli, voli / verso la fiamma / e bruci, bruci / farfalla, falìa, favilla”. Se “bruci, bruci” mi riporta alla mente il “Burning burning burning burning” di Eliot ne ‘La terra desolata’, le tre parole finali puntellano il disco in suggestioni che torneranno: possiamo essere fragili farfalle che favillano nella notte di questa trincea. Senza essere esplicito, ma come per incantamento, i versi finali della canzone suggeriscono che siamo tutti fragili, ma possiamo bruciare, poco come un “falìa / favilla”, e poco scaldare, e poco illuminare. Ma possiamo. Siamo poco. Ma possiamo.
“il solo atto di respirare ci unisce a tutti gli esseri che hanno vissuto nel globo. inaliamo ancora milioni di nuclei di atomi levatisi in fumo durante il supplizio di giovanna d’arco nel 1431”. Sono le parole di Trihn Xuan Thuan, fra i maggiori astrofisici del pianeta che sigillano in “sanguedolce”, dedicata a giovanna d’arco: “mi faccio un nido nel tuo respiro”, facciamo un nido nel respiro dell’Altro. Siamo tutti uniti, interdipendenti (qui c’è un qualcosa dell’ultima Donna Haraway), fragili farfalle e se vogliamo faville, in questa tenebra.

La resa. Lo dico subito: è fra le più belle canzoni che Michele ha scritto. E fra le più politiche. Cantare, nel tempo della prestazione a ogni costo, del denaro come solo generatore di valori, del potere e del successo, parole come “possa il vento del nord / trattenere il tuo respiro / è così lento ad aprirsi un fiore / puoi arrenderti ancora / o per la prima volta” è affermare radicalmente che arrendersi all’amore, alla cura, alla gentilezza, alla lievità (come lieve è l’aprirsi di un fiore), ma anche al dolore (“heiligenstadt” è una canzone di tremendo dolore), alla malattia e alla morte (non la morte fisica, a cui non serve arrendersi, ma quel “come Giona non morire / quando muori non morire” di “Come Giona”, cioè la-morte-in-vita) è allargare le braccia e i palmi delle mani alla vita e ai suoi accadimenti, del tutto simili a farfalle, come loro fragili, come loro faville.
Non c’è nulla di più contro nel nostro presente: arrendersi ancora, o farlo per la prima volta – ve lo dico per esperienza – è a suo modo bellissimo (non ci si arriva subito a capire che è bellissimo, ma lo è), ed è anche davvero l’unica cosa che possiamo fare.
“ti offenderesti se qualcuno ti chiamasse un tentativo”. Fin dai primi ascolti la rilettura di “Oceano” mi ha colpito: Michele e Giovanna sono riusciti a mantenere l’atmosfera di dolce incantamento del brano, ma farlo loro. Nonostante ciò, la questione che voglio porre qui è un’altra. Fin dai primi ascolti del disco a me è sembrato che il verso “ti offenderesti se qualcuno ti chiamasse un tentativo” fosse centrale nell’architettura del disco. Intendo centrale non solo in senso qualificativo, cioè importante. Ma proprio centrale fra il numero totale di versi (spazi compresi: 196) e difatti “ti offenderesti se qualcuno ti chiamasse un tentativo” è il 109, mentre la metà precisa di 196 è 98. È sbagliato di poco.
Premetto che non faccio mai questo tipo di conteggi quando ascolto un disco, ma qui sentivo che era così. Soprattutto perché “ti offenderesti se qualcuno ti chiamasse un tentativo” è un verso fondamentale del disco; anzi, di più: è un verso fondamentale rispetto al vivere moderno. Ed è anche una bella domanda: ti offenderesti se qualcuno ti chiamasse un tentativo?
Siamo tentativi, esseri di natura stentorei, accomunati dalla stessa fragilità lepidottera e dallo stesso svanire di favilla dal fuoco. Siamo vicini a quello che il filoso inglese Timothy Morton chiama “iposoggetti”, una condizione necessaria per la sopravvivenza del pianeta, della società umana, del vivente tutto (di cui condividiamo il respiro e la fine): gli iposoggetti “non cercano né pretendono conoscenza, linguaggio e men che meno potere che siano assoluti. Si accontentano di giocare, di prendersi cura, di adattarsi, di farsi male, di ridere”. Gli iposoggetti sono le donne e gli uomini che possono arrendersi ancora, o per la prima volta. In una simmetria imperfetta tutto ciò si rispecchia in quel “posso ancora contarmi fra i vivi?” della splendida “la torre di hölderlin” e anche nella musica di “heiligenstadt”, ispirata a “Black Swan” di Bert Jansch, il cigno nero, la morte, la nostra condizione di farfalle faville.

“solo i miracoli hanno un senso stanotte in questa trincea”. E qui veniamo al titolo, che nomina anche l’ultima canzone del disco. Va analizzato in parti, perché ha una fortissima densità di significato, che ricopre il nucleo di una domanda: cosa sono i miracoli oggi? Una domanda a cui chi crede dovrebbe sapere rispondere, ma è anche una domanda a chi – come me – non crede e quindi deve dare forse la risposta più difficile.
“solo” non prevede alternativa. Non è “anche”, stabilisce una divisione assoluta. O questo o niente. Su “miracoli” ci torniamo dopo. “hanno un senso”: la parola “senso” è una delle parole più orfane dell’occidente devitalizzato, in decadenza; annichilito dal neo-liberismo tecnicista il cui unico senso è una folle direzione a più infinito; debitamente svuotato dal neo-liberismo stesso, che lo ha reso di difficile pratica, le domande “che senso ha la mia vita?”, “che senso hanno le nostre vite?” sono quelle che ci facciamo di meno. Non è nichilismo è l’ideologia dominante, l’aria che respiriamo.
“stanotte”: è il tempo in cui viviamo, buio, dove non riusciamo più ad abitare neanche la nostra ombra (ma ricordiamoci che siamo faville-farfalle). “in questa trincea”: è una parola dura “trincea” in questo tempo di guerra, è provocatoria, mette il dubbio circa la parte in cui siamo seduti; eppure è questo. C’è una trincea perché c’è una battaglia: dell’amore contro il denaro, della cura contro il profitto, dell’umano contro l’inumano (e potremmo continuare).
Con un riallaccio vibrante tutto il suo percorso artistico, Michele rimisura la “Guerra civile” che non manca quasi mai nei suoi concerti – ma manca nei concerti di questo disco, del resto c’è “solo i miracoli hanno un senso stanotte in questa trincea”. Dunque, i “miracoli”? Siamo farfalle, faville, fragili, arrese: possiamo illuminare inermi il buio che abitiamo; possiamo scaldare fragili il freddo che ci attornia. Siamo debolmente forti e abbiamo la possibilità di sfavillare sfarfallare immaginando l’inimmaginabile, pensando l’impensabile, dicendo l’indicibile. Ognuno con la propria farfallità, favillità, vigorosa arrendevolezza, stentoreità imprevedibile, possiamo fare uno sforzo di radicale Alterità, che apra radure oltre il bosco nero dell’oggi.
Come scrive Michele nella favola che apre il libretto del disco: egli “non cercava acqua per dissetarsi: egli cercava la sete”. Dobbiamo avere sete.

Due note a margine. In questo scritto non ho parlato quasi mai della musica di “solo i miracoli hanno un senso stanotte in questa trincea”. Non l’ho fatto perché non credo di potere dare un’opinione sul lavoro fatto da Michele e Giovanna, cioè unire la canzone d’autore con il classicismo viennese e il primo romanticismo tedesco. Il risultato è bellissimo, nelle linee melodiche, nelle architetture di suoni e silenzi, nei dialoghi vocali (nella registrazione, che su cd è un vero godimento); lo è in certe ballate difficilmente superabili in quanto a scrittura (su tutte “alice nel paese di chagall”); lo è in quell’omaggio a Paolo Finzi per cui è difficile non commuoversi; lo è nell’apporto livido, melanconico ma evocativo (senza essere ruffiano) di quella rocker maudit che è Giovanna Famulari.

Altra cosa: il fatto che Michele ci abbia messo 15 anni a realizzare “solo i miracoli hanno un senso stanotte in questa trincea” e il risultato sia questo è una cosa che a me personalmente dà le vertigini (e dovrebbe darle a molti che praticano le più differenti arti oggi). Perché in questi quindici anni ha pubblicato, due live esclusi, sette dischi e un ep in un crescendo qualitativo sotto ogni punto di vista (capacità interpretativa in primis). Quindi, usando una metafora, potremmo vedere “solo i miracoli hanno un senso stanotte in questa trincea” come una specie di fiume carsico sotterraneo che di tanto in tanto ha rilasciato una pólla d’acqua sempre migliore, fino a sgorgare magnificamente in quest’ultima opera. Si tratta di uno stato di grazia in crescita continua che pochissimi (li contiamo davvero sulle dita di una mano) in questo momento in Italia possono permettersi.
Ho detto tutto quello che avevo da dire, ma penso che di un disco così ci sia ancora tantissimo da notare, collegare, fare emergere. Ascoltatelo “solo i miracoli hanno un senso stanotte in questa trincea”: è un breviario di umana sommossa al nostro tempo; è ciò di cui abbiamo bisogno in questo tempo brutto, ma che – vedasi queste nove canzoni – non ci ha ancora sconfitto. Proprio no.

Foto tratte dai canali ufficiali dell’artista
Michele Gazich
