Finisce con un’ovazione lo spettacolo che Aldo e Armanda De Scalzi hanno messo in scena venerdì 28 marzo presso il Teatro Govi di Genova, Scalzi de Vittorio. Un concerto-recital che è certo un omaggio nei confronti del grande Vittorio De Scalzi, ma non solo. Perché il testo, splendidamente scritto da Simone Meneghelli, si configura come una sorta di piccolo romanzo di formazione in cui l’elaborazione del lutto – un po’ come era successo anche con Questa meravigliosa vita di artisti di Gian Piero Alloisio – è pure occasione per riavvolgere il nastro della propria esperienza umana e artistica; il racconto del tentativo (riuscito) di emanciparsi da quella figura di fratello e padre grandissima e proprio per questo anche “ingombrante”, soprattutto quando poi si intraprende la stessa strada artistica.
E proprio come un romanzo di formazione, lo spettacolo segue i binari del racconto cronologico. Normale, quindi, che nella prima parte a parlare sia soprattutto Aldo, mentre nella seconda la voce narrante è principalmente quella di Armanda.

(Armanda e Aldo De Scalzi)
Il racconto non può che partire da un luogo preciso: il ristorante-albergo “Da Gianni” a Sturla, che negli anni 60, 70 e 80 è stato punto di ritrovo di tutta la città. Si può dire che non ci sia, quasi, famiglia genovese che lì non abbia festeggiato battesimo, comunione o matrimonio. L’idea di rilevare un albergo e poi farlo diventare anche ristorante è di Gianni De Scalzi che per anni è stato uno dei più importanti imprenditori nel mondo della ristorazione a Genova. Ma “Da Gianni” bazzicano anche molti nomi dello spettacolo, come i fratelli Reverberi, Tenco, De André, Paoli e poi molti produttori discografici. Gianni si caratterizza, oltre che per le innate capacità imprenditoriali, anche per un altro aspetto. In un’epoca in cui avere un figlio cantautore era avvertito quasi come una disgrazia – tanto che perfino Tenco, Lauzi e De André nei primi anni non utilizzeranno il loro cognome -, Gianni non solo intuisce immediatamente le grandi qualità artistiche del figlio, Vittorio, ma farà di tutto per fargli ottenere i contatti giusti nel mondo discografico. Poi, chiaro, si possono avere tutti gli agganci del mondo, ma se non hai talento fai ben poca strada. E Vittorio di talento ne ha da vendere.
Dopo aver costituito il primo gruppo, I Trolls, con Pino Scarpettini, mette su una nuova band, “ingaggiando” tutti i migliori giovani musicisti della scena cittadina: il bassista Giorgio D’Adamo da I Terremoti, il batterista Gianni Belleno dai Jets (in cui militavano anche Franco Gatti e Angelo Sotgiu che daranno poi vita ai Ricchi e poveri) e il chitarrista Nico Di Paolo dai Bats. Completa la squadra, Mauro Chiarugi alle tastiere. Insomma, nel 1967 sono nati i New Trolls. Passa appena un anno e il gruppo pubblica quello che diventerà uno dei dischi più importanti dell’intera discografia italiana, Senza orario e senza bandiera, col fondamentale contributo di Riccardo Mannerini e Fabrizio De André per i testi e di Gian Piero Reverberi per gli arrangiamenti. Sono anni di incredibili successi, di concerti in giro per tutta l’Italia. Visti e raccontati – nello spettacolo – attraverso gli occhi del piccolo Aldo (tra i due fratelli passano 8 anni), che vede tornare alle ore più impensate (per lui ragazzino) questo fratello maggiore già mito e che sente i suoi incredibili racconti (“Anche se oggi ho il sospetto che per la metà fossero palle”).
Lo spettacolo alterna perfettamente monologhi a parti musicali. Logico, quindi, che che si parta, musicalmente, con due pezzi tratti dal primo 33 giri del gruppo: Ho veduto e Signore, io sono Irish e con un omaggio a De André (Fiume Sand Creek, in una splendida versione con tanto di cornamusa). Sul palco Aldo e Armanda sono accompagnati da una band, strepitosa, che comprende alcuni dei più importanti musicisti genovesi: Luca Cresta alle tastiere e fisarmonica, Edmondo Romano ai fiati, Dado Sezzi alle percussioni, Massimo Trigona al basso e Andrea Maddalone alle chitarre.

(Aldo De Scalzi)
Finito il primo inserto musicale (che vede alla voce una splendida Armanda De Scalzi), il racconto prosegue. Crescendo, Aldo non può che anche lui essere attratto da quel mondo magico che è la musica. Nei primi anni Settanta lui, papà Gianni e Vittorio fondano lo Studio G, uno studio di registrazione che diventa una sorta di luogo fiabesco, dove Aldo può non solo imparare a suonare, ma anche apprendere i primi rudimenti del mixaggio. È qui che registrerà i suoi primi dischi, con la band dei Picchio dal pozzo.
Siamo, così, arrivati agli anni Ottanta. Aldo incomincia a suonare e improvvisare sempre più spesso con i New Trolls. Ed è in una di queste session che nasce Faccia di cane – di cui è coautore – che il gruppo porterà a Sanremo (“Ovviamente arrivammo ultimi”). Di fatto, però, già dalla fine degli anni Settanta, Aldo è a tutti gli effetti un componente della band, suonando nel fortunato tour con Ornella Vanoni. Peccato che non abbia firmato nessun contratto, per cui improvvisamente – senza che fosse avvertito da Vittorio – scopre che alla fine degli anni Ottanta i New Trolls stanno registrando un nuovo album senza di lui. È un colpo durissimo, “Perché così come non si firma un contratto per far parte di una band, non si firma un contratto per essere fratelli”. È un momento difficile per Aldo che si sente “tradito” da Vittorio e incomincia a chiedersi cosa vorrà fare davvero da grande. Ed è un momento importante anche dello spettacolo, perché da una parte permette di evitare “l’effetto agiografia”, mostrando anche le ombre di Vittorio e dall’altra è il preludio alla seconda parte del recital, quella in cui Aldo racconterà anche la sua seconda parte di vita, quella della collaborazione con Pivio (che ancora oggi molti credono suo fratello). I due formeranno una straordinaria coppia artistica che nel giro di pochi anni – a cominciare da Bagno turco di Ozpetek del 1997 – si affermerà come una straordinaria macchina di bellissime colonne sonore (vincendo anche tre David di Donatello, due Nastri d’argento e due Globi d’oro). Proprio Pivio interverrà in video, nello spettacolo, in uno spassoso intervento, finto battibecco (“Ma come, parli di cinema e nemmeno mi chiami?”).
È tempo, però, che i due fratelli si riavvicinino. Vittorio vuole Aldo accanto a sé per il suo nuovo progetto dialettale. I due si chiudono per diverse settimane in uno stabilimento balneare genovese precluso al pubblico in inverno. Sono momenti intensi, scambi di idee musicali, condivisioni di esperienze e di sentimenti umani. Ne uscirà fuori un disco meraviglioso: “Mandilli”.

(Romano, Cresta, Aldo De Scalzi, Maddalone, Trigona, Armanda De Scalzi, Sezzi)
Ma, come detto, la seconda parte dello spettacolo è incentrata soprattutto sulla figura di Armanda, che deve fare i conti con un padre esigentissimo quando si parla di musica. E lei di musica vuole vivere – anche quando è “costretta” a lavorare in un negozio di abbigliamento. Armanda ha una sorta di timore reverenziale verso questo padre che è un monumento della canzone italiana. Ma non si perde d’animo, nonostante la sua timidezza e le sue paure. Un po’ per volta convince papà Vittorio che la sua è una voce straordinaria, che regala emozioni. Dopo una seduta di registrazione i due si abbracciano. Armanda ha conquistato (anche) artisticamente il padre. E che la sua sia davvero una bellissima voce lo dimostra per tutto lo spettacolo, interpretando in maniera egregia i pezzi di Vittorio e Aldo. Su tutte, forse, Barbun, che Vittorio aveva scritto per Roberta Alloisio. Un piccolo corto circuito emotivo, un brivido alla schiena degli spettatori, perché la versione di Armanda rimanda in un colpo solo (anche emotivamente) alle due figure di Vittorio e Roberta. Barbun dimostra l’attaccamento di Vittorio verso la lingua genovese, amore che condividerà proprio con Aldo. Tanto che questi lo userà diverse volte nelle sue colonne sonore. Proprio per il momento dialettale viene chiamato sul palco anche Matteo Merli, splendida voce e figlio di quel Bunni autore del quadro rappresentato nella copertina di “Senza orario e senza bandiera”.
L’ospite successivo alza e di molto l’aspetto emotivo. Perché Eames – all’anagrafe Alberto De Scalzi – interpreta Abito, un brano pubblicato nel novembre 2022, scritto a pochi mesi dalla morte del padre; canzone in cui mette a nudo le distanze, ma anche i tanti punti di contatto con Vittorio. Insomma, siamo arrivati al momento più intenso dello spettacolo, Aldo che ha scherzato per tutta la serata, adesso fa fatica a trattenere le lacrime. Soprattutto quando interpreta prima Sullo stesso piano (brano scritto espressamente per Vittorio da Aldo, Pivio e Simone Meneghelli: “Ci sono giorni che ti sento qui sullo stesso piano/ a fare scorrere le dita per sentire chi eravamo”) e poi Quelle navi (ultimo brano scritto da Vittorio ed ennesimo omaggio alla propria città).
Siamo alle battute finali. Aldo e Armando possono concludere il loro racconto in musica con quella che è nel tempo diventata la canzone più famosa di Vittorio, Quella carezza della sera. Un pezzo talmente conosciuto e cantato da essere quasi ingombrante. I due ci scherzano un po’ sopra e alla fine coinvolgono il pubblico in una sorta di canto corale.
Le luci si riaccendono in sala. Gli occhi sono un poco lucidi, ma al tempo stesso – magia dell’arte – si è anche sorriso e molto. Aldo e Armanda hanno superato la prova. E non mi riferisco, ovviamente, all’aspetto artistico, ma a quello emotivo. L’elaborazione del lutto è avvenuto davanti a tutti, quasi ci si trovasse di fronte a una sorta di seduta analitica pubblica, in cui dare libero sfogo ai propri ricordi.
A Vittorio De Scalzi sarebbe piaciuto tutto questo.
(Foto di Andrea Piazze)
Aldo e Armanda De Scalzi
Teatro Govi di Genova
28/03/2025
