Due flashes. Il primo, Alessandria, 1988: il locale Teatro Comunale ospita la prima dell’opera Time Out di Ludovico Einaudi, all’epoca poco più che trentenne. Assistiamo alle prove. Ci piace l’idea, il taglio, l’articolazione, questa commistione di input trans-stilistici, la chitarra elettrica in un contesto in teoria contemporaneo-colto (quando il termine aveva ancora un senso, una dignità; del resto erano ancora tra noi Luigi Nono, Luciano Berio, Sylvano Bussotti, solo limitandoci all’Italia). Sono quelli gli anni della suddetta commistione e ci sembra che il giovanotto, rampollo di un quanto mai illustre casato (suo nonno Luigi è stato addirittura Presidente della Repubblica, suo padre Giulio ha fondato l’omonima casa editrice, dei Pavese, dei Calvino, e di tutti gli altri). Secondo flash, Parma, primissimi anni 2000: siamo nella città ducale per la rassegna Jazz Frontiere e passando davanti al negozio Ricordi, nella centralissima via Cavour (purtroppo oggi chiuso da un bel po’), notiamo un’intera vetrina piena di esemplari dell’ultimo cd del suddetto rampollo, sempre lui, Ludovico Einaudi. Lo abbiamo perso di vista da una dozzina d’anni e ora ce lo ritroviamo lì, così generosamente celebrato. Cos’è successo, nel frattempo?

Ce lo racconta, partendo da un prima e sorvolando alquanto sul dopo (ci torneremo), Enzo Gentile in questo volume dedicato al musicista torinese (settant’anni il 23 novembre). E’ successo che, nel frattempo, il Nostro è diventato un fenomeno prima nazionale e poi internazionale, campione di quel pianismo esangue, estenuato (ed estenuante), dimesso, semplice (o semplicistico?) e quindi facilmente fruibile anche da parte di chi la storia del pianoforte la mastica ben poco (e della musica d’arte tout court, diremmo). Sì, insomma la colonna sonora di quel primo scorcio di terzo millennio (e oltre) che – su fraintendimenti post-Satie e post-Nyman – ha in Giovanni Allevi la sua epitome e che tanti altri ha ammorbato, anche in ambito jazzistico (fenomeno, quest’ultimo, che da qualche anno pare aver avuto un argine, ma non si può mai dire).
Gentile, come detto, in questo libro, brillante e ottimamente scritto, parla delle origini di Einaudi (suo coscritto, nonché amico di vecchia data), dei suoi primi passi non privi di dubbi e incertezze su un futuro tutto da decifrare, ne accompagna i primi successi e poi – ce lo dice lui stesso già nelle prime pagine – lo abbandona in qualche modo al suo destino, perché tutto è fin troppo noto, dice. In realtà vogliamo immaginare che il collega, di cui conosciamo la competenza, abbia fatto invece questa scelta per un fatto di pudore: perché se di enigma si tratta – titolo del libro alla mano – forse spiegarlo sarebbe veramente arduo. Si passa così a un tono più saggistico-discorsivo, destinando la seconda metà (abbondante) del volume a stralci da interviste di Einaudi e a un lungo capitolo contenente svariate decine di testimonianze di colleghi, amici e addetti ai lavori in senso lato, più glossarietti finali vari.
L’enigma, quindi, rimane: perché il musicista di Time Out, con dei pruriti, delle aspettative creative di una certa consistenza, è diventato l’uomo dei fondali patinati idolatrato abbastanza acriticamente da uno stuolo di fedelissimi sparsi per il modo? (E anche perché, per inciso, questo è – da quarta di copertina – “il primo lavoro dedicato a Ludovico Einaudi”?) Cercare una risposta sarebbe – appunto – arduo e laborioso. Perché poi è vero che quei fedelissimi ci sono, sono tanti e quanto mai devoti, ma è anche vero che, molto più prosaicamente, a tutti gli altri – citando il buon Jannacci – di Ludovico Einaudi “non gliene frega niente”. Da quanto letto fin qui avrete forse intuito a quale dei due emisferi (il più numeroso, comunque sia) appartenga il vostro recensore…
Foto: Antonio Cipriani
Enzo Gentile
Cluster-A
2025
182
18
