Ass. Culturale
L’Isola della Musica Italiana

Sede Legale:
Piazza della Pace, 9
25039 Travagliato (BS)

Per contattare la Redazione
o avere informazioni, SCRIVI a:

Raccogliamo in due puntate distinte il molto materiale degno di nota che la discografia italiana in jazz ci ha offerto sul finire dell’anno appena trascorso

 

 

Oggi, come già qualche volta in passato, ci serviranno due puntate ravvicinate per dissodare tutto quanto di meritevole di attenzione l’italian jazz su disco ha prodotto nell’ultimo scorcio dell’anno appena trascorso. In questa prima ci concentreremo sulle formazioni dal quartetto in su, con un iniziale focus attorno alla tromba. Partendo proprio per questo, in realtà, da un duo, anzi da un Minimal Duo (Abeat) come quello che documenta il sodalizio fra Giovanni Falzone, appunto tromba, e Paolino Dalla Porta, contrabbasso. Il cd è di una bellezza chiara, senza fronzoli e senza salti nel vuoto. E chissà mai perché ha dovuto attendere tredici anni per uscire allo scoperto. Già, perché l’incisione, in studio, risale al 2012.

 

Il principe dei trombettisti italiani, Enrico Rava (foto sopra), si è unito invece dal vivo a Forlì nel novembre 2024 col trio Guano Padano, per cui oggi abbiamo un album ghiotto come La giostra (Hora), sei brani fra cui quello del Padrino e tre originals (chiude Pipe Down di Bill Frisell) di grande concentrazione e capacità di “captarsi” reciprocamente, il che lascia fuori dalla porta ogni rischio di jam o cose del genere. Gran bel disco, quindi, così come – stesso organico, con chitarra, basso e batteria – quello del giovane trombettista pistoiese Jacopo Fagioli come ce lo mostra il primo album interamente a suo nome, Dialogue (Aut), sette brani tutti del leader in cui si coglie una personalità già ben definita, chiara, tutt’altro che di maniera.

 

Col sax tenore di un altro giovanotto di bel profilo, Daniele Nasi, al posto della chitarra, eccoci a Homo Ludens (Sonda Music Sharing), opera di un altro quartetto, formato dal trio PDuRN più la tromba, quanto mai illustre, di Ralph Alessi, per una musica che si snoda piana e sicura, ponendo in bella evidenza ciascuna delle personalità in gioco.

 

Stesso strumentario, con in più il ritorno della chitarra (un quintetto, quindi) in Strange Slightly Romantic Memories (WoW) del bassista Francesco Pierotti, a sua volta autore di tutti i brani in scaletta, per una scrittura ben delineata che tende a privilegiare l’amalgama di gruppo pur senza penalizzare mai gli atouts del singolo, cosa che – chiudendo il gruppo di incisioni a base trombettistica – accade anche in The Baggage Room Vol. 2 – Meanwhile (Via Veneto) del pianista (in luogo della chitarra: identico il resto, per tre quinti americano) Emiliano D’Auria su un terreno maggiormente calato in consolidati stilemi jazzistici.

 

Il batterista veneto Max Trabucco dirige per parte sua in Convergence (Abeat) un quartetto di tutto rispetto con Federico Pierantoni, trombone, Manuel Caliumi, sax alto, e Federica Michisanti, contrabbasso, peraltro battendo a sua volta bandiera piuttosto canonicamente jazzistica, ciò che non riguarda certo Dark Sides (Dodicilune), il nuovo album di Roberto Ottaviano (foto sotto), in quintetto con ud (assolutamente centrale), elettronica (multipla, quanto calibrata), basso e batteria (il leader a sax soprano e, un po’ a sorpresa, clarinetto contralto), uno scenario quanto mai ardito nel suo sposare senza frizioni di sorta ancestralità e contemporaneità, lirismo senza remore e libere progressioni, in un unicum del tutto coerente, carico di poesia e non-ovvietà. Un’autentica gemma.

 

 

La contemporaneità di Ornette Coleman nell’iniziale America ma anche in un uso ben più massiccio dell’elettronica permea di sé Somewhere Story (nusica.org) del tastierista (tout court) Oscar Del Barba col suo OX Quartet (con Achille Succi sax alto e clarinetti), cd invero lievemente dispersivo anche se con un taglio piuttosto originale, il che è sempre da lodare. Con doppio sax e per il resto strumentario analogo, però rigorosamente acustico, è Mantica (Aut), nuovo lavoro del quintetto Tell No Lies, con dentro, fra gli altri, Edoardo Marraffa e Nicola Guazzaloca (anche autore di tutti i brani), più ospiti sparsi che lo allargano fino alle dimensioni del nonetto, con grande dispiegamento di fiati. Ne esce fuori un album di grande respiro, con episodi di marca post-ayleriana e infiltrazioni della più varia natura che lo consegnano a sua volta al gotha dell’anno appena trascorso.

 

Analoghe vociferazioni, però su un piano di totale improvvisazione, alimentano (a intermittenza, stante il contesto) Follow a Very Heavy Person (Ezz-thetics), a nome del vibrafonista Sergio Armaroli ma in realtà assolutamente corale, col trio già artefice, negli stessi giorni (metà settembre 2023), di “Imaginary Songbook” (quello cofirmato), vale a dire Elliott Sharp, chitarra e sax soprano, e Steve Piccolo, voce ed elettronica, rinforzato da basso e batteria (tutti made in USA). Il risultato è pure qui degno di grande attenzione, anche per la varietà di climi e temperie. Altrettanto felice (e vociferante, però qui in ambito squisitamente contemporaneo-colto, con massicce inflessioni orientaleggianti) è poi Vocativo (Artesonora/Caligola) del compositore padovano Stefano Bellon, ambizioso lavoro orchestrale in cinque quadri incisi fra il 1995 e il 2006 (in uno c’è pure Mango) sempre felicemente in bilico fra richiami atavici e accademismo novecentesco della più chiara acqua.

 

A sua volta orchestrale, ma in un contesto assolutamente più tradizionale, è infine Improclassica (Abeat), ennesimo sposalizio fra verbo jazzistico e memoria classica operato da Enrico Pieranunzi (col suo trio e l’orchestra dei Pomeriggi Musicali), che a queste cose ci ha ormai abituati ma non sempre convinti. Questo nuovo lavoro non fa eccezione: belle intenzioni ed esiti ancora una volta non particolarmente memorabili. La domanda è: ce n’era/è veramente bisogno? Mah…       

   

Foto di Alberto Bazzurro

Artista:
AA.VV.