
Ci siamo tutti lì dentro, anello dopo anello, nella lunga catena dei buoni propositi che “da domani” cambieranno la nostra vita, lasciandoci regolarmente sconfitti. E così, come di fronte allo specchio, ci lasciamo rapire dall’incedere orchestrale, staccato e ritmico da musical, che contiene in sé la promessa di un racconto di cui seguire lo sviluppo, con la curiosità di conoscere come andrà a finire.
Come un rosario ripetuto all’infinito, il protagonista sgrana uno ad uno i suoi umanissimi vizi che si dichiara risoluto a cancellare: “da domani sarò migliore [… ] non parlerò più male di nessuno [… ] la smetterò di bere [… ] non butterò più soldi [… ] mi rimetto in forma […] assumerò le mie responsabilità…”, punteggiando l’arringa con frasi assertive come: “Ormai ho deciso!” “Il dado è tratto!” “Mai più!”. Però, le strofe terminano tutte con una supplica: “Ma tu non te ne andare, fammi parlare, mi devi ascoltare, ti prego…”, definendo con precisione il quadro della scena.
Tra la canzone e la performance teatrale, che è poi un tratto caratteristico di questo artista, Porfirio Rubirosa, al secolo Giovanni Albanese – già Targa Tenco 2021 per l’album a progetto (con un lavoro collettivo su Rino Gaetano uscito per Isola Tobia Label) e Premio Ciampi (menzione speciale) 2023 – incarna qui alla perfezione quel filo sottile e illusorio a cui ci si aggrappa di fronte all’ineluttabile, quando l’angoscia deve a tutti i costi essere negata nell’estremo tentativo di dare credibilità a quel che resta alla fine dei fatti, cioè la parola. È per questo che essa si appropria del titolo e inchioda a sé il testo che da lei discende: “La mia parola è un impegno” (uscito per I Dischi del Lammione).

Strofa dopo strofa, le dichiarazioni restano le stesse ma il tono si trasforma: da dolce si fa sempre più sconfortato, poi urgente, poi rabbioso, infine disperato. Così, il filo di parole cui il Nostro si aggrappava si spezza, disvelando il vero protagonista del brano che è la fragilità umana, la costernazione di fronte alla consapevolezza che non riuscirà a cambiare sé stesso e che dunque tutto è ormai perduto.
Profondamente “ciampiano” nella sua drammaticità di contenuto e di interpretazione, questo brano lo è anche nell’ironia: a ogni determinazione, l’autore accosta la scusa pronta per poterla disattendere, tradendo così lui stesso, al ritmo dei versi, le proprie promesse man mano che le pronuncia, permettendoci di sorridere divertiti nonostante tutto: “La smetterò di bere. Giuro che non bevo. Al massimo una birra solo nel fine settimana… Aspetta: e una con la pizza. Ma, a parte questo, non berrò mai più”, per fare un esempio.
Annotiamo l’utilizzo della scrittura musicale in funzione interpretativa con l’ottimo arrangiamento orchestrale di Fabio Merigo che, oltre che con il ritmo incalzante sul precipitare degli eventi, gioca molto con i timbri a sottolineare ogni sfumatura del testo, così emotivamente ricco, fatto di convinzioni e di sconforto, di bugie e di speranza, di disperazione e di leggerezza.

Porfirio Rubirosa
