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Lo scorso 13 gennaio, al Teatro Puccini di Firenze, ha avuto inizio il nuovo tour teatrale de I Gatti Mézzi. Il duo toscano è tornato in scena dopo una serie di date estive che celebravano i vent’anni dal loro inizio e che sancivano la fine di una separazione artistica durata quasi dieci anni, durante i quali Tommaso Novi e Francesco Bottai hanno portato avanti i loro progetti solisti. Lo spettacolo che portano in scena, però, non ha affatto i toni della celebrazione. I due cantautori appaiono disinvolti e divertiti nel riprendere in mano il proprio repertorio, fatto di canzoni e monologhi musicati, col gusto di chi, più grande, più maturo, torna a incontrarsi di nuovo con gioia e voglia di fare.

 

 

In più momenti i due ironizzano sui contenuti un po’ politicamente scorretti e sicuramente difficili da immaginare oggi (anche se in realtà basta pensare all’ascesa veloce e trionfale che sta avendo un artista come Tony Pitony, per rendersi conto che un certo tipo di gioco con l’indicibile intercetta ancora oggi il gusto di tante persone). Così, I Gatti Mézzi (Novi alla voce, fischio e pianoforte, e Bottai alla voce e alla chitarra) si presentano sul palco accompagnati dalla batteria di Matteo Consani e dai contrabbassi di Matteo Anelli e Mirco Capecchi, che si alternano sul palco o suonano insieme, dividendosi le parti tra pizzicato e arco. Il sound è quello di un quartetto jazz, e la filosofia della performance è quella che tra musicisti a volte viene detta “alla vecchia”. Pochi fronzoli, niente pedaliere aerospaziali per chitarra, niente sequenze preregistrate o altro; solo tecnica e gusto.

 

L’impianto scenografico è assolutamente scarno, costituito dall’ampli della chitarra in bella vista, due contrabbassi – ora imbracciati, ora adagiati a terra come una natura morta – un pianoforte a coda e una batteria. Anche l’illuminotecnica è essenziale: quattro file di faretti semplici che gestiscono il buio e nient’altro. Il palco si svuota e si riempie, a seconda dei momenti, così ascoltiamo sia la formazione completa in quintetto, sia il duo nella sua forma originale.

 

 

Novi, alla sinistra del pubblico, siede al pianoforte volgendo leggermente le spalle alla platea, per poi voltarsi per ringraziare alla fine dei brani, abbarbicato sullo sgabello come un bambino, seduto scomposto, con una gamba ripiegata a mo’ di cuscino, in un atteggiamento disinvolto che lascia immaginare una forma di timidezza. La stessa timidezza e disinvoltura che trasmette Bottai, bellamente al centro del palco, con l’aura da anni Cinquanta, dove l’eleganza inciampa nel dialetto e la compostezza è costantemente smorzata, per apparire infine come un perfetto Buscaglione pisano. Da tutti questi dettagli esce una performance cronologicamente incollocabile. Le canzoni potrebbero essere state scritte negli anni Cinquanta (come più volte rimarcano i due, riferendosi autoironicamente ai contenuti più audaci) come dopo domani.

 

 

La tessitura degli arrangiamenti è forse uno degli elementi più gustosi e caratteristici che distingue significativamente il duo pisano da molti colleghi italiani della stessa generazione e di quelle a seguire. Pianoforte e chitarra – i suoni protagonisti – svolgono raramente i ruoli tradizionali che hanno solitamente nelle canzoni dei cantautori. Il piano, spesso nervoso, pieno, giocoso, virtuoso ma mai retorico, si colora frequentemente di cluster ed estensioni degli accordi raffinate, che cozzano con il dialetto pisano, mediamente abbastanza greve. La chitarra a volte si riposa su accompagnamenti jazzistici che sfruttano poco le prime posizioni del manico per poi dedicarsi al pitturare i brani con linee melodiche – più che riff – che vanno a definire o contrappuntare ciò che le voci abbozzano. Inoltre, si può notare una concezione della composizione musicale particolare, a volte onomatopeica, vagamente madrigalistica, dove, insomma, ogni strumento è impiegato per le sue qualità timbriche e per la sua capacità di evocare musicalmente ciò che esce dai testi, più che per andare a ingrassare la struttura armonica; un lavoro abbastanza inusuale e carico di identità.

 

Nel complesso lo spettacolo (produzione a cura di Musiche Metropolitane) si potrebbe definire con uno degli aggettivi più sottovalutati della nostra lingua: divertente. È divertente perché capace di far divertire, nel senso etimologico di far vertere altrove. I Gatti Mézzi, riaffermando una poetica ben definita, prendono il pubblico per mano e lo portano – fuori dal nostro tempo di pose da influencer, diete, pettini e selfie – a sfogliare una galleria di personaggi provinciali, paesani; una collezione di situazioni, di modi di dire, di atteggiamenti, che catapultano lo spettatore in una vita lenta ed epica, dove le storie della gente sono tutto, dove si ride e si cerca il tanto nel poco, la poesia in una vita assolutamente prosaica. Questo nuovo spettacolo del duo pisano è dunque un recital, che non marca troppo la natura teatrale dell’evento, ma in cui la teatralità – inscritta nelle canzoni e nella personalità dei due cantautori – esce prepotentemente dalla musica, che ha lo spazio principale; una specie di concerto posseduto da uno spettacolo, con un equilibrio singolare.

A metà dello spettacolo qualcuno dal pubblico ha gridato: “ci siete mancati”. E forse sì, questa poetica è mancata, non tanto e solo ai fan del duo, quanto a un panorama musicale italiano spesso impantanato nell’omologazione, come un mare melmoso in cui tanti artisti devono sbracciare per giungere alla riva di un’identità artistica personale. In questo mare difficile, I Gatti Mézzi surfano con disinvoltura.

 

(foto tratte dai canali social ufficiali del gruppo)

 

Artista:
I Gatti Mézzi
Location Concerto:
Teatro Puccini, Firenze
Data Concerto:
12/01/2026