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L’Isola della Musica Italiana

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Il segreto di questo lavoro, Yiddish blues, è apparentemente semplice. Si prendono artisti di provenienze diverse con sensibilità umane pregevoli e non scontate, persone di grande talento con visioni che non si fermano alle apparenze, ma che con modalità molto personali cercano di trascendere l’ovvio. Si pongono, quindi, i talenti in una sorta di frullatore della memoria, del presente, del futuro. Si schiaccia il pulsante che dà avvio al processo della scintilla artistica e si ascolta il risultato con attenzione e, visti i temi trattati, con un certo “ossequio”. E per costruire un buon lavoro gi ingredienti sono presto descritti…

 

Partiamo con Moni Ovadia, che porta in dote le sue doti istrioniche e musicali unitamente all’esperienza di oltre cinquant’anni di lavoro artistico e di palcoscenico. Dal Gruppo dell’Almanacco Popolare al Gruppo Folk Internazionale passando per la creazione, a metà degli anni ’70 e con altri artisti, della Cooperativa “l’Orchestra”, prima etichetta indipendente italiana. Sarà lo spettacolo teatrale ‘Oylem Golem’ che, a partire dal 1993, renderà manifesta al grande pubblico la sua potenza artistica, con la quale porterà in scena quadri di vita ebraica dell’Europa orientale (lui è nato a Plovdiv, in Bulgaria) proposti in chiave narrativa surreale/comico/drammatica, con il supporto della musica klezmer. Uno spettacolo che ha come suo epicentro la diaspora del popolo ebraico (e, paradossalmente, non è casuale l’avversione di Ovadia, da sempre, all’atteggiamento dello Stato di Israele nei confronti del popolo palestinese. La memoria di una diaspora dovrebbe insegnare…).

 

Si prosegue con Michele Gazich, un musicista e compositore (diplomato in violino al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino e, in aggiunta, laureato in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Torino) che contiene moltitudini e le sa esprimere sempre con garbo ed arguzia poetica. Al suo attivo ci sono collaborazioni importanti (ed album condivisi) sia in Italia che all’estero con moltissimi artisti (tra le varie Eric Andersen, Massimo Bubola, Massimo Priviero, Michelle Shocked, Mary Gauthier) e ha suonato in innumerevoli album, oltre a quelli da lui direttamente pubblicati (al momento nove).

 

Inoltre, ha portato il suo strumento principe, il violino (e a volte anche il pianoforte), in importanti sedi istituzionali quali il Senato Spagnolo, il Kennedy Center di Washington, il Billboard Auditorium di Tokyo e nella sala del Consiglio Comunale di Milano. La sua è una dimensione di nomadismo artistico e di ricerca costante, che è diventato un marchio esistenziale.

 

 

E infine Giovanna Famulari, violoncellista e pianista (diplomata al Conservatorio Giuseppe Tartini di Trieste) che ha, nelle sue caratteristiche artistiche, la capacità mimetica di entrare in tutti i generi musicali sapendone tradurre al meglio le necessità di coloro con i quali è chiamata a suonare – che sono stati davvero tanti – tra cui ricordiamo la sua presenza in alcuni album di Mimmo Locasciulli, Miranda Martino, Ron, Luca Barbarossa, Gegè Telesforo, Vinicio Capossela, Sergio Cammariere e poi c’è Tosca, con cui ha vinto due volte una Targa Tenco. È stata premiata in varie manifestazioni e attraverso il suono del suo violoncello (ma suona bene anche il pianoforte) ha saputo valorizzare molti dei lavori per i quali il suo intervento strumentale è stato richiesto grazie alla sua duttilità musicale (e culturale). Anche per lei l’esibizione su palchi internazionali, in questo caso con grandi orchestre, ha rappresentato un balsamo di esperienza e non a caso ha scritto anche delle colonne sonore (Hammamet di Gianni Amelio, per esempio). Aggiungiamoci anche un buon curriculum come attrice cinematografica e televisiva in alcune fiction, senza contare le molteplici trasmissioni tv in cui faceva parte della resident band.

 

E proprio Giovanna Famulari ha rappresentato il punto di contatto tra Ovadia e Gazich in quanto collaboratrice di entrambi, rendendo così possibile l’inserimento del musicista e cantautore bresciano nei recenti spettacoli di Ovadia in cui lei era coinvolta. Da questa opportunità/esperienza è nata l’idea di creare un lavoro originale “a tre teste” dove il suono creato dal violino e dal violoncello dei due artisti, unito alle canzoni presenti nel repertorio di Ovadia, ha creato un lavoro di notevole potenza emotiva. Un lavoro suggestivo e gratificante dal punto di vista artistico. Da questo pensiero è nato il progetto Yiddish Blues (presentato per la prima volta dal vivo al Folkest Festival 2025) dove il concerto di Moni Ovadia è stato coadiuvato dalla raffinata sensibilità del duo Gazich/Famulari al fine di creare un focus lirico/strumentale diretto a svegliare le tante coscienze riluttanti a recepire il respiro della Storia ed affrontando tematiche scomode, ma inesorabili, del nostro vivere.

 

 

Parlando nello specifico di questo album, la prima traccia è Il piccolo Alì (scelto anche come singolo), che si apre con un tenue suono di violino, violoncello e pianoforte, quasi a rappresentare un pugno nello stomaco che riporta alla memoria l’immagine di un bambino palestinese, Alì, rimasto senza braccia a seguito di un bombardamento israeliano a Gaza. Un’immagine che ci interroga e non può lasciarci indifferenti, perché quella è l’immagine di un innocente e rappresenta tutti gli innocenti uccisi, o menomati, nella distruzione di Gaza, nella distruzione dell’umanità. A detta di Moni Ovadia questo è il suo primo brano scritto completamente da lui nel corso della sua carriera ed è una manifesta invettiva contro il sionismo. “Sono solo una foto che vi guarda e vi accusa…” recita il testo. E da quella frase non si può fuggire, in quella realtà siamo tutti coinvolti.

 

Maltamè immerge l’ascoltatore nella città di Venezia trattandosi, questo, di un linguaggio arcaico utilizzato dagli ebrei della città veneta che mischiava parole di origine ebraica e dialetto veneziano. Rappresenta, metaforicamente, la possibilità di vivere mischiando culture diverse in uno spazio limitato ma affascinate come quello della “magica” città lagunare. È, forse, anche un richiamo al lavoro di Michele Gazich proposto nello straordinario album “Temuto come un grido, atteso come un canto” dove dall’ex manicomio dell’isola di San Servolo sono state raccontate storie di follia e deportazione. Anche in questo brano la deportazione degli ebrei locali lancia un messaggio di pietà e di tristezza utilizzando, musicalmente, l’arma del blues come elemento significante del dolore provato insieme allo sguardo verso un Dio troppo distante per poter intervenire. La memoria scandisce lo scorrere del tempo e si ritrova nei medesimi orrori.

 

Introdotta dalle parole di Ovadia, Materiali sonori per una descrizione dell’anima di Paolo F. è un brano strumentale che racconta di Paolo Finzi, direttore della rivista ‘A – Rivista Anarchica’ (qui a fianco nella foto), che lasciò volontariamente questa terra il venti luglio del 2020. Dalle parole di Ovadia si realizza che “Paolo era un anarchico ebreo, molto anarchico e molto ebreo”.

 

Il brano, strumentale, è straordinariamente suggestivo e trascina l’ascoltatore in un territorio mistico anche se il soggetto (apparentemente) non pareva avere un afflato religioso ma la componente ebraica del suo essere probabilmente apriva porte dell’essere altrimenti non percepibili. Il brano racconta di una persona di straordinaria capacità critica e visione di un mondo diverso e più responsabile della vita di ciascuno di noi. Il suono del violino sembra giungere dalla profondità di un pozzo e attraverso il gioco di note con il violoncello sembrano manifestarsi gli umori del giorno e della notte, mentre una sorta di rumore di fondo che accompagna il brano si manifesta quasi come fosse il suono dello shofar.

 

L’ascolto dell’album prosegue con Es Brent, un brano del compositore (e tanto altro) Mordechai Gebirtig (cantore yiddish con una vita di straordinaria intensità tutta da riscoprire, paragonabile – per la diffusione popolare delle sue canzoni nel contesto ebraico – alla figura di Woody Guthrie) scritto nel 1936 e pubblicato nel periodo post bellico (1946) insieme ad altri brani scritti nel periodo precedente alla Seconda Guerra mondiale, in cui si delineavano i pericoli che dal Nazismo sarebbero scaturiti, in particolare nei confronti del popolo ebraico. Pericoli che si sarebbero concretizzati con la mostruosità della Shoa.

 

La traduzione del titolo è “Tutto brucia!” a richiamare quanto sarebbe/è accaduto e come questo sterminio avrebbe inciso sulla vita a venire. Lo sguardo di quel momento storico manifestava, da parte di Gebirtig la paura del Nazismo, sentiva l’arrivo della Notte dei Cristalli, della guerra imminente, della catastrofe. Oggi, a ben riflettere, siamo nella stessa condizione dove il mondo brucia, dove la Terza guerra mondiale a pezzi evocata da Papa Francesco è ora giunta a interrogarci su quale versante della storia vogliamo stare. In Ucraina, a Gaza, in Sud Sudan, in Libano e in tutti i luoghi in cui la pietà sembra essersi ritirata dalla storia. Suggestivo il canto di Moni Ovadia (in lingua yiddish).

 

A metà album troviamo Palestina terra di dolore, grido di “disperante disperazione” che non lascia scampo alla coscienza e racconta della condizione del popolo palestinese. Senza retorica, senza falsa pietà ma descrivendo, con il vigore della musica e delle liriche, la tragedia di un popolo che pare non possa avere un futuro come ben delineato dalla distruzione di Gaza e dalla colonizzazione selvaggia della Cisgiordania, dove la destra messianica israeliana calpesta umanità e diritto. L’incedere delle note tratteggia una sorta di marcia funebre e, intersecandosi con le liriche, dipinge una sorta di ode alle vittime innocenti a cui “il sole brucia la gola” e dove “ogni giorno è un padre assassino e la morte è la madre della notte”.

 

Dona Dona è una ulteriore riflessione (amara) sulla condizione dei popoli oppressi e portati al martirio (e come sappiamo sono tante, troppe). Una riflessione che ci interroga su tutte le situazioni di ingiustizia e di abbandono dell’umanità. Se siamo “fratelli tutti” e poi la realtà ci sommerge con la violenza, la distruzione, la morte, significa che Caino cammina sempre accanto a noi ed è pronto, come all’inizio dei tempi, ad uccidere. Potente è questo messaggio veicolato da un canto polacco (Dos kelbi – L’agnellino) rielaborato in musica nel 1935 da Sholom Secunda e tradotto in lingua yiddish da Aaron Zeitlin (qui a lato inuna foto di repertorio). Una canzone cantata, nel corso dei decenni, da moltissimi artisti tra cui ricordiamo l’intensa versione di Joan Baez. Il testo narra di un agnellino e di un bambino entrambi destinati alla morte e della loro richiesta di aiuto. Che non sarà esaudita…

 

Avino Malkeinu è una preghiera di origine ebraica che viene recitata, secondo la tradizione, nel periodo posto tra due importanti festività ebraiche, Rosh Hashanah (Capodanno ebraico) e Yom Kippur (giorno dell’Espiazione). Il brano/preghiera (cantato con afflato mistico da Ovadia) può considerarsi una sorta di immersione in una dimensione meditativa e religiosa dove la ricerca del trascendente per alcuni è un passaggio ineludibile per comprendere le ragioni della vita, del nostro transito terreste verso un dopo sconosciuto ma il cui mistero, volenti o meno, ci interroga e ci inquieta.

 

L’attesa/venuta del Messia è l’oggetto prìncipe di Shnirele Perele. Un’attesa che ha permesso al popolo ebraico di costruirsi una spiritualità e fede solide nonostante i secoli di esilio, pogrom, sterminio. Lo sguardo verso l’attesa dei “tempi nuovi”, del tempo messianico, può essere più acuto e speranzoso se questi tempi vengono sì attesi, ma anche preparati con la ricerca di un mondo, qui e ora, più giusto. Un Messia “persona” forse verrà (per il Cristianesimo quel tempo è già avvenuto con Gesù Cristo) ma altri messia, terreni, si sono già palesati per vivere la Storia. Basti pensare a “sobillatori” quali furono Sigmund, Freud, Carlo Marx, Albert Einstein. E ci fermiamo qui perché la lista (includendo anche Bob Dylan…) sarebbe molto lunga…

 

Piskhù li è la lettura del versetto 19 del salmo 118 attribuito, come tutto il Libro dei Salmi, al Re Davide. Si tratta del salmo più lungo del libro e rappresenta una lode di ringraziamento a Dio. Paradossalmente questo versetto veniva recitato, laddove possibile, dai khassidim (esponenti di un movimento di rinascita spirituale degli ebrei ortodossi emerso nella regione Ucraina della Podolia, nel XVIII° secolo) mentre venivano portati nelle camere a gas dei campi di sterminio. Una preghiera di lode e ringraziamento mentre la vita andava a spegnersi.

In questi ultimi tre brani (con particolare rilevanza nei primi due) la modalità canora di Ovadia si carica di una sorta di metamorfosi in un Chazzan, il Cantore che guida la preghiera ebraica.

 

 

L’album si chiude con Il mio mattino, brano colmo di speranza perché senza questo sentimento, senza questo augurio, senza questa possibilità tutto sarebbe vano, anche la vita stessa. Il mattino è sempre l’inizio di una nuova storia e il trio Ovadia/Gazich/Famulari ci invita a farci sorprendere dalla luce che appare dopo le tenebre e a non avere paura della Storia e del suo futuro perché “più forte della morte è l’amore”. E l’amore può vivere solo nella speranza. La musica emerge con un suono pacificato e il brano è cantato, una strofa per ciascuno, da tutti e tre i protagonisti dell’album e sottolinea che “c’è un mattino per ogni sconfitta” e che “non puoi comprare la mia speranza”.

 

Da dieci e lode il libretto allegato al cd. Una sorta di guida letteraria e cultura per spiegare ciascuno dei brani proposti. Un esempio mirabile di attenzione e cura nel rispetto di coloro che acquisteranno ed ascolteranno questo potente lavoro.  Yiddish Blues è un album importante, con lo sguardo verso il mondo, con l’intenzione di denunciare le ingiustizie, cercando di lenire i dolori, sensibilizzando le persone affinché ciascuno si renda conto che l’indifferenza fa il gioco del potere e dei violenti. Un’orazione civile di straordinaria profondità artistica e culturale che non fa sconti a nessuno. Proprio nessuno.

 

Michele Gazich, Moni Ovadia, Giovanna Famulari e Marco Lamberti

 

foto tratte dai profili ufficiali degli artisti citati

Artista:
Ovadia Famulari Gazich
Etichetta:
MoonOv
Elenco Tracce:
01. Il piccolo Alì (parole e musica di Ovadia, Famulari, Gazich)
02. Maltamé (parole e musica di Michele Gazich)
03. Materiali sonori per una descrizione dell’anima di Paolo F. (musica di Michele Gazich)
04. Es Brent (parole e musica di Mordechai Gebirtig)
05. Palestina terra di dolore (parole di Ovadia, Famulari, Gazich, Chiapello. Musica di Ovadia, Famulari, Gazich)
06. Dona Dona (Parole di Aeron Zeitlin; Musica di Sholom Secunda)
07. Avino Malkeinu (preghiera tradizionale ebraica)
08. Shnirele perele (canzone yiddish di inizio Novecento)
09. Piskhù li (canto paraliturgico del repertorio khassidico)
10. Il mio mattino (parole e musica di Michele Gazich)
Produzione Artistica:
Produzione artistica e arrangiamenti: Giovanna Famulari e Michele Gazich; Produzione esecutiva: MoovOn in collaborazione con FonoBisanzio Editrice e Moonlight Records
Musicisti:
Moni Ovadia: voce, chitarra Michele Gazich: violino primo, violino secondo, viola, pianoforte, voce, seconda voce Giovanna Famulari: violoncello, pianoforte, voce, seconda voce Marco ‘Tibu’ Lamberti: bouzouki Fabrizio ‘Cit’ Chiapello: percussioni
Anno di Uscita:
2026
Durata:
44:14