«Se non avessi ascoltato le
canzoni di Brassens, forse avrei scritto ugualmente quello che poi ho scritto,
ma sicuramente non avrei vissuto come ho vissuto». Comincia così questo
ritratto dolce, malinconico, disarmante, umano e più che mai dovuto, a Fabrizio De Andrè, il cantore più Libero
che la storia della musica italiana abbia mai avuto l’onore di conoscere. Un
ritratto di un’ora e mezza quello di Teresa
Marchesi, presentato lo scorso 29 ottobre tra gli applausi e gli occhi
lucidi dei critici, del pubblico, di Dori
Ghezzi e del figlio Cristiano, al Roma
Film Festival. Immagini e parole che raccontano
la vita di questo cantastorie sempre a metà tra impegno sociale e poesia, tra
irriverenza, ironia e “gocce di splendore”. Lui, borghese di nascita ma
“spiritualmente randagio”, si racconta, con documenti inediti e immagini di
repertorio, così come ha sempre fatto: senza maschere. E lo senti parlare di
Piero e della sua guerra mai finita, del ricordo di Tenco, di quella prostituta
di Via del Campo, dello sterminio degli Indiani d’America, della fratellanza
che sa di intelligenza e non lascia spazio alla diffidenza. E lo vedi sempre
uguale: chitarra, capelli sparsi, quel sorriso amaro e la sua immancabile
sigaretta. La voce poi, quella negl’anni sembra non essere cambiata mai. Dalle
prime apparizioni in Rai, quando viene da sorridere nel vederlo stretto in
giacca e cravatta, agli anni della sua Sardegna (splendida la Rimini
cantata attorno ad un tavolo con Dori a Tempio Pausania, accompagnati da un giovanissimo
Cristiano alla chitarra), agli ultimi anni, a quel concerto al Teatro
Brancaccio di Roma in cui, senza saperlo, si sarebbe chiuso il sipario, purtroppo
per l’ultima volta. Sentiti sono poi i ricordi di Sergio Castellitto e Gabriele
Salvatores, del regista Wim Wenders
che spende per lui parole di elogio e stima e di Fiorello. Vere le lacrime di
commozione di Battiato nel concerto tributo
dopo la sua scomparsa, dolcissima l’amica di sempre Fernanda Pivano. E sulle note della chitarra di Amico fragile, che così bene Vasco Rossi ha saputo interpretare in quella magica serata al Teatro
Carlo Felice, si chiude un viaggio di ricordi, un viaggio che risveglia le
nostre coscienze, riscopre ideali assopiti e desideri inseguiti. Un viaggio
cominciato tempo fa tra i vicoli di Genova e mai terminato, un viaggio lungo ed
intenso, un viaggio sempre «Sulla sua
cattiva strada». (Giulia Zichella)
“Effedia – Sulla mia cattiva strada” al Roma Film Festival: la nostra recensione
Autore: Luca Barachetti
