Dunque gli ascolti premiano la
seconda volta di Bonolis al Festival. Ma dello share della prima serata, sempre
se ci sarà qualcosa da dire, parleremo dopo il “Question Time” delle 13, che
potrete vedere in diretta tv su Rai Uno. Invece vale la pena fare due veloci
riflessioni sul primo giro di votazioni, e relative esclusioni, della giuria
demoscopica. Come sapete sono stati esclusi gli Afterhours, Tricarico e Iva Zanicchi, ovvero due delle canzoni
meno festivaliere di questa edizione – mentre per la Zanicchi credo che il
motivo dell’esclusione sia semplice: la canzone è brutta e, visto cosa dice il
testo, non le calza molto. A votare è stata appunto la giuria demoscopica, trecento
persone (presenti all’Ariston) che stasera verranno sostituite da altre
trecento, mentre nella serata di giovedì, quella dei ripescaggi, sarà il
televoto a decidere i due artisti da riportare nel gruppo degli Artisti.
Specifico queste cose perché dispiace vedere come i pur timidissimi tentativi
di rinnovamento dei generi musicali che ogni anno puntualmente vengono messi in
atto con più o meno coraggio dai diversi direttori artistici del Festival vengano
quasi sempre stroncati sul nascere dalla giuria demoscopica, cioè il popolo, che come si dice è sovrano,
ed è sovrano proprio in ogni senso, anche in quanto ad impulso reazionario nei
confronti di ciò che è minimamente nuovo. Nuovi – almeno per il Festival –
lo sono quest’anno Tricarico e gli Afterhours, ed ecco la fine che hanno fatto (per
ora, si spera). E’ vero che Tricarico è alla seconda presenza e quindi non è
del tutto una novità, ma non è un caso che il suo pezzo – meno sentimentale di Vita tranquilla e più suo, nell’andatura
da filastrocca stralunata ma intensa, come lo erano Io sono Francesco e Neve blu
– sia stato cassato al volo, perché atipico, diverso, personale. Per gli Afterhours
invece la questione è semplice: già a metà pezzo era chiaro che sarebbero
andati fuori. Il paese è reale non è
il loro miglior pezzo di sempre, ma è sicuramente la canzone più incisiva di
questo Festival, sia per il testo (diretto, politicamente viscerale), sia per
una struttura musicale multiforme, realizzata da musicisti che con la musica
hanno voglia di inventare e giocare, in una parola una canzone coraggiosa.
Troppo coraggiosa, perché se è vero che il paese è reale, la giuria demoscopica
dell’Ariston no, e vota a Sanremo le canzoni sanremesi così come applaude Povia
e fischia l’Arcigay perché deve farlo,
ovviamente dopo aver applaudito Benigni perché allo stesso modo deve farlo. E’ questo (purtroppo) lo spirito
dei tempi. Immobile, nostalgico e soprattutto soffocante. (Luca Barachetti)
