Dopo la calorosa accoglienza riservata a “Le labbra” e al recente ep 500, parliamo con Paolo Benvegnù di questo progetto musicale nato da una profonda inquietudine personale e dalla ricerca di una folle maturazione che ora sembra proprio raggiunta.
“500” è il tuo/vostro –
bisognerebbe trovare un aggettivo esatto – nuovo ep: nei dischi precedenti è
evidente come utilizzi la musica come una sorta di terapia, di indagine
all’interno del sé. Ora a che punto credi di essere del percorso d’indagine? Alla fine dell’educazione sentimentale dei Paolo Benvegnù e di Paolo Benvegnù,
visto che scrivo io, la fine meravigliosamente felice dell’educazione
sentimentale, per cui quando si finisce si può andare e guardare il mondo con
la giusta concentrazione e il giusto disincanto. Questa è la nostra fase in
questo momento. E della tua carriera
musicale, vista la scelta ormai “regolare” di alternare ep e dischi? Come uomo mi sento quasi risolto ed espresso,
come musicista sento che devo imparare tantissime cose e che come scrittore
devo imparare prima di tutto ad ascoltare. Da un lato la strada è molto lunga,
dall’altra le tre cose che dovevo capire della vita le ho già dette.
Ultimamente c’è questa serenità di fondo, di aver fatto quello che dovevo fare.
Perciò ci sta che cercando la canzone definitiva, un giorno venga e la smetta
di fare questo percorso. Molti smettono presto e son d’accordo con loro su
questo verso (risate, ndr). Oppure
no, posso continuare a fallire il colpo come mi è sempre successo ed andare avanti.
In realtà, questo è un problema davvero relativo. Penso di avere imparato tre
cose, che poi si raccolgono in una sola: essere saldamente al centro di ciò che
è stato, di quello che sarà, senza cercare di essere qualcosa di diverso. Ti sembra che in qualche
modo la tua musica possa prendere per mano l’ascoltatore in un percorso simile
al tuo, o comunque di analisi? Stranamente qualcuno mi dice che è così, e sento
una grande restituzione – per quanto mi impegni spasmodicamente nell’essere più
vicino possibile a quello che io penso sia la bellezza. È un privilegio
talmente grande quello di poter tenere per mano ogni tanto qualcuno che mi
sembra quasi troppo, e questo a volte mi imbarazza. Ormai sono finalmente
pazzo, e non so quanto sia giusto per qualcun altro esserlo: io sono finalmente
folle perché son riuscito a non aver paura di niente, e non so se questa è una
lezione da imparare, ma diciamo che un pizzico di sana insanità non fa male. Con il tempo, il tuo
timbro vocale si è decisamente ispessito: è una scelta che nasce da una
particolare esigenza, o hai adeguato la scrittura a questa evoluzione? Semplicemente, è che da ragazzo sono diventato
un uomo. Ho avuto uno sviluppo tardivo in ogni campo, per certi versi anche
fisicamente, perciò dalla voce di un ragazzo in formazione sono passato ad
avere una voce formata e quasi un po’ sfatta per il numero delle sigarette e
per il numero delle ore di sonno perso da dieci anni a questa parte. Perciò non
sto adeguando nulla a nulla: il più delle volte cerco di essere il più vuoto
possibile perché arrivino delle cose che siano il più possibile loro stesse, e
io sia un mezzo senza metterci troppo del mio afflato drammatico. Altre volte,
come nel brano 500, questa cosa è
riuscita, e quando riesce è il momento più bello del fare il musicista, insieme
al momento prima di fare un concerto, quando non sai se sarai o non sarai.
Ecco, due momenti che mi piacciono di più in questo mio monachesimo della
musica. A livello lirico c’è
molto di letterario, hai particolari influenze letterarie o di qualsiasi tipo? Non saprei, io sono paradossalmente abbastanza
illetterato. Ho dei punti cardine, ma sono libri e film che risalgono a tanto
tempo fa. Anche dal punto di vista strettamente musicale non ho una via
specifica e decisa, e nemmeno sono uno facile a innamoramenti improvvisi di
cose nuove. Anzi, tante volte perché mi impegno nel cercare di essere più vuoto
possibile, fa sì che non abbia il tempo di leggere o scrivere. Mi sento
illetterato, e assolutamente non intellettuale. Alle volte, le parole si
espongono con grazia, e io devo solo metterle sul foglio. Poi, per me in Italia
ci sono persone che scrivono cose ben più sublime e io ogni volta m’incanto. Qualche nome? Oltre ai nomi storici – penso a Fossati o a Marco Parente, che mi ha affascinato ed è un grandissimo scrittore –
ma in questo momento il genio della musica italiana è Alessandro Fiori, il cantante dei Mariposa, che adesso sta facendo un disco suo, e scrive come
nessuno in Italia, con una leggerezza e una profondità che è pari soltanto ai
geni. Io sono contento di essere suo contemporaneo. Ma ci sono tante persone
che scrivono bene, io quando le sento sono lì che mi incanto e dico «che
bellezza…». E ho sempre l’impressione di essere una montagna che partorisce un topolino. Nel disco prevale un’accezione
di amore visto come protezione: è per questo che hai incluso nuovamente Nel silenzio, che era già in “Le labbra”
e nell’ep “14-19”, anche se in versioni più crepuscolari? Nel silenzio è arrivato come un
pezzo precognitivo, senza che lo chiedessi, e mi sono detto «perché non rifarlo
ora che tutto quello che diceva quella canzone si è avverato? ». E ovviamente è
meno crepuscolare, perché quando passi attraverso un’esperienza, è un atto già
vissuto e diventa molto più leggero. Ora non sono così più concettuale per mia
grazia e fortuna, però in questo ci ho visto due cose fondamentalmente: che le
canzoni sono normalmente sempre più avanti a dove siamo noi, e che spesso mi è
capitato di scrivere cose che preconizzavano eventi poi successi, e questo è
stato talmente lapalissiano che ho chiesto agli altri di farne una versione più
leggera, per soddisfazione personale. In 75 giorni parli dell’amore come qualcosa di mai completamente
afferrabile, di costantemente contraddittorio, la cui bellezza sta nell’irraggiungibile.
Mi sembra una prospettiva particolare, se vuoi tutto il disco sembra voler
inseguire una non-realizzazione, un continuo interrogarsi, evitare la
staticità, anche musicale: è così? Sì, la ricerca dell’amore assoluto che può
essere per una persona, per il mondo o per se stesso – Carmelo Bene ha fatto una ricerca per tutta la vita sull’amore per
se stesso in maniera assoluta. Ora, non avendo mai avuto una casa, sto cercando
semplicemente una riva a cui approdare, nel senso che in questo momento sono un
naufrago che ha smesso di avere ansia di restare a casa: ora sto con questa
ragazza, sto benissimo e mi lancio in un crawl selvatico in qualche direzione.
La ricerca è sempre quello, io ho scritto solo e sempre di questo. Ogni tanto
ho capito concetti, o li ho capiti e dimenticati subito, che per me sono
importanti – l’amore metafisico che c’è in ogni cosa, la potenza che possiamo
sprigionare in quanto piccoli esseri umani – ma sono corollari di questa
ricerca, legata al fatto che l’uomo deve avere un sogno, deve poter pensare che
tutto sia possibile, almeno con chi sceglie di stare, tutto dev’essere un
sogno. E non perché così freghi la vita – perché la vita non la frega nessuno –
ma perché così si ha meno paura. Parlaci del disco
collettivo degli Afterhours, “Il Paese è reale”: Io e il mio amore è nata appositamente per la compilation? È stato un po’ un caso, perché dovevamo un po’
tenerlo, ma poi in quelle rare volte in cui mi metto a giudicare mi sto
antipatico più di quanto non mi stia normalmente. Quello è un pezzo in cui si
giudica un comportamento generale che ha sempre a che vedere con la paura:
cioè, non avere la volontà di fare delle scelte, anche per egoismo, per tenere
le cose vicino a te. Il pezzo è nato così: stavo dormendo, mi sono svegliato
con il putiferio in testa, l’ho registrato e son tornato a dormire. È stato
molto naturale… non che sia particolarmente fiero di una cosa del genere,
perché parla del chiudersi in ciò che si ama, nella propria solitudine. Ma la
vera vita è quella da passare con tutto quello che c’è intorno a te. Per questo
ho un rapporto strano con questo brano. Poi quando Manuel (Agnelli, ndr) mi ha
chiesto il pezzo sono stato contento, perché così almeno ho fatto parte di una
cosa che non è proprio prettamente legata alle “Labbra”, a “14-19”, insomma a
questa parte dell’educazione sentimentale di Paolo Benvegnù. E poi mi piace
perché è la prima volta che scrivo un pezzo così semplice, son quattro accordi…
da questo lato è un passo avanti, dall’altra parte è un passo indietro, perché
a me piace stare in compagnia. È una canzone
particolarmente rabbiosa, anche qui c’è il tema della vitalità magmatica,
sfuggente, se vuoi più politica di molte canzoni più palesemente “politicanti”. Ma questo sicuramente, io l’ho scritto per una
persona e per una serie di cose che vedo: il popolo italiano si deve svegliare,
deve saper scegliere, fare scelte anche impopolari, deve muoversi in maniera
diversa. Questo è un paese di codardi da sempre: «o Francia o Spagna purché se
magna», si diceva durante la Guerra dei Cent’anni. La cosa è ancora così, siamo
in questo secondo ventennio e non ci si ricorda di quello che è successo nel
primo ventennio, ma prima eran tutti con quello che è stato impiccato in
Piazzale Loreto, il giorno dopo eran tutti contro di lui. Ovviamente, io ho la
mia opinione su quel periodo storico e su questo periodo storico, ed è
un’opinione piuttosto stigmatizzante, ma bisogna prendere posizioni, adottare
un’etica, sapere o cercare di sapere cosa si vuole dalla propria vita, cosa fa
star bene te e le persone che ti vogliono bene. È incredibile come nel 2009 si
progettino degli iPod con il vibratore anale (risate, ndr), mi sembra assurdo… se ci pensi, l’uomo è l’animale
più fortunato che ci sia stato, al di là perché domina il mondo – in maniera parziale,
come vedi coi terremoti… – e potrebbe quantomeno sovvertire la crudeltà della
natura, ma non lo fa, si comporta ancora peggio. Io non voglio dire che sono un
uomo giusto, ma alcune cose le ho capite. Parlaci un po’
dell’esperienza del “LiveCast tour” che avete appena terminato. Qual è il tuo
rapporto con il web? Che fine faranno le canzoni inserite sul blog? In questo momento ho il computer rotto, e quindi
non ho rapporti… Ho avuto un rapporto più stretto, ma preferisco la vita reale
e le persone. La cosa bella è che fai in modo che ci sia una conoscenza
maggiore, per quanto alle volte non completamente veritiera: il “LiveCast” è
bello perché una volta ci pensava la tv generalista a far vedere chi suonava in
determinata situazione. Ora non ci sono più, tranne situazioni in stile
karaoke… va benissimo, ma il LiveCast prende le trasmissioni della Rai tipo “Senza
Rete”, con l’orchestra, il cantante, e la gente ascoltava in auditorium. La
situazione si è spostata sulla Rete, anche se ha meno spazio. È molto bello
perché dà anche idee nuove. Per quanto riguarda i pezzi messi su Internet,
visto che sono delle boutade le mettiamo in un cassetto da dove non usciranno
mai. Son pezzi ironici che vengono fuori quando facciamo spettacolini con
giornalisti, idraulici, marinai, li teniamo lì e li cantiamo fra di noi, ma non
ci divertiamo molto, perché pensiamo che non sian molto divertenti. Avete live o altri
progetti in cantiere per i prossimi mesi? Saremo in giro a suonare
tra primavera e estate. Progetti, beh, il mio progetto è essere il più
possibile essere una persona giusta, e scrivere canzoni nella maniera più
consona a me. Spero di arrivare a un disco definitivo, e poi vivere una vita un
po’ diversa: questa è una vita bellissima ma anche dispendiosa, io non ho una
vita mia, e questo fa in modo che abbia pensieri meno brillanti e leggeri di
quanto dovrei avere. Spero nel disco definitivo, ma tanto lo sbaglierò (risate, NdR).
Paolo Benvegnù
