Forse semplificando (o complicando, chissà?), Roberto Bonati (Parma, 1959) ha vissuto (finora) due vite, musicalmente parlando: una da musicista in senso stretto, che ovviamente prosegue tuttora, l’altra come direttore artistico, nello specifico di ‘Parma Jazz Frontiere’, che festeggia quest’anno il trentesimo anniversario. Di entrambe disquisiremo in questa chiacchierata, avvenuta proprio in uno dei luoghi che hanno ospitato l’edizione 2026 della rassegna, la Chiesa di San Vitale, una primizia, decisamente felice, opportuna, fra i tanti luoghi che in questi trent’anni hanno aperto le porte a Frontiere. Ne parleremo, ovviamente, veleggiando su una serie di punti, con un finale specificatamente dedicato alla voce, elemento evidentemente molto caro ai nostri lettori. Partendo, ovviamente, dal trentennale di cui sopra (che curiosamente, e felicemente, è lo stesso di questa nostra Isola di musicofili incalliti). Et voilà, dunque.

Allora: trent’anni di ‘Parma Jazz Frontiere’. Provo a fotografare il momento in cui, nel 1996, è nata la rassegna: tu sei parmigiano, com’è noto.
Sì, parmigiano, ma praticamente fino a quando è nata la rassegna ho vissuto a Milano.
Esatto. E più o meno con l’inizio della rassegna hai avuto la cattedra al conservatorio Arrigo Boito, e magari anche per questo sei rientrato a Parma.
In realtà ho iniziato a insegnare in conservatorio nel ’94, dopo di che sono stato convocato dall’assessore alla cultura del comune di Parma per organizzare una rassegna estiva che si chiamava ‘Piano &…’, cioè concerti con un pianista abbinato a un altro musicista, ovviamente non pianista, tipo Stefano Battaglia con Claudio Fasoli, io con Franco D’Andrea, eccetera. Risultato: quattro concerti estivi nel ’95, andati molto bene, per cui io sono tornato dall’assessore per proporgli, l’anno dopo, di fare qualcosa di più. Lui mi ha detto: “se trovi i soldi…”.
Li dovevo trovare io, cioè. Per cui feci una domanda alla Fondazione Monte di Parma, che la accettò. Era il momento in cui le fondazioni, invece che elargire soldi a pioggia, iniziavano a investire su progetti più mirati, che potessero avere anche un futuro. Quindi la fondazione diventò sponsor unico del festival, all’inizio, mentre il comune ci fornì un ufficio dove lavorare, ma già dal ’97 iniziò a mettere anche qualche soldino, con l’amministrazione del Teatro Regio. Questo fino al 2000, quando ci siamo associati appunto come Parma Frontiere, visto che il Teatro Regio non intendeva proseguire. I concerti si svolgevano al Teatro Due. Nel frattempo io fin dal ’96, come dicevo, mi ero trasferito a Parma.
Mi dici due o tre punti fermi su cui è nata ‘Parma Frontiere’, intesa come rassegna prima che come associazione?
Intanto favorire delle produzioni e quindi commissionare dei lavori ai musicisti, soprattutto europei, anche attraverso un rapporto con le tradizioni folkloristiche dei vari Paesi, il tutto rivolto quindi in primis ai musicisti che avevano creato un suono europeo all’interno del jazz e della musica improvvisata.

Quindi, per capirci, alla prima edizione chi avete invitato?
Louis Sclavis, Trovesi, forse anche Gaslini, il trio Neji, e poi anche una produzione originale dedicata alle percussioni con Anthony Moreno, Andrea Dulbecco e Fulvio Maras. Poi nel ’97 riunii la Parma Frontiere Orchestra, che vive tuttora, per una produzione su Gershwin, un mio riarrangiamento di Porgy & Bess. Le cose su cui più insisto, quindi, sono la produzione, innanzi tutto, la formazione, quindi il coinvolgimento di giovani musicisti, perché fin dalla prima edizione avevamo creato uno ‘Spazio nuove proposte’ che coinvolse via via i vari Antonio Zambrini, Alberto Tacchini, Mirco Mariottini e tanti altri, e poi l’ospitalità di musicisti già affermati che si sono mossi sulla linea che ho appena descritto. Quindi una linea non mainstream, anche se ci sono state anche delle eccezioni, tipo Johnny Griffin.
Hai citato due musicisti che hanno contato parecchio nella tua storia di musicista, anche proprio di contrabbassista, perché in quegli anni tu militavi contemporaneamente in due dei più importanti gruppi italiani, l’ottetto di Gianluigi Trovesi e i gruppi di Giorgio Gaslini, primo fra tutti il Globo Quartet. Che tipo di palestra è stata?
È stato un periodo per me molto importante, che mi ha visto ben presente sulla scena internazionale, ma comunque pur sempre di apprendistato, in qualche modo, perché io avevo una trentina d’anni e ho assorbito molto da entrambi, che guarda caso hanno avuto anche una storia comune fra loro. Poi io nel ’94 feci il mio primo disco, “Silent Voices”, in quartetto con Stefano Battaglia, Riccardo Luppi e Anthnoy Moreno, con una bella attività live che ne è seguita.
In realtà io ti conoscevo già da diversi anni come membro del trio di Mario Piacentini, sempre con Anthony Moreno alla batteria.
Sì, quel trio è nato nel 1987 con “Canto atavico”, che è stato ristampato di recente solo a nome di Mario, ma in realtà si trattava di un trio comunitario. Anche con quel gruppo abbiamo girato parecchio, pure in Spagna.
Tornando alla rassegna, io ci sono arrivato per la prima volta nel 2000, e subito l’anno dopo, in un freddo polare (si era appena prima di Natale), ricordo quella che per me è stata l’edizione più memorabile del festival, nell’anno europeo della musica, con Portal, Surman, Trovesi, l’ICP Orchestra, il Kollektief di Willem Breuker, quindi veramente il gotha di un certo jazz europeo, quello che tu descrivevi prima.
Certo, poco americano.

Tre serate belle fitte, due set per volta e via andare. Poi, poco a poco, vi siete allargati, fino a coprire diversi mesi con qualche decina, anche, di concerti. Per esempio quest’anno siete partiti il 12 settembre e chiuderete il 04 novembre. Da cosa è nato questo nuovo indirizzo?
Dalla disabitudine che c’è qui a stare per tre giorni chiusi dentro un teatro, anche perché c’erano già allora eventi collaterali, mattutini, pomeridiani, a cui a volte il pubblico era scarso. Tutto ciò è anche un po’ massacrante: sale diverse, spostamenti… E quindi abbiamo iniziato a dilazionare, ad allargare i tempi, anche per essere più presenti sul territorio, uscendo via via anche da Parma città.
Quindi non c’era un’esigenza chiamiamola politica, da parte del comune, per esempio.
No, più da parte nostra. Anche perché magari se uno viene a sentire un concerto oggi, è più facile che torni fra dieci giorni che non domani.
Passiamo alla seconda parte della nostra intervista: il tuo rapporto con la voce, da compositore, da leader, se vuoi anche da direttore artistico, visto che la usi spesso.
Sì, la uso spesso perché è lo strumento più bello che ci sia. E poi c’è un mio interesse specifico per i testi, anche come elemento evocativo.

Sì, ne hai fatto un uso frequente e molto variegato, nel corso degli anni, da testi sufi ad Attilio Bertolucci, da Shakespeare a Moby Dick, a svariate altre cose ancora.
Infatti, l’ultimo con l’orchestra, presentato proprio in questa edizione del festival, è su San Francesco, a ottocento anni dalla sua morte. Ho preso delle parti dal Cantico delle creature e lì ho inframezzati con testi di Rilke e di Santa Chiara.
Quindi ancora la voce, sempre al femminile.
Fino ad ora sì, però ultimamente mi è venuto in mente di usare magari anche una voce maschile, un baritono, anche alternandole. Magari verrà fuori un’opera, prima o poi…
Però è vero che la voce femminile generalmente è più duttile e più evocativa.
Sì, certo.
Oltre a essere forse più attenta, più permeabile nei confronti di ciò che interpreta.
Può essere.

Matrici e riferimenti specifici, in ambito vocale?
Sicuramente Demetrio Stratos, poi mi vengono in mente due dischi di Tamia con Pierre Favre, quindi cose di taglio molto “contemporaneo”, ma anche i Concerti sacri di Duke Ellington, su cui ho lavorato. Poi c’è tutta la tradizione lirica e sinfonica, Mahler, Schubert, la liederistica… Tante cose, più sul versante classico che non su quello jazz, probabilmente. Ma anche Betty Carter e tutta una vocalità femminile che va da Joan Baez a Joni Mitchell, per esempio. Poi ai tempi del liceo amavo molto Crosby Stills Nash & Young.
Quand’è che hai iniziato a usare la voce nelle tue composizioni?
Fin da quando è nata l’orchestra: in Porgy & Bess c’erano Laura Conti e Lucia Minetti, che poi ha fatto tante altre cose con me. Quindi Cinzia Spata, Diana Torto, anche in duo, giù giù fino a oggi.

In chiusura ti chiedo come procede l’etichetta discografica che da un po’ di anni affianca la rassegna e l’associazione Parma Frontiere.
L’etichetta intanto era nata per documentare l mie produzioni, dopo di che si sono aggiunti anche altri artisti, per lo più legati al festival e spesso con produzioni registrate in seno allo stesso. Quindi documentare il lavoro fatto, far uscire i dischi ed essere padroni della propria musica senza dover passare sotto troppe forche caudine. Dopo di che se ci sarà qualche etichetta importante interessata alle nostre cose, ben venga.
Nel dettaglio, cosa sta per uscire o è appena uscito?
Ci sono diverse cose che bollono in pentola: un lavoro su ‘Cuore di tenebra’ di Conrad, uno su Calvino, uno sull’acqua… Nel frattempo sta uscendo il lavoro su Gaza che abbiamo portato l’anno scorso in rassegna con l’orchestra, ‘Be a Candle in the Darkness’. Dopo di che sto pensando a un nuovo lavoro in solo e a un secondo col trio Madreperla, con Luca Perciballi e Gabriele Fava. Ci stiamo lavorando, senza imporci tempi troppo stretti.
A questo punto, per chiudere, urge una postilla, a proposito del cd orchestrale appena citato, che documenta una suite molto ispirata, conchiusa, elegantissima (tratto costante, questo, nella produzione bonatiana, e più in generale in ciò che si ascolta di preferenza al festival), col recupero di presenze storiche dell’orchestra, a cui da qualche anno Roberto Bonari ha affiancato una seconda sua creatura, la Chironomic Orchestra, più votata all’improvvisazione, o meglio alla conduction, con un organico quasi interamente diverso. Ci riferiamo ai vari Riccardo Luppi, Mario Arcari, entrambi polistrumentisti, al trombettista svizzero Michael Gassmann, e poi ancora Paolo Botti e Roberto Dani, accanto a nuove colonne come i citati Perciballi e Fava.
E la storia, ovviamente, continua.
Foto di Alberto Bazzurro
Roberto Bonati
