Fragili Meravigliose Città è il racconto di un ritorno, nato in quel tempo sospeso in cui non si pubblica nulla ma si continua ad ascoltare tutto: le strade, le voci, i cortili. E soprattutto le crepe, che sono sempre il posto migliore da cui far entrare la luce. Un disco che ti cammina accanto e, nel farlo, ricorda che le cose più belle — come le città, come le canzoni, come certi ritorni — sono quasi sempre anche le più fragili.

Questo disco nasce dopo un lungo silenzio discografico: che rapporto hai oggi con quel silenzio? È stato una protezione, una necessità o una forma di ascolto?
Era un silenzio evidentemente necessario. È nato tutto nel periodo del Covid: in quel momento così carico e drammatico ho sentito l’esigenza di staccarmi dal mio “avatar artistico” per soffermarmi sulla quotidianità. In quella fase, significava soprattutto prendersi cura del mio bambino appena nato e della mia famiglia, oltre a sistemare la mia situazione lavorativa. Ma, come mi accade ormai da anni, la musica è tornata a bussare, portando con sé la voglia di ripropormi e, se vogliamo, anche di rinascere.
Descrivi “Fragili Meravigliose Città” come un lavoro imperfetto e vivo: che valore ha per te l’imperfezione nella scrittura e nella produzione?
In questo disco ho dovuto accettare la fragilità. Da una parte era dettata dal momento, dall’altra dall’incertezza sulla mia stessa scrittura: quando manchi per qualche anno in un mondo musicale che corre e si aggiorna alla velocità della luce, è normale perdere il contatto e un po’ di sicurezza. I primi provini, infatti, non erano granché. Il produttore Ale Bavo mi ha aiutato con il suo approccio a ritrovare la verve migliore, spingendomi a continuare a scrivere; i provini successivi erano decisamente migliori e hanno dato il La al disco. Considero questo lavoro “orgogliosamente imperfetto” perché rappresenta bene il momento che ho vissuto e che, in fondo, proviamo tutti: siamo fondamentalmente creature fragili e meravigliose, proprio come le nostre vite.

Torino attraversa tutto il disco senza mai diventare una cartolina. Che tipo di città volevi raccontare, e soprattutto: che tipo di città ti ha restituito questo album?
In parte continuo a vivere la città con l’occhio del provinciale del Sud che si è trasferito nella grande città del Nord. Ti giuro che mi capita ancora di prendere la macchina per andare da qualche parte ignorando il fatto che dovrei partire mezz’ora prima solo per trovare parcheggio! Nonostante gli anni, vivo ancora la città così, ed è per questo che continua ad affascinarmi: il fatto di potermi dedicare a qualsiasi interesse, seguire grandi eventi, avere alla portata stadi di serie A o incontrare gente di ogni tipo continua a sorprendermi. È quello che ho voluto fare nel disco: mettere insieme più persone e creare un lavoro “itinerante”, motivo per cui è stato curato da più produttori in diversi studi di Torino. La città mi ha dato la possibilità di fare tutto questo, esprimendomi in completa libertà di movimento.
Molte canzoni sembrano, anzi sono – come hai raccontato tu stesso – nate camminando. Quanto conta il movimento — il camminare, il perdersi — nel tuo processo creativo?
“Camminare senza chiedersi perché”, cantava Paolo Benvegnù nel suo capolavoro Cerchi nell’acqua. È un’azione potente. Oggi sembra quasi una perdita di tempo, in una società sempre a caccia dell’ottimizzazione e della meta da raggiungere a ogni costo. Invece dovremmo dedicarci del tempo, anzi, “perdere tempo” per ritrovare la bellezza. Anch’io sono schiacciato da tutto questo, ma ci provo, adoro passeggiare e così a volte percorro la città per ore osservando con occhi diversi luoghi e persone. Essendo introverso, preferisco l’osservazione all’azione; sono sempre a caccia di “personaggi”, persone che sanno esprimersi senza filtri e che si distinguono per carisma o eccentricità. Forse cerco l’opposto di me, che invece pondero sempre ogni parola e ogni movimento.

Ritorno a casa parla di radici e pacificazione: cosa significa oggi “tornare” per te? È un luogo, una persona, una condizione emotiva?
Mi piace definire quel brano una preghiera laica. È un testo senza tempo nato dalle bellissime poesie di Vanni La Guardia e cantato con Anna Maria Stasi, entrambi dei CFF e il Nomade Venerabile, una band pugliese che per me è da sempre un riferimento. Con le nostre storie e le nostre canzoni cerchiamo sempre di costruire una casa in cui accogliere le persone che amiamo e con cui condividiamo il percorso della vita. Per me “tornare” significa trovare quel luogo che ha il “respiro gentile e leggero” e che ha un nome preciso: Fragagnano. È quel paesino in provincia di Taranto che per me significa famiglia, affetti e amicizie profonde; nonché il posto che mi riconnette con il me bambino e che mi ricorda profondamente chi sono.
Se dovessi scegliere un luogo preciso — reale o immaginario — che rappresenta “Fragili Meravigliose Città”, quale sarebbe?
Ti do una risposta cinematografica: sceglierei un’inquadratura fissa sulla vetrina di un bar, puntata su un tavolino dove, durante la giornata, si avvicendano persone diverse: una coppia di anziani che prende il caffè, degli universitari che preparano un esame, una coppia che decide di lasciarsi, un gruppo di amici che fa aperitivo. Sorrisi, lacrime, voglia di futuro o nostalgia. Insomma, la vita che scorre.
Cosa speri resti a chi ascolterà questo disco tra qualche anno, quando la città — e forse anche tu — sarete diversi?
Spero che resti la sensazione di aver passato un po’ di tempo in compagnia di canzoni piacevoli, capaci di raccontare qualcosa della propria vita.

(foto tratte dai social ufficiali dell’artista)
Salvario
