Dal sole della Sicilia alla brina della Svizzera, il salto potrebbe essere quasi mortale ma lui, Pippo Pollina, lo ha superato con grande abilità, divenendo un artista stimato ed apprezzato in luoghi che hanno visto passare tanti emigranti del nostro Paese. Inquieto ed attento alla realtà circostante, sociale e politica, il cantautore isolano ex Agricantus ha sempre cercato di trovare idee nuove, liriche originali, temi su cui concentrale l’attenzione. Come nell’ultimo lavoro Caffè Caflisch realizzato con Linard Bardill, disco che ci fa da spunto iniziale per questa bella chiacchierata.
A modo suo il tuo ultimo lavoro “Caffè Caflisch” è, come anche dici nelle note di copertina, un
bisogno di riflessione intorno al tema delle migrazioni, del chi è straniero
ora/ieri/domani, in funzione di quello che la società costruisce come pensiero.
Ma chi è per te “lo straniero”
ed in te riconosci “uno straniero”? Bisogna fare delle distinzioni perchè non dappertutto il tema
immigrazione è oggi vissuto alla stesso modo. I paesi Europei che hanno una
tradizione di forte immigrazione e che, quindi, l’hanno vissuta a partire dalla
fine della seconda guerra mondiale si sono già attrezzati ed hanno attuato
delle politiche di integrazione molto lungimiranti. I francesi, gli inglesi e i
tedeschi hanno vissuto già ciò che noi oggi osserviamo, tra mille difficoltà,
nel nostro Paese. Si pensi alle nazionali di calcio transalpina e britannica
che sono composte oramai dalla maggioranza di uomini venuti dal Maghreb,
dall’Africa centrale e dalle Antille. Solo che, notoriamente, l’Italia è un
paese che non funziona in maniera molto razionale e, per riuscire nell’intento
di far convivere più culture e mentalità, più religioni etc. ,. è necessario non
soltanto promulgare leggi assolutamente democratiche e giuste ma, anche, farle
rispettare. Quindi, non funzionando di suo l’amministrazione, la giustizia, la
sanità e quant’altro, è ovvio che saranno favoriti facili razzismi e
politiche filo-xenofobe. Si approfitterà. Quindi, delle violenze di taluni
stranieri, già criminali a casa propria, per soffiare sul fuoco. Io mi sento
straniero a casa e in quasi tutto il mondo. Quando mi domandano da dove vengo
dico sempre che sono un Italiano di Sicilia che vive in Svizzera. Il brano Lampedusa
richiama fortemente al tema di cui abbiamo appena parlato. Quanto è stata
importante la tua provenienza geografica perché il bravo Linard Bardill componesse questo
brano? Con Linard siamo spesso stati in giro in Sicilia e le notizie
provenienti da Lampedusa hanno comunque fatto il giro del mondo. Si prepari
l’Europa, e l’Italia in primis, ad un esodo di proporzioni bibliche perchè si è
innescato un meccanismo che non si fermerà con il semplice rimpatrio forzato di
questa gente. Il cosiddetto primo mondo ha il dovere di sobbarcarsi le problematiche
dello sviluppo dei paesi fratelli dell’Africa e dell’Asia altrimenti si
scatenerà una guerra tra ricchi e poveri che sarà ricordata per l’eternità. Non
possiamo pretendere di sfruttare vita natural durante le risorse minerali e
umane dei paesi del Terzo e Quarto mondo senza poi pagarne, in qualche modo, le
conseguenze. Si aiutino i cittadini di questi Paesi tribolati a vivere
degnamente a casa propria e vedrete che non avranno alcun interesse a trovare
casa nel varesotto come nel triveneto, nel Baden Würtennberg oppure nella zona
industriale di Lille. Aperto dal suono dell’organo Anni
Settanta è un viaggio straordinario e poetico dentro un periodo
della nostra vita, personale e collettiva. A te che cosa anno lasciato, nel tuo
essere persona ed artista, quegli anni? Guarda, se debbo essere sincero io gli anni settanta li ho vissuti nel
chiuso della mia stanzetta, nelle immaginazioni che libri, dischi e film mi
davano di quel periodo storico…. negli scontri incomprensibili che durante i
primi anni del liceo vedevo all’entrata della scuola, quando ancora le parole
comunismo e fascismo abitavano nelle dialettiche infervorate dei nostri
fratelli maggiori. Mi ricordo
gli ultimi anni settanta, quelli del delitto Moro, dell’omicidio di Peppino
Impastato, delle Brigate Rosse che colpivano senza intuire di non essere vox populi. Ma ricordo soprattutto le
idee che diventavano ideali. Credevamo nella giustizia e nell’uguaglianza. Si
parlava di cose affascinanti come cambiare il mondo. Non ambivamo alla
ricchezza ma ad una società più giusta, migliore. Il nostro sogno non era la
notorietà né l’opulenza. I nostri eroi non erano quelli della tv ma si chiamavano
Ghandi, Che Guevara, Martin Luther King. La nostra musica era Jimi Hendrix,
Leo Ferrè, Victor Jara, Janis Joplin, Jacques Brel,
Georges Brassens, Fabrizio De Andrè… i nostri eroi sportivi erano Cassius
Clay, in prigione perchè non voleva andare a combattere in Vietnam. I nostri
miti erano Tommy Smith, espulso dalla nazionale americana di atletica leggera perché,
dopo avere vinto i duecento metri alle olimpiadi di Città del Messico, durante
l’inno statunitense alzò il pugno con il guanto nero del Black Power. Io ho
vissuto i miei venti anni durante gli anni ottanta ed ero un disadattato. Mi
rifugiavo nelle cose in cui credevo e ancora oggi credo. Studiavo dalla mattina
alla sera. Imparavo le lingue ed a suonare, leggevo di storia e filosofia, di
arte e archeologia. Erano gli anni che, a partire dalla disco music del film “Saturday
night fever”, avrebbero introdotto nella
società un clima di disimpegno e di vacuità insopportabili. Rosegarte e Ci sarà sono due belle canzoni d’amore che ci fa venire il
desiderio di essere condotti nella bottega artigiana dentro cui tu costruisci
queste canzoni. La premessa è per chiederti quanto è profondo il mondo emotivo dal
quale attingi l’ispirazione per i tuoi brani più propriamente d’amore…La dimensione emotiva è quella ideale per creare. Tutto è amore. Anche
quando esso assume i connotati della rabbia, della tristezza, della malinconia,
del distacco. E’ il territorio nel quale galoppa il gene della fantasia. L’amore
non è mai banale; forse è banale il modo attraverso il quale pretendiamo di
descriverlo o di decantarlo. Nella recensione del tuo “Caffè
Caflisch” adombravo un interrogativo e cioè che questo album fosse anche
da interpretare in veste politica. Ma tu, sotto certi aspetti, da giovane hai
fatto politica. Vuoi ricordarci l’esperienza fatta al tempo in cui hai
collaborato con la rivista “I Siciliani” e che cosa quel periodo ha
rappresentato nella tua crescita umana? A modo nostro abbiamo costituito un’esperienza irripetibile e non
ripetuta nell’ambito del giornalismo italiano. Altri tempi ed altre storie mai
dimenticate da tutti noi, quelli che erano in prima linea e coloro (tra i quali
mi pongo anch’io) che stavano facendo apprendistato. Chi era a quel tempo in
grado di scrivere con nomi e cognomi, con fatti e documenti alla mano come si
faceva nelle pagine del mensile I Siciliani? Nessuno. E chi aveva l’incoscienza
di mettere in gioco la propria vita, così come se nulla fosse, senza pensarci
due volte? Quando Giuseppe Fava fu ucciso da Cosa Nostra, i pentiti di mafia
non avevano ancora “cantato” e il maxi processo di Falcone e Borsellino non era
stato ancora istruito. Il legame fra Cosa Nostra e lo Stato italiano, nelle
persone di decine di uomini politici che rivestivano continuamente alte
cariche, non era ancora stato adombrato. Ma di questo si scriveva già in
abbondanza nelle pagine di quel giornale. Per quanto mi riguarda, poco dopo
l’assassinio di Giuseppe Fava, feci la mia valigia e lasciai l’Italia. Linard Bardill è la persona che ti ha scoperto oltre
vent’anni fa. Quale è il collante che ci lega artisticamente e com’è nata
l’idea di “Caffè Caflisch”? Conobbi Linard per caso. Da un anno ero in giro per il mondo
suonando in strada e vivendo di ciò che riuscivo a raccogliere quà e là. Durante
un breve soggiorno in Svizzera feci una sosta a Luzern e lui, quel pomeriggio
mi sentì cantare nel centro storico. Due chiacchiere, un caffè. Nacque così un’amicizia
che dura da ben ventitrè anni… E’ l’amicizia che ci porta sul palco insieme
al desiderio di condividere ancora nuove esperienze. Tutto qui. La musica è il
mezzo che ci consente di comunicare ad un altro livello. L’idea di “Caffè
Caflisch” nacque l’estate passata quando ragionammo ad alta voce su questa famiglia
svizzera del cantone dei Grigioni, i Caflisch, appunto, che venne
a vivere a Palermo agli inizi del novecento durante un forte flusso di
emigrazione dalla svizzera (!). Ci andavo spesso a prendere il caffè durante
gli anni ottanta e Linard viene dalla stessa valle dei Caflisch. Curioso, no? Quanto la tua esperienza nel gruppo degli Agricantus è stata importante per la
tua successiva carriera di cantautore e per quali ragioni? L’esperienza Agricantus è stata importante per quanto attiene
all’impiego e allo sviluppo della disciplina per la realizzazione di un
progetto. Dal 1979 alla fine del 1985 abbiamo fatto almeno quattrocento
concerti in Italia e all’estero. Eravamo giovanissimi ma avevamo una capacità
di apprendimento e di lavoro assolutamente fuori dal normale. La nostra
compattezza era talmente forte che risultava all’esterno quasi patologica
proprio perchè eravamo di una gioventù disarmante ma parlavamo e agivamo come
fossimo uomini consumati ed esperti. Insieme agli Agricantus ho vissuto
l’ultima grande stagione della musica popolare siciliana prima che alcuni dei
suoi più importanti esponenti scomparissero (Rosa Balistreri, Ciccio
Busacca, Ignazio Buttitta…). Sei stato un musicista di strada nel Nord Europa. Che cosa ricordi di
positivo e di negativo in quella esperienza così particolare per chi, come
artista, vuole essere ascoltato? La mia esperienza è stata un modo cosciente di interpretare la vita. La
musica era e doveva rimanere un ponte sul quale uomini e donne di altra lingua
e razza potevano avvicinarsi a me e viceversa. Fare musica di strada voleva
dire interpretare con la filosofia del presente un’esistenza invece di norma
proiettata nel futuro: non importa né dove né cosa farò domani, mi dicevo. E
così è stato per quasi tre anni. Non c’è nulla di negativo, per quanto abbia
avuto anche a che fare con ladri e assassini nelle mille storie che potrei
raccontarti. E non ho girato solo il nord Europa, ma anche l’est, quando il
muro di Berlino era ancora ben eretto, il nord Africa e il nord America. Tu sei famoso nel paesi di lingua tedesca e poco conosciuto (a parte
chi segue i percorsi della canzone d’autore) in Italia. Dato che per me (e
credo per mille altri… ) questa situazione rimane un mistero, ci vuoi dare la
tua “versione dei fatti” o, almeno, un motivo per cui ciò è avvenuto? Non sono molto d’accordo con te e vorrei spiegare bene il mio pensiero
perché è necessario bisogna fare la differenza fra quello che è conosciuto e
quello che è popolare, senza dimenticare che non tutto ciò che è popolare è
anche proporzionalmente ben apprezzato. Io ho scelto, per ora, di vivere
all’estero ed in questo modo godo di tante opportunità professionali in quei
paesi dove sono oggetto di attenzioni e grande benevolenza. In Italia le cose
funzionano in modo diverso. Tutto va avanti attraverso quel bagaglio di
conoscenze e opportunità che si presentano solo se nel territorio ci vivi. Devi
frequentare salotti, farti conoscere, fare amicizie… anche nell’ambito dei
festivals, è chiaro. E’ normale, umano tutto ciò. Poi magari succede che a
comporre un’opera sulla strage di Ustica, l’associazione dei parenti delle
vittime insieme al produttore Teatri Emilia Romagna, Ruggero Sintoni, chiamino
me anziché altri colleghi dal nome ben più noto. Detto questo, però, debbo
dirti che in tutta Italia ho la fortuna di avere dei sostenitori molto
affettuosi e sorprendentemente ben preparati. Si dice che si tratta di un pubblico
di nicchia? Bene, io so solo che in qualunque città d’Italia ci sono duecento
persone che mi aspettano, da Palermo ad Aosta (come diceva De André) e
che conoscono molto bene il mio repertorio. Pagano un biglietto d’ingresso e
fanno a gara per diffondere la mia musica. So anche che molti di quelli che
vanno al festival di Sanremo o che tutti riconoscono per strada non riescono ad
andare in tour teatrale, in inverno, perchè non hanno un pubblico pagante. E
questo la dice lunga su come sia stato gestito politicamente ed in modo
clientelare tutto l’universo che sta attorno alla musica e ai concerti in
Italia. Dovendo scegliere una canzone, oppure un album, della tua produzione
che possa riassumere la tua cifra artistica, quale sceglieresti e perché? Laddove la malinconia non è la tristezza, bensì è una visione passionale
del dolore, la sua volenterosa sublimazione allora direi la canzone Due di due. Poi, per quanto
concerne l’album forse appunto quello che fa’ riferimento all’opera per le
vittime della strage di Ustica, “Ultimo volo”. Tu che hai una visione senz’altro più ampia dell’Europa rispetto
all’italiano medio come vedi percepita, all’estero, la crisi economica e la
recessione in cui ci siamo infilati? E quali i colpevoli, secondo la vox
populi del Nord Europa? In generale la crisi ha connotazioni internazionali ed ha a che fare con
una allegra gestione delle risorse e lo pseudo arricchimento avuto nell’ultimo
decennio dall’illusione virtuale delle borse. Quando qualcosa crolla
allora porta nel suo disastro come un effetto domino, ogni altro ambito
economico. Detto ciò, l’Italia è lo zimbello d’Europa e non solo. Oramai non si
disperano più né fanno alcuna ironia. C’è solo incredulità e dall’altra parte
direi smarrimento, poiché l’Italia è un paese benvoluto dagli europei. Ma
Berlusconi non se lo spiega proprio nessuno: non se lo spiegano i laburisti né
i conservatori, non se lo spiegano i liberali né i socialisti. Nessuno. E non
fidatevi delle balle che vi vengono raccontate nei giornali e nei media
italiani. L’Europa è annichilita dall’incredulità che gli italiani si siano
affidati a chi di fatto intende normalizzare un certo tipo di delitto e di
reato. A chi diffonde la cultura della furbizia e della corruzione a tal punto
da legiferare in modo da renderlo immune da attacchi. Questo in qualsiasi Paese
europeo non succederà mai, pena una sommossa popolare. E in Italia? Uno
strategico disegno politico è riuscito ad abbassare il livello culturale e
intellettuale di un popolo anestetizzandolo attraverso la diffusione di certi
modelli. I mass media hanno responsabilità capitali da questo punto di vista ed
oggi fanno degli italiani ciò che credono sia meglio per loro. Reputo “Il giorno del falco”
e “Dodici lettere d’amore” due
tra i migliori album degli ultimi vent’anni per intensità (“Il giorno del falco”) e per
originalità (“Dodici lettere
d’amore”). Vuoi raccontarci qualcosa su questi tuoi due lavori? Che dirti, innanzitutto grazie… Sono nati quando ancora non avevo fatto
il mio ritorno artistico in Italia, nel 1995 e 1997. Volevo fare dei dischi
dove la dimensione sonora fosse quella di un miscuglio elettro-acustico. La
chitarra classica e quella synth, gli archi e l’hammond, la batteria e il
tamburello, l’arpa celtica e il basso elettrico a sei corde. Una sorta di
sintesi fra generi nati da emigranti europei in america latina (il tango, la
bossa nova, il mambo etc…), e le nostre tradizioni cantautorali più nobili. Infine ci dici il libro che ti ha dato una visione diversa della vita
ed il disco che quando lo riascolti… Il disco che non dimenticherò mai è del 1979, credo… è l’incontro tra
la poesia di Vinicius de Moraes, il chitarrista brasiliano Toquinho
e la voce straordinaria di Ornella Vanoni di quel tempo. Una cantante che se si fosse amministrata in
modo diverso sarebbe celebre come Edith Piaf e invece… Il disco è
appunto “La voglia , la pazzia, l’incoscienza , l’allegria”. Il libro… ce ne
sono tanti sai…? E ho smesso di leggere da un pezzo…. (ma noi non ci crediamo…ndr).
Pippo Pollina
