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Durante le giornate del Premio Tenco, in pomeriggi affollati tra soundcheck, presentazioni di libri, eventi, convegni e concerti, nel foyer del Teatro Ariston abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Giorgia Pietribiasi, meglio nota come Lamante. Cantautrice classe ’99, originaria di Schio, ci ha raccontato un po’ le sue impressioni sulla contemporaneità, sulle classificazioni musicali e sulle donne nell’industria musicale.

 

L’esibizione al Premio Tenco 2025 – (foto di Mauro Vigorosi)

 

Tu sei figlia e nipote d’arte, con un bisnonno pittore, un nonno fotografo e un padre musicista. Cosa ti ha spinto a scegliere proprio la canzone come territorio d’espressione? Pensi che sia un’arte più efficace delle altre?

No, in realtà il processo è stato molto naturale. Io direi che più che buttarmi nella canzone è stato un buttarmi nella scrittura, nell’esprimermi attraverso quella. Poi l’ho fatto in musica grazie a mio padre che era un musicista e sono riuscita così a dare alle parole un suono. Per capire cosa mi ha spinto verso quella direzione devi immaginarti una bambina che racconta, e ri-racconta, anche di fatti pesanti avvenuti all’interno della famiglia, e che non viene presa seriamente in quanto bambina. Per me questa cosa è stata una liberazione incredibile. Mi sono resa conto che potevo dire qualsiasi cosa davanti ai miei genitori, esprimendo anche dei miei dispiaceri, e non aver nessun effetto. Quella è stata una grandissima libertà e perciò ho iniziato a esprimermi con la scrittura.

 

Dalla bambina che scrive liberamente i propri pensieri arrivi oggi ad essere ospite del Premio Tenco. Nel gergo critico, analitico, legato al mondo della musica in Italia, si è strutturata nei decenni una contrapposizione tra due poli: quello della canzone d’autore e quello della canzone di intrattenimento. Tu avverti questa distinzione? Pensi che sia necessario continuare a usare questi termini?

No. Anche perché, secondo me, esiste anche l’intrattenimento sano. Ci sono dei cantautori che secondo me lo fanno molto bene, per esempio Lucio Corsi oramai fa parte del mainstream, oppure anche Cesare Cremonini o Jovanotti. Perciò non penso che ci sia questo tipo di ‘divisione’. Solo che noi come umanità, pubblico, industria musicale, siamo soliti mettere tutto dentro a dei paletti e quindi cerchiamo di distinguere queste due cose.

 

 

Quindi per te continuare a parlare di una canzone d’autore come canzone alternativa è un fatto da superare?

Sì, assolutamente.

 

E quindi tu come ti collocheresti? Oggi sei ospite di quella realtà (il Club Tenco) che invece in questa distinzione ci ha creduto molto fermamente e questo significa che c’è almeno una parte di critica che legge ciò che fai come una produzione alternativa, sia nei contenuti, che come ricerca formale. Tu come ti collochi rispetto a questo panorama? I tuoi riferimenti, le tue ascendenze, sono afferenti a quella che è stata chiamata canzone d’autore o guardi ad altro?

Secondo me sono più dentro alla canzone d’autore ma nei termini di una canzone di nicchia. Non penso che farò mai parte di quei cantautori che riusciranno ad esprimersi nel mainstream. Sì, diciamo che mi vedo di più in quella parte lì, ma non penso che sia una cosa negativa o positiva. Detto questo, diciamo che le mie più grandi aspirazioni sono nel mondo della letteratura, più che nel mondo della musica. Racconto sempre che il mio primo album è nato grazie a Jodorowsky, a quel suo libro bellissimo che si chiama ‘Quando Teresa si arrabbiò con Dio’, in cui parla di tutta la sua storia familiare, dei suoi antenati, raccontando tutti gli avvenimenti della sua famiglia, anche quelli più negativi, rendendoli miti eroici. È una cosa che mi ha sconvolta tantissimo, ed è stata davvero importante nella mia scrittura.

Anche se può sembrarti strano, non ascolto molta musica. Ascolto tanta musica classica che penso non abbia nulla a che fare né con il mainstream né con il cantautorato, e l’ascolto solo per il semplice fatto che non ci capisco nulla, quindi posso solo ascoltarla e basta. Penso che quando facciamo questo mestiere qua sviluppiamo un orecchio sciacallo e purtroppo non riusciamo più ad ascoltare la musica, ma stiamo a dire: “ah, senti questa batteria come suona, potrei usarla”, e tutte quelle cose lì che purtroppo rovinano l’ascolto. Poi ovviamente ci sono state delle mie colonne portanti nella canzone, che sono Carmen Consoli, Francesco Motta, Giovanni Lindo Ferretti; sono stati dei riferimenti sicuramente importanti nella mia formazione musicale, quello sì.

 

Il tuo album “In memoria di” è stato accolto in maniera più che positiva dalla critica. Un lavoro che ha come filo conduttore proprio la memoria familiare e alcuni brani li presenterai stasera, ma proporrai anche degli inediti giusto?

Sì, due inediti, uno con Emma [Nolde].

 

Hai in programma un nuovo lavoro? Se sì, c’è già un fil rouge dietro questo nuovo album?

Si! È il futuro, solo quello che si può immaginare.

 

Hai parlato di memoria, lavorerai prossimamente sul “futuro”. Possiamo dire, in qualche modo, che non ti piace molto parlare del presente?

Secondo me già facendo questo mestiere, per forza di cose, si è nel presente, cioè, lo rappresenti in qualche modo. Banalmente, il fatto che quest’anno al Premio Tenco ci siano tante donne, è un segnale che si sta rappresentando un presente, e io faccio parte di questo presente qua. Poi sicuramente nella mia scrittura sì, faccio molta difficoltà a parlare del presente.

 

Giorgia insieme ad Emma Nolde – (foto di Mauro Vigorosi)

 

La Rassegna del Club Tenco di quest’anno si distingue, come hai ben osservato, attraverso una sensibilità più contemporanea, proprio per la volontà di includere maggiormente giovani e donne. Cosa significa per te oggi essere cantautrice in un momento in cui, per la prima volta forse, c’è uno spazio più consistente per le donne? Ti senti una responsabilità nell’essere parte della prima generazione in cui le cantautrici hanno un’attenzione mediatica superiore? Come ti vivi questa cosa?

Beh, intanto ne sono estremamente felice. Ho sempre pensato di essere negli anni sbagliati e invece mi sto convincendo che forse non è così. Poi sicuramente è una grande responsabilità. C’è una cosa che mi preoccupa particolarmente – ne parlo tantissimo per esempio con Emma Nolde, che è una mia cara amica ed è proprio un’alleata (infatti sono felicissima di essere insieme a lei stasera) – ed è questa: viviamo in una società in cui il capitalismo ha vinto, e ha vinto perché è riuscito sempre a capitalizzare su tutte le lotte rendendole vane. La mia paura più grande è che anche questa lotta venga capitalizzata, e io cerco ogni giorno di trovare il modo per difenderla da questo. Questa è una responsabilità che mi sento addosso.

 

Foto tratte dai profili social dell’artista, salvo dove indicato

Artista:
Lamante