
Partiamo subito col dire che comprimere in due ore scarse la vicenda umana ed artistica di un genio come Franco Battiato è impresa improba, al limite dell’impossibile. Renato De Maria, il regista, il tentativo però lo ha fatto e, in parte, c’è riuscito. La vicenda si snoda nello sviluppo della sua carriera non necessariamente con la corretta cronologia ma a macchia di leopardo, per toccare vari aspetti della vita dell’artista siciliano. È una scelta che può piacere o meno. A chi scrive non è piaciuta, ma il motivo lo dirò alla fine. Il film, passato su Rai1 a inizio marzo, era uscito in anteprima nelle sale per tre giorni consecutivi, il 02, 03 e 04 febbraio.
L’inizio è emblematico, con il ragazzino Franco riverso a terra, a faccia in su, con il naso fratturato e insanguinato a seguito di uno scontro con il palo di una porta da calcio. Da quell’episodio parte lo sviluppo del grande feeling con sua mamma che, nel tempo, lo seguirà e gli starà accanto nella sua permanenza milanese. Si manifesta il tema della difficoltà relazionale con il padre e del desiderio di imparare a suonare il pianoforte. Cosa che avverrà, ma in tempi più lontani e nel periodo milanese. Quello che colpisce e che rimane scolpito nella vita dell’artista è la domanda che scrisse su un tema alle elementari che aveva come titolo: “Io chi sono?”. Semplice, immensa, insondabile e terribile domanda.

Tanti i passaggi che vengono proposti nel film. Dal rapporto con Gianni Sassi che lo supportò del periodo sperimentale della sua carriera con gli album “Fetus” (con una copertina oggi impensabile) seguito poi da “Pollution”, rispettivamente usciti nel 1972 e 1973. Con Sassi si propone anche un litigio a causa di una immagine pubblicitaria, usata ad insaputa dell’artista ed utilizzata per una azienda di poltrone. A mio avviso passaggio risibile nel contesto della storia e di un rapporto molto più profondo delle apparenze. Vi è narrato l’incontro con Giorgio Gaber e Ombretta Colli e, insieme, con Fleur Jaeggy, poetessa/scrittrice/paroliere di origine svizzera e moglie di Roberto Calasso, proprietario della casa editrice Adelphi. Incontro presumibilmente non avvenuto nel periodo della frequentazione con la coppia Gaber/Colli.
Non vengono nascoste le difficoltà economiche al limite della sussistenza alimentare e non manca un cenno al suo “originale” congedo dal servizio, militare oltre che all’incontro con l’amico fraterno Roberto “Juri” Camisasca. In questo passaggio Camisasca accenna a Nomadi mentre Battiato lo fa con Stranizza d’ammuri. Entrambe cronologicamente impossibili ma come richiami al futuro ci possono stare. Importante l’incontro con il Maestro di pianoforte e concertista Antonio Ballista e con uno dei suoi più importanti collaboratori, il Maestro Giusto Pio (con il quale, nonostante la collaborazione e confidenza artistica, non si daranno mai del “tu”, come avvenne con Manlio Sgalambro che, però, non appare nel film).
Siamo agli inizi degli anni Settanta, è il periodo della musica elettronica, sperimentale, cosmica. È il momento della crescita artistica e umana, della dimensione del sentirsi portato ad un destino diverso, a dare un senso compiuto e profondo alla propria vita. “Vorrei tendere all’essenziale” dice Battiato e, in questo desiderio, il nuotare nelle note è un atto di sfida e fede al contempo. Si manifestano i momenti di meditazione e di ricerca del sé interiore laddove la parola e frequentazione ai corsi di Gurdjieff, mediati dall’opera “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”, scritto da un suo discepolo, P.D. Ouspensky, lo indirizzano verso una pratica di conoscenza interiore. È il racconto di un uomo in ricerca che vede, nei sogni, una sorta di avatar/monaco buddista che lo precede su sentieri di montagna innevati. Una sequela sulla fiducia perché il volto del pellegrino rimane sempre ignoto.

È poi un Battiato “nuovo” quello che si presenta, con il suo agente, al direttore della EMI e gli conferma la sua intenzione di scrivere canzoni di successo facendo anche musica commerciale (che poi, diciamolo, anche se “venderà” non sarà mai un prodotto commerciale…). Nasceranno con queste premesse “L’era del cinghiale bianco” (1979) e “Patriots” (1980). Due album di grande classe ma con vendite non soddisfacenti per le aspettative discografiche. Ma, proprio quando si presenta la possibilità di essere emarginato dal punto di vista discografico, contro ogni previsione nel 1981 arriva “La voce del padrone”, con il tour nelle grandi città e il superamento del milione di copie vendute. La prima volta per un LP di un artista italiano.
Nel racconto, De Maria (anche se a onor del vero la sceneggiatura è scritta da Monica Rametta) fa incontrare anche due grandi interpreti che Battiato seguì con grande perizia artistica e cura musicale: Alice e Giuni Russo. Due persone di grande spessore artistico le cui carriere hanno certamente avuto un grande supporto dal lavoro dell’artista siciliano. Un passaggio troppo rapido e, ad avviso di chi scrive, banalizzato dal tempo e dalla modalità narrativa dedicata. Incontri proficui il cui lavoro rimane incastonato nella discografia italiana. C’è posto anche per l’esibizione in Vaticano, in Sala Nervi, alla presenza di Giovanni Paolo II°. Nella narrazione si ricorda quel momento attraverso un dialogo con la mamma, a letto a seguito di un malessere, dove Battiato condivide con lei la sua afasia nel canto quasi fosse stato colpito da una sorta di visione celeste.

Si finisce con la mamma che si allontana dalla panchina su cui insieme al figlio si era seduta. Il buon retiro di Battiato è ormai diventato Villa Grazia (Grazia è il nome di battesimo della mamma) e una lacrima dell’artista suggella il ringraziamento per l’amore, la fiducia, il sostegno ricevuto nel corso della sua vita.
Sfila l’immagine dell’Etna con la neve e una fumarola che si innalza verso il cielo e, a chiusura del film, potremmo immaginare di unire due frammenti di canzoni che potrebbero rappresentare la summa del pensiero di Franco Battiato: “Siamo angeli caduti nelle tenebre… ma torneremo ancora…”
Un plauso all’attore Dario Aita che ha rappresentato con grande delicatezza e presenza formale (anche con intonazione dello sguardo, voce e mimica) e a Vittorio Cosma e Giovanni Maggiore che hanno lavorato alle musiche che hanno dato “aria” al film.

Pensiero finale, come richiamato all’inizio. Condensare in due ora una vita complessa, una storia articolata, un periodo di grande spessore musicale, sociale, politico del nostro Paese era impresa impossibile. Il tentativo è stato fatto e il rischio dell’effetto “santino” è stato evitato ma, forse, si sarebbe dovuto scavare nell’essenza della sua figura, nel suo Io interiore, nelle motivazioni della sua ricerca, nella scelta di rimanere sempre persona allegra ma, al contempo, riservata. Forse si sarebbe dovuto percorrere la strada di un particolare e definito periodo della sua vita e approfondirlo. Un po’ come avvenuto nel racconto di un frammento di vita e carriera di Bruce Springsteen nel film “Liberami dal nulla”.
Rimane il fatto che la sua era una figura complessa che, davvero, conteneva moltitudini. Visibile, ma inafferrabile. Ma ci ha lasciato in dono la sua arte. E per questo non finiremo di ringraziarlo.
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“Franco Battiato. Il lungo viaggio.”
di Renato De Maria (2026)
scritto da Monica Rametta
Rai Fiction – Casta Diva Pictures
Anno di produzione 2026 – Durata 115’
Franco Battiato
