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Addio a Gino Paoli

 

Racchiudere 91 anni di vita in trenta righe è una scommessa perdente in partenza, già in assoluto. Novantuno anni di Paoli, talmente densi da perdere le fila ogni secondo: un’impresa fallimentare. Una lunga storia d’amore, la sua esistenza, con la faccia di un fantasma blu, sempre immerso nell’ufficio delle cose perdute, a cercare il sorriso di suo padre, i vent’anni che ha perduto ed il canto di un amico. La rivoluzione, il senso, il coraggio delle parole, la guerra, i calli alle mani di suo nonno Gino, due lenti da miope e un paio di baffi da gatto hanno disegnato non solo la tela di un artista purissimo, ma anche la nostra, quella di un’Italia bacchettona e perbenista che prima viene a contatto con materia poco decodificabile, ma che poi, insieme a lui, imparerà nuove strade.

 

 

Paoli è una barca, è un gatto, si muove lento ma sempre sicuro di ciò che fa. Non segue le mode, disegna, scappa da scuola per imparare il tip tap dai film di Fred Astaire e passa pomeriggi nei bordelli di Genova a chiacchierare con le puttane, non avendo i soldi per consumare l’amore. Inizia a cantare per caso, ma ha nella testa un senso della vita che gli arriva da una famiglia salda e da un immaginario poetico e tascabile. È un uomo storto, ruvido come tanti genovesi, ma al contempo dritto, tanto da apparire crudo, coperto di sale (come l’Ulisse di Dalla, di cui fu promotore e mentore) e con un cuore appeso a un filo, per una pallottola sparatasi a trent’anni e rimasta lì, a mo’ di sveglia, per vivere ancora (sempre e) soltanto per un’ora. Un uomo vivo, coi piedi nel mare, che parlava per immagini, dipingendo con le parole quello che in gioventù faceva sulla tela: culi, soprattutto, culi di donne e occhi e mani senza fine, parlando d’amore come chi l’amore non lo guarda da lontano; l’amore lo fa.

 

alcuni disegni di Gino Paoli

 

Aria scura e maledetta, maglione nero a collo alto, occhiali spessi. Niente di rassicurante in un giovanotto schivo, che canta sghembo, testa da un lato, postura impacciata, una canzone senza inciso, quella che lo porta nell’empireo a ventisei anni. Da quel momento Paoli va oltre i canoni estetici e musicali, oltre le logiche di mercato, oltre il comune senso del pudore chiuso a doppia mandata nelle giacche di giovanotti galanti e sotto le gonne a palloncino e tra i capelli cotonati di signorine bon ton. Lo fa per quell’urgenza di dire, che preme forte, onesta e sincera come i due occhi verdi che aveva, e che traduce in versi il suo vissuto pregno di piccoli e grandi particolari mai trascurati, ma raccolti con pazienza e curiosità, come lampi necessari per disegnare un sentiero che da lì a venire sarà disseminato di canzoni d’amore perfette, come sassi (che il mare ha consumato).

 

Anche, e forse soprattutto per questo, Il cielo in una stanza compie una rivoluzione epocale. Non è una canzone scritta per avere successo, non è un brano che ammicca, non ha alcun interesse ad arrivare nelle dita di chi schiaccia il pulsantino del jukebox, ma vuole raccontare un qualcosa che si è incarnito in un solco, dentro. E però al successo ci arriva, compiendo un processo all’incontrario, passando dall’inconsapevole all’infinito e planando tra quelle dita, tra i solchi del vinile e sotto la pelle di un numero incalcolabile di amanti. E infatti la scommessa alla fine la vince lui, perché riuscire in circa tre minuti di canzone a racchiudere il cielo pur se in una stanza senza pareti è gioco, partita, incontro. Tre minuti, o giù di lì, sono il tempo necessario per accendersi e spegnersi una sigaretta, per correre al primo autobus verso il mare, per nascere, o morire.

 

(foto e disegni tratti dai canali social ufficiali dell’artista)

 

Artista:
Gino Paoli